Quo vadis Germania?

Di Tempi
31 Luglio 2003
La Germania agonizza sotto il giogo dei sindacati e necessita di una lunga serie di riforme strutturali. Il governo Schroeder è allo sbando (e l’opposizione non è da meno)

n Germania da tempo gli indicatori economici indicano un calo nelle esportazioni, da sempre motore del Pil teutonico. Il calo è dovuto, come ricorda il settimanale Wirtschaftswoche, al fatto che la concorrenza dei paesi emergenti si è fatta più intensa in molti settori, anche in quelli tecnologici. E, in secondo luogo, in alcuni settori industriali, come il chimico e il farmaceutico, le aziende tedesche hanno perso molti colpi. La Bayer ha pagato a caro prezzo lo scandalo Lipobay e la concorrenza delle mega-aziende americane e inglesi (Pfizer, per nominarne una) si è fatta schiacciante. Il costo del lavoro tedesco è elevato e molte aziende provano a fuggire dalla Germania per via delle condizioni in cui sono costrette a operare. La Infineon, famoso produttore di chips, ha minacciato di spostarsi nella vicina Svizzera se il governo tedesco non si dimostra più flessibile. Il titanico sistema di garanzie sociali fa sì che in Germania le aziende debbano subire molto più che altrove il diktat dei sindacati e debbano pagare uno sproposito di tasse. Così le aziende investono sempre meno, smettono di innovare, perdono competitività, non fanno più utili e, prima o poi, chiudono bottega o sono costrette a licenziare dipendenti. È quello che è successo alla Grundig, famosa casa produttrice di televisori, oggi alle prese con una liquidazione di quel che rimane di una vecchia gloria cancellata dalla dura legge del mercato.

I sindacati disorientati
I sindacati, che hanno delle posizioni di rilievo in tutte le aziende tedesche, sono coinvolti in questo crollo. La Ig Metall, il potente sindacato dei metalmeccanici, è rimasta a lungo paralizzata dalla sua crisi interna. Pochi giorni fa si è dimesso il suo leader, Zwickel, e gli è succeduto il suo vice e rivale, Peters. Bisogna vedere se il nuovo assetto sindacale verrà confermato dalle elezioni interne dei dirigenti della Ig Metall che si tengono oggi 31 agosto. I sindacati hanno sempre vissuto in simbiosi con il governo ma, di fronte alla necessità di riforme strutturali, hanno puntato i piedi e fatto barricate. Di recente è fallito un maxi-sciopero organizzato da Peters, e in molti all’interno del sindacato non sanno più da che parte girarsi. La questione delle 35 ore è uno dei punti su cui sono maggiormente disposti a fare concessioni. La Germania è stata tra i primi paesi a lanciarsi negli abissi delle 35 ore, tagliando il numero di ore di lavoro settimanali ma non riducendo proporzionalmente i salari. Oggi le aziende tedesche minacciano di andarsene se non si cambiano le leggi sulle 35 ore, ma i sindacati tengono duro non capendo che se le aziende recuperano flessibilità, hanno maggiori possibilità di costruire nuovi posti di lavoro.

Le pensioni vacillano
La crescita della popolazione tedesca è nulla e aumentano vertiginosamente le coppie senza figli. Il risultato è una popolazione dalle tempie sempre più ingrigite, con conseguenze devastanti per il sistema pensionistico. Una riforma delle pensioni in Germania è, a detta di tutti, inevitabile e da mesi i giornali tedeschi non parlano d’altro che del pacchetto di riforme sociali che deve essere lanciato dal governo. Il governo Schroeder, però, non ha fino ad oggi fatto particolari progressi per l’opposizione della Cdu-Csu (vedi box) e, soprattutto, per la resistenza dei sindacati e interna stessa al partito. Sono in molti, tra le file della Spd, a temere, portando avanti riforme che un tempo avrebbero giudicato inaccettabili, di perdere consensi all’interno della base elettorale.
di Francesco Galietti

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