Qui comandano loro

Di Luigi Amicone
02 Novembre 2006
Apriamo un dossier ministeriale francese. «A scuola c'è un nuovo padrone di casa: il prof. li chiama i 'barbuti', lo studente 'i grandi fratelli'». Parla l'autore J. Obin

Vietato studiare le civiltà preislamiche nell’ora di storia. E leggere Rousseau in quella di filosofia. Vietato parlare di Gesù nell’ora di introduzione al fatto religioso. E rappresentare segni che possano rammentare una croce in quella di matematica. Vietato ricordare l’Olocausto degli ebrei. E indossare tute da ginnastica. Vietato mangiare alla stessa mensa. E nuotare nella stessa piscina dove nuotano gli altri studenti laici, cristiani, ebrei, ‘gli impuri’. Vietato non rispettare il ramadan anche se sei un musulmano laico o un berbero di Cabilia. È un mondo scolastico di segregazione mentale e umana straordinaria. Ma non siamo a Kabul. E neppure in una scuola saudita, sotto il regime di polizia religiosa del muhtawwa’in. Siamo nelle scuole delle banlieue di Parigi. E in certi borghi rurali della Francia profonda. Altro che velo. «I segni e il modo di vestirsi sembrano costituire l’albero che nasconde la foresta».
È un quadro impressionante quello disegnato dal rapporto-inchiesta realizzato in oltre sessanta scuole di una ventina di province francesi da un team di ricercatori guidati da Jean-Pierre Obin, ispettore generale del ministero dell’Educazione e professore associato all’Istituto universitario di formazione dei maestri di Lione. Si intitola Segni e manifestazioni di appartenenza religiosa negli istituti scolastici. È stato svolto tra l’ottobre del 2003 e il maggio 2004 e consegnato nelle mani del ministro dell’Educazione nel giugno dello stesso anno. Come mai ci è voluto un anno prima che venisse reso noto? Come mai invece di essere pubblicato è apparso solo nel sito del ministero ed è rimasto pressoché sconosciuto al grande pubblico? L’autore, Obin, lo spiega così a Tempi: «La prima ragione che ci venne data è che nel settembre 2004 entrava in vigore la nuova legge sul divieto per gli allievi di portare in modo appariscente simboli religiosi nelle scuole pubbliche. Il ministro dell’Educazione ci disse allora che il rapporto andava bene, ma che non lo si poteva pubblicare per evitare di alimentare le polemiche. Poi ci fu il rapimento di alcuni francesi in Iraq e tra le altre rivendicazioni i rapitori chiesero al nostro governo il ritiro della legge sul velo. E così la pubblicazione slittò ulteriormente. Nel dicembre 2004 gli ostaggi vennero liberati, ma il rapporto non uscì perché il ministro decise di concentrare altrove la sua comunicazione. Alla fine, siamo nell’aprile 2005, il rapporto apparve con discrezione sul sito del ministero».

Non ci vedo, non ci sento, non leggo
Discrezione molto comprensibile. È noto infatti che governi francesi, di qualunque colore politico essi siano, tendono a gestire con molta prudenza le questioni riguardanti la comunità musulmana. Molto numerosa in Francia. Passata in meno di un secolo dalle 5 mila unità del 1913 ai 5 milioni di oggi (secondo i dati del ministro degli Interni Nicolas Sarkozy, ma stime non ufficiali parlano di 6 milioni). Nonostante la prudenza, i fatti però sono testardi. Il primo anniversario della rivolta delle banlieue parigine viene celebrato in questi giorni con rinnovati roghi e violenze. E durante il mese di ramadan appena conclusosi, il clima di certe scuole è stato pesantissimo. «A Lione – racconta Obin – nel cortile di una scuola una ragazzina musulmana che mangiava un panino è stata colpita con delle pietre da alcuni ragazzi musulmani. Questo episodio illustra bene le nostre preoccupazioni. Nelle scuole dove gli allievi musulmani sono numerosi e a volte maggioritari, se si ha un cognome ad assonanza araba non si può non fare il ramadan. E questo non vale solo per gli allievi ma anche per il personale, insegnanti compresi, che spesso vengono aggrediti o redarguiti perché non praticano il digiuno rituale. In alcune scuole diventa difficile garantire la libertà individuale». A un anno dall’esplosione delle banlieue le radici della violenza sono tuttora vive e ben protette sotto la spessa coltre di giustificazioni sociologiche. Però, come confermano i dati raccolti nel rapporto Obin, nonostante l’impegno profuso dai media a sostegno del ‘multiculturalismo’, la Francia è il paese in cui gli atti di conculcamento delle libertà civili e un’ideologia religiosa totalitaria stanno prendendo piede e stanno guadagnando fette sempre più consistenti di popolazione e di territorio.

Segregati donne ed ebrei
«La segregazione sociale, etnica e religiosa di cui abbiamo misurato il risultato scolastico – si legge nel rapporto Obin – è solo in parte ‘spontanea’, vale a dire una conseguenza meccanica, non regolata, delle evoluzioni demografiche ed economiche. Essa è anche stata il frutto dell’attivismo di gruppi religiosi o politico-religiosi, così come dell’azione di certe amministrazioni locali». Tutto ciò ha prodotto «l”etnicizzazione’ della vita degli adolescenti, vale a dire la costruzione identitaria sulla base di una origine ricostruita o idealizzata». Così, «dal nord al sud della Francia i nostri interlocutori descrivono un’evoluzione più brutale di quella avvenuta sul piano sociale, un rivolgimento rapido e recente. ‘l’islamizzazione’ dei quartieri». Dove le figure protagoniste «sono coloro che i professori chiamano con una certa aggressività ‘i barbuti’ e che gli studenti nominano con rispetto e timore ‘i grandi fratelli’». Coloro che «propongono con successo ai giovani immigrati un’identità positiva e universale ‘musulmana’». Coloro che armano i giovani dell’accusa di ‘islamofobia’ per contestare chi non si piega all’ideologia islamista. Nella nota metodologica del rapporto Obin si sottolinea che «il panel delle scuole visitate non costituisce in alcun caso un campione rappresentativo delle scuole francesi». Tuttavia, rimarcano i ricercatori, «costituisce senza dubbio un panel sufficientemente rappresentativo di quel margine particolarmente attivo del sistema educativo quanto all’oggetto del nostro studio». Ovvero quei «college, licei e licei professionali che reclutano la totalità o una parte significativa dei loro allievi nei quartieri dove la ghettizzazione è largamente compiuta». Situazioni che «non riguardano più soltanto le periferie e gli agglomerati urbani, ma anche numerosi paesi e piccole città». Ciò detto, al di là della varietà delle scuole indagate, l’inchiesta Obin registra «una molteplicità di elementi forti, ricorrenti dal nord al sud della Francia nella maggior parte degli istituti visitati». Compreso il fatto che quanto avviene nelle scuole «è oggetto di una negazione generalizzata da parte di molti dei responsabili. a tutti i livelli del sistema, la classe, l’istituto, l’accademia». Insomma, «è così tanto significativa, in questo campo, la tendenza di professori, educatori e direttori scolastici a nascondere una parte della loro realtà professionale» che «la congettura più probabile è che le osservazioni contenute in questo rapporto sono senza dubbio al di qua della realtà degli istituti scolastici studiati».
E veniamo ai contenuti. In primis, la condizione femminile. A cui il rapporto Obin dedica un capitolo dal titolo di per sé assai significativo: ‘La regressione della condizione delle donne’. È «l’aspetto senza dubbio più grave, più scandaloso e al tempo stesso più spettacolare». Eccone un colpo d’occhio: «Dappertutto il controllo morale e la sorveglianza degli uomini sulle donne tende a rinforzarsi e a prendere proporzioni ossessionanti. Bisogna averle viste, queste donne, completamente coperte di nero, comprese le mani e gli occhi, accompagnate da un uomo, spesso un giovane, a volte con un cuscinetto in mano perché la donna quando si siede non tocchi un luogo impuro».
Non meno inquietante è il diffondersi dell’antisemitismo. «La parola ‘ebreo’ sembra essere diventata tra numerosi bambini e adolescenti un insulto indifferenziato». «L’apologia del nazismo e di Hitler non sono casi eccezionali». «Oggi in Francia i bambini ebrei – ed essi sono i soli in questo caso – non possono essere più scolarizzati in un istituto qualsiasi». Per quanto riguarda invece «le contestazioni di natura politico-religiosa», qui il piatto si fa anche più ricco. Non c’è che l’imbarazzo della scelta. «Un gran numero di studenti francesi di origine maghrebina, la maggioranza in certe scuole, si considera straniero, opponendo due categorie, ‘i francesi’ e ‘noi’ ». E non si tratta di casi isolati. Tanto che «l’etnicizzazione sembra trasformarsi in un sentimento di appartenenza assai condiviso a una ‘nazione musulmana’, universale, distinta e opposta alla nazione francese. I suoi eroi sono i giovani palestinesi. i capi jihadisti responsabili degli attentati di New York e di Madrid». Ma è nel dettaglio degli insegnamenti che si esprime «il vigore e la generalità delle contestazioni».

L’indice delle materie tabù
Ecco la lista. Educazione fisica: «Assenteismo e rifiuto sono sempre più frequenti. Rifiuto di un numero crescente di allievi (la totalità in certi college) di indossare le tenute sportive regolamentari. Rifiuto di bagnarsi nell”acqua delle ragazze’ o in quella dei ‘non musulmani’». Lettere e filosofia: «Rifiuto o contestazione di certe opere e certi autori». Quali autori? Voltaire, Rousseau, Molière. Quali opere? Quelle cristiane in genere e quelle interpretate come «favorevoli alla libertà della donna» (Madame Bovary sembra sia la più osteggiata insieme a Cyrano di Bergerac, Chrétien de Troyes, ma anche Harry Potter). Storia e geografia: «La storia è l’oggetto di un’accusa in blocco» in quanto «sarebbe globalmente menzognera e parziale, esprimerebbe una visione ‘giudeo-cristiana’ e deformata del mondo». Matematica: «La sola (sic!) difficoltà menzionata dai professori. è il rifiuto di utilizzare tutti i simboli o di tracciare tutte le figure (angolo retto eccetera) che possano anche lontanamente somigliare a una croce». Lingue: «Le contestazioni sono relativamente circoscritte e concernono essenzialmente l’inglese e l’arabo». L’inglese perché considerato «veicolo dell’imperialismo». L’arabo perché i professori «lo parlano male». Discipline artistiche. Stesse contestazioni che nelle scuole primarie: «In particolare, rifiuto di disegnare un volto, di suonare il flauto o di praticare il canto corale». Gite scolastiche: «Un numero crescente di allievi di religione musulmana rifiuta di studiare le opere di architettura, le cattedrali, le chiese, i monasteri e gli edifici che hanno o hanno avuto una funzione religiosa».

La laïcité? È non parlare di football
Questa la situazione fotografata al giugno 2004. Monsieur Obin, è cambiato qualcosa? «Nulla. Per esempio in Bretagna, in una scuola media, durante un corso di storia alcuni allievi contestano la realtà storica dei miti egiziani preislamici. A volte le contestazioni vengono non dagli allievi ma dagli insegnanti. Sempre in Bretagna, durante uno stage a loro dedicato, alcuni insegnanti rifiutano l’intervento del direttore di una corale con il pretesto che l’uomo svolge la sua attività in una chiesa». C’è di peggio. In un sistema scolastico che ci viene descritto come omertoso e tran-
sigente rispetto all’arroganza islamista, la difesa della cosiddetta ‘laicità’ può ridursi a siparietti tipo quello narrato da Obin a Tempi. «Una giovane italiana, lettrice in una scuola media francese, si trova a far lezione in classe insieme al professore titolare. A un certo punto, rivolgendosi a un allievo che indossa la maglia bianconera, dice che la squadra migliore non è la Juventus ma la Roma. Alla fine della lezione il professore rimprovera la giovane lettrice italiana. Il motivo? Non doveva intervenire in quel modo perché ‘contrario alla laicità’. È probabile che il professore intendesse dire che in classe non si devono manifestare le proprie opinioni. E comunque l’italiana gli ha risposto con garbo e ironia: ‘Scusi, non sapevo che la laicità si applicasse anche al football’». n

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