Questo sì che è un uomo. Bau Bau
Torino, si sa, è sempre stata considerata dal centrosinistra una città laboratorio. E con tutti i cantieri che in questi anni hanno abbellito la metropoli perché non allestirne uno per sondare la capacità del probabile futuro governo Prodi di «organizzarci un po’ di felicità», come ha promesso il Professore nel corso del duello tv con il Cavaliere? Detto, fatto. Con il suo nuovissimo «strumento che permetterà di disciplinare la tutela degli animali di affezione e di garantirne il benessere», Sergio Chiamparino, sindaco diessino del capoluogo piemontese, sembra voler cominciare a sperimentare tra uomo e animale il rapporto ideale che la sinistra vorrebbe instaurare tra governo e cittadino: un potere che dall’alto tutto spiega e tutto ingessa.
Il nuovo “Regolamento per la tutela e il benessere degli animali in città” è stato approvato nel mese di luglio 2005 dalla giunta ulivista di Torino ed è ora in fase di discussione in Consiglio comunale. Con ogni probabilità sarà approvato, più o meno così com’è, nelle prossime settimane. Possiamo dunque finalmente rivelarlo: è a questo testo di 40 articoli spalmati su 18 pagine, costato tre anni di lavoro fra centinaia di incontri e decine di commissioni, che si sono ispirati il Professore e compagnia per stendere le famigerate duecentottantuno pagine di programma dell’Unione. O almeno così pare. Ecco le prove.
Il regolamento è una collezione bizantina e cervellotica di norme che prescrivono alla virgola il modo in cui devono comportarsi i padroni (pardon, i proprietari, ché padrone non si può dire) con i propri animali: lunghezza del collare, numero di uscitine dall’alloggio, corretta procedura di coibentazione della cuccia e via snocciolando. E guai se, per esempio, usate la boccia di vetro per i pesci: le sanzioni pecuniarie possono arrivare sino a 500 euro. Roba – per dirla con il Cav. – da stropicciarsi gli occhi e gli orecchi. Si esordisce enunciando con tono accigliatamente scientifico una serie di obblighi per i «detentori» che mai, ma proprio mai, sarebbero venuti in mente agli amanti degli animali. Cose del tipo «averne cura» (art. 8, comma 1), «farli curare da medici veterinari ogni qualvolta il loro stato di salute lo renda necessario» (art. 8, comma 2), ma anche evitare di maltrattarli, abbandonarli, chiuderli in cantina, aizzarli contro altri animali o persone, evitare che diano fastidio. Eh sì, serviva proprio un po’ di chiarezza. Poi, però, comincia l’eccesso di zelo. All’articolo 9, comma tre si legge: «Nel caso dei cani la cuccia dovrà essere adeguata alle dimensioni dell’animale, sufficientemente coibentata e dotata di tetto impermeabilizzato; dovrà essere chiusa sui tre lati ed essere rialzata da terra e, ove non posta in luogo riparato dalle intemperie, dovrà essere dotata di una adeguata tettoia né dovrà essere umida». Il regolamento, purtroppo, tace inspiegabilmente su altre questioni fondamentali come il riscaldamento autonomo o centralizzato, il box auto e la vista mare. Però, in compenso, all’articolo 10 ci informa che «è vietato sul territorio comunale colorare artificialmente gli animali». I cani punk o con pelo alla Platinette sono dunque avvisati. Se poi l’animale è un po’ nervosetto dovrà essere «inserito in un “protocollo di rieducazione comportamentale” che coinvolga obbligatoriamente anche il proprietario del cane morsicatore (art. 26 bis)». Ma il guaito ideologico raggiunge la nota più acuta nella definizione di cane che ci regala l’articolo 18: «Il cane, animale sociale e mentalmente dotato e raffinato, oltre alle normali e dovute necessità fisiologiche ha precise necessità psicofisiche: a) interazione con altri animali b) attività fisica quotidiana c) stimolazione mentale: gioco, educazione ed istruzione». Praticamente la definizione perfetta dell’elettore-cittadino che sognano dalle parti di Prodi e Chiamparino, con l’aggiunta dell’obbligo della museruola per i «cani di indole mordace» (i berluscones, ovvio). E poi via ad elencare i diritti ai rapporti sociali dei pensionati, pardon, dei cani: «I cani tenuti in appartamento devono poter effettuare almeno tre uscite giornaliere» (art. 19, comma 2), mentre quelli custoditi in «spazi delimitati devono poterne effettuare almeno due» (comma 3), tenendo conto che «la superficie dei suddetti spazi deve essere di almeno 8 metri quadrati.» (comma 4).
Vi sentite soffocare? E allora cosa dovrebbero dire i gatti? Sì, perché naturalmente il regolamento riguarda anche loro. Articolo 29: «I gatti e le colonie feline che vivono sul territorio comunale sono patrimonio cittadino, sono posti sotto la tutela del Sindaco (sic!) ed hanno diritto a ricevere alimentazione, riparo e cure». Più sabbietta e più croccantini comunali per tutti: il Chiampa inaugura il filone dell’assistenzialismo felino. E i gattari che si occupano gratuitamente delle bestioline miagolanti avranno diritto ad un tesserino di riconoscimento. I più maliziosi tra i commentatori politici sostengono che con quest’ultimo affondo Chiamparino abbia voluto tirare dalla sua parte i (pochi, per la verità) ratzingeriani torinesi della Margherita, vista la nota la passione per i gatti di Papa Benedetto XVI. Il 28 e il 29 maggio infatti ci sono le elezioni amministrative e il sindaco, che per la sua verve ricorda un-po’-Sergio-Endrigo-un-po’-Mino-Martinazzoli (copyright di Piero Chiambretti), si aggrapperebbe a qualsiasi ramo pur di veder realizzata la sua idea di una lista unica Ds-Margherita.
Certo, spiace che nel regolamento non sia indicato precisamente anche quanti miagolii di gratitudine possa emettere un micio davanti ai suoi benefici amministratori o il ritmo esatto dello scodinzolare dei cani di fronte alla giunta, però un’idea di che cosa intendano i signori dell’Unione per “Stato leggero” abbiamo cominciato a farcela. E dire che Chiamparino è considerato uno dei più illuminati amministratori del centrosinistra, uno che appartiene all’anima riformista di quello schieramento, capace di prendere posizioni per niente scontate (il sostegno alla Tav o la firma dell’appello sull'”emergenza educazione”). Il successo delle Olimpiadi sembra aver dato a Torino una scossa benefica, al punto che la rielezione per lui parrebbe scontata. «Ma non è così», attacca per Tempi Alberto Mina, capogruppo di Forza Italia in Comune. «Il paradiso di Chiamparino non esiste. Nella sua gestione c’è stato molto personalismo, ma nessuna regia: solo la continua moltiplicazione di strutture e l’ansia di pianificare. Questo ridicolo regolamento ne è l’ultimo, significativo, esempio». Il testo è ridicolo, certo, ma qualche brivido lungo la schiena corre lo stesso. «Sì – spiega Mina – perché una compagine come quella di centrosinistra, che in larga parte non riconosce lo statuto di essere umano all’embrione (il sindaco di Torino è tra coloro che hanno votato sì al referendum sulla procreazione assistita, ndr) finisce fatalmente per elevare al rango di persone i cani. Un “impazzimento” della ragione che con il potere può trasformarsi in violenza». Bestiale, regolamento permettendo.
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