QUELL’URGENZA CHE DIO DA’ ALL’ANIMA

Di Lorenzo Albacete
08 Luglio 2004
Un direttore del New York Times una volta mi ha spiegato perché gli interessavano i pezzi che scrivevo per il giornale

Un direttore del New York Times una volta mi ha spiegato perché gli interessavano i pezzi che scrivevo per il giornale: «Abbiamo molti preti che sono nostri amici personali, ma quasi sempre la pensano esattamente come noi: perciò non sono molto interessanti. Coloro che non la pensano come noi e dai quali potremmo imparare qualcosa ci considerano loro nemici. Ma voi siete diverso. Non sempre la pensate come noi, ma volete essere nostro amico».
Le parole di questo direttore, naturalmente, dovrebbero valere per tutti i cristiani. La parola chiave qui è “interessante”. I preti sono chiamati in causa perché la loro missione è quella di attualizzare l’Evento vissuto dagli apostoli che rende la proposta cristiana qualcosa di sempre nuovo, inaspettato, sorprendente, interessante. Quando si è verificato il “disastro mistico” di cui ha parlato Peguy, e il cristianesimo ha cessato di essere un evento, i preti sono diventati irrilevanti. Il loro posto è stato infine preso dagli “esperti”: filosofi, teologi, scienziati, politici, leader rivoluzionari, psicologi, e via dicendo. I preti hanno cercato di abbracciare le cause ultime e di abbandonare l’unicità della loro vocazione per non essere lasciati indietro come fossili di un passato che, fortunatamente, è finito per sempre. Subendo la tentazione di lasciare del tutto il sacerdozio, sono ormai ossessionati da preoccupazioni ecclesiologiche sulle loro relazioni con i vescovi o con il Papa. Il celibato sacerdotale (che può essere compreso come un modo di vivere radicalmente l’Evento originario del cristianesimo) è diventato un ostacolo alla nuova concezione del sacerdozio e una fuga dalla maturità sessuale per coloro che non hanno saputo “mettersi al passo” con questa nuova concezione.
Ricordo che negli anni Settanta fui invitato una volta a parlare ad un sinodo di preti. L’incaricato della diocesi mi chiese quale sarebbe stato l’argomento della mia conferenza. Poiché mancavano ancora molti mesi, risposi che non ci avevo ancora pensato; ma lui insistette. Così dissi: «Dio» (pensai che questo argomento era abbastanza generico da adattarsi a qualsiasi cosa avessi poi deciso). Ma l’incaricato replicò: «Oh Dio! Non Dio, per carità. I preti non si interessano di Dio». Rimasi di stucco: «Lei mi sta davvero dicendo che voi preti non siete interessati a Dio? Immagino che dovete odiare il vostro lavoro!». «I preti vogliono qualcoso di più vicino alle loro preoccupazioni, come, ad esempio, la relazione tra preti e vescovi». Non potevo credere a ciò che quest’uomo diceva in tutta serietà. Perciò aggiunsi: «Va bene, parlerò della relazione tra preti e vescovi». Quando arrivò il giorno della conferenza, cominciai con queste parole: «Mi è stato chiesto di parlare della relazione tra preti e vescovi. Il grande problema, in questo campo, è che molti preti non sono interessati a Dio. Se Dio non rappresenta un elemento essenziale nelle loro relazioni con i vescovi, la vita sacerdotale diventa insopportabile, insignificante, noiosa e oppressiva. Perciò oggi voglio parlarvi di Dio. Voglio dirvi perché Dio è interessante».
Questo accadeva negli anni Settanta. Senza un incontro con l’uomo non esiste nessuna Incarnazione. Il sacerdozio ha perso le ragioni della sua esistenza. Dio rimane un’astrazione, e perciò non è interessante.
Ma forse qui negli Stati Uniti abbiamo raggiunto il fondo dell’abisso dopo la spietata denuncia di abusi sessuali sui minori commessi da alcuni preti. Lo shock non è cessato, e preti, vescovi e laici sono stati costretti a guardare con maggiore con attenzione che cosa è diventata la vita sacerdotale. L’esperienza che ho fatto facendo conoscere ai preti la presenza della Comunione e della Liberazione nelle loro parocchie e diocesi mi ha convinto che negli Stati Uniti potrebbe essere in atto una “nuova nascita” della Chiesa; e i preti stanno rispondendo con interesse e speranza alle parole che ha loro rivolto don Giussani: «Siate uomini; voi stessi siete la vostra umanità come aspirazione, come sensibilità di fronte ai problemi, come rischio da affrontare, come fede in ciò che Dio rende urgente nella vostra anima. In questo modo, la realtà apparirà ai vostri occhi in una giusta e vera prospettiva».

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