Rai, il Ministero dei Gattopardeschi Farfalloni

Di Respinti Marco
14 Giugno 2001
Il trasformismo è la madre di tutte le concentrazioni di potere. Sempre incinta. Languendo nelle sabbie mobili, la Tv di Stato cerca di sopravvivere a se stessa. E attende il successore di Zaccaria. Che potrebbe essere Zaccaria, o un suo clone, o un suo emulo. Quando non tutti nella CdL sono “epurator”, quando le Sinistre traboccano di craxiani smemorati e quando si stava meglio se c’era Letizia Moratti. Quattro passi fra via Teulada e viale Mazzini

Qualcuno già dipinge il “Berlusconi Due” come la resa dei conti anche in Rai. Ma il camaleontismo inveterato di molti protagonisti dell’azienda e l’attenzione alle professionalità tipica del Cavaliere suggeriscono altro. Chi si aspetta la mannaia descrive uno scenario più o meno così. Il grosso della Casa delle Libertà al potere si suddividerebbe in tre “partiti”: una prima tranche di “azzurri”, composta da ex democristiani “di destra” confluiti in Forza Italia, eviterebbe ogni sfida all’OK Corral e tutte le disfide di Barletta. Una seconda schiera di berlusconiani ex socialisti (ringalluzziti) attenderebbe al varco per vedere il cadavere del nemico scorrere sul fiume, disposta a dargli una mano attiva qualora minacciasse di tardare. Terza e ultima, la componente di Alleanza Nazionale che da tempo non alza la voce, non lancia proclami e non rivendica poltrone per principio, dunque che — dicono numerosi osservatori di diverso orientamento politico — si è oggettivamente guadagnata quello spazio televisivo pubblico che mai ha finora avuto, se non in minima parte.

La calma dei forti

Questo ruolo di An lo interpreta bene Mario Landolfi, presidente della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai e deputato campano alla terza legislatura. E lo ribadisce Gennaro Malgieri, altro campano brillantemente riconfermato in Puglia, direttore politico del Secolo d’Italia — quotidiano di An — e del mensile Percorsi di politica, cultura, economia, e Segretario (informatissimo e attentissimo alle problematiche dell’editoria e della comunicazione) della Commissione cultura della Camera. Secondo Landolfi, la Rai anticipa i mutamenti di fronte (un’autorevole conferma di quanto dicono anche altri addetti ai lavori) e ultimamente ha presagito il tracollo della Sinistra, incominciando (un’altra conferma) le grandi manovre di riposizionamento dietro le quinte (in tutti i sensi) dei propri palcoscenici. «A parte i Daniele Luttazzi e i Michele Santoro dai piedi pesanti come il piombo, c’è da interrogarsi profondamente su chi decide, scrive e gestisce i programmi meno noti e blasonati che 24 su 24 influenzano surrettiziamente il modo di far cultura, di sentire, di percepire, di pensare e di vivere di teleutenti grandi e piccoli…». Gad Lerner cercò di trascinarlo seco nella sua personalissima caduta degli dèi, ma gli è andata male come sempre accade ai temerari.

Landolfi non è un fan dello spoil system applicato alla Rai e ritiene che il “nuovo corso” debba finalmente convincersi a premiare le professionalità e i talenti più delle tessere (anche se di centrodestra). Per lui, “Destra” vuol dire “non occupare”, undicesimo comandamento del suo mandato. Una cosa di destra su Zaccaria me la dice?, gli domando nel suo ufficio romano di via del Seminario, a due passi dal Pantheon. «Il mio contrasto con lui è così palese che non mi faccio problemi a rilasciare dichiarazioni come la seguente: è un uomo innamorato del potere e al potere resta più che mai avvinghiato. Dovrebbe invece cortesemente farsi da parte, come a suo tempo promise di fare dopo le elezioni e come invece ostentatamente non sta facendo. Per Zaccaria esiste un contrasto ultimo fra televisioni pubblica e privata. Un conflitto insanabile in conseguenza del quale egli agisce. Interpretando, dunque, un forte e oggettivo ruolo politico. Durante la scorsa campagna elettorale, la sua Rai si è resa protagonista di uno spudorato attacco alla CdL (in specie al suo candidato premier), assolutamente studiato. Se non proprio una regia, vi è certamente stata una strategia. Benché critico della gestione di Enzo Siciliano, dico senza mezzi termini che con Zaccaria la Rai ha davvero toccato il fondo di quel barile che poi non ha trovato di meglio che raschiare nel modo in cui si è visto. Fondo del barile sia per qualità dei programmi, che per ideologizzazione del messaggio televisivo a senso unico». Lei pensa alla riqualificazione di un’azienda pubblica. Qualche progetto concreto? «È tutto da studiare, ma il canone Rai potrebbe essere messo all’asta al miglior offerente di servizi. Mi spiego. Il canone frutta x? Ebbene: si metta la cifra sul mercato, a disposizione di chi dimostra di saper garantire un buon servizio televisivo. Tra l’altro si risolverebbe il problema cronico delle risorse che affligge l’azienda e si renderebbe obsoleta la diatriba sulla privatizzazione».

Roma in diretta televisiva

È come un ministero, come un mistero. Viale Mazzini, via Teulada e Saxa Rubra sono i suoi capoluoghi di provincia. Dentro c’è un meandro di corridoi, piani, studi, stanze, stanzini, stanzone; e poi un via vai di tecnici, conduttori, umanità varia, incravattati doc e rigorosi cultori del casual più trasandato. Li vedi tutti: mezzibusti, presentatori, ospiti fissi professionisti. Da dietro una porta appare sublime la chioma sbarazzina di un Gabriele LaPorta. Che di questa Rai è un simbolo vivente, un totem. Avrebbe fatto contento Enrico VIII, che voleva un obbediente “uomo per tutte le stagioni”. Ai tempi di Letizia Moratti, divenne direttore di RaiDue in quota Lega Nord, con il “ribaltone” passò a sinistra e oggi, direttore dei palinsesti notturni, sta con Rifondazione Comunista. Come dicevano nella Milano del Seicento? «Franza o Spagna purché se magna». Come in ogni bel Ministero italiano che si rispetti, estrai un documento d’identità rapido come una colt, ti annunciano, prendi il pass e buena suerte caballero! Cerchi la stanza al piano. È facile (pensi), perché sono tutte numerate in ordine progressivo, a centinaia. Ma la tua — per un irritante scherzetto di quel genio beffardo di cartesiana memoria che ti prende costantemente in giro — non sta dove dovrebbe. C’è il numero prima, quello dopo, ma il tuo no. Lo trovi per miracolo, quindi lo infili in volata, entri e leggi: «I dipendenti Rai non vedono l’ora di tornare a casa». E così t’imbatti subito nei socialisti. Ce ne son di tutte le razze, specie e famiglie, che Linneo scoppierebbe di giubilo. Ecco i craxiani unreconstructed (irriducibili e audaci, che gli altri li guardano come appestati), e là i colpiti da “sindrome da Giuliano Amato”: ovvero quelli che, uguali e contrari ad Antonio, da sodali di Cesare sono finiti compagni di Bruto. Se non fai i conti con gl’ingressi Rai a suo tempo in quota socialista, non capisci la baracca. Né ti rendi conto del potere che il vecchio Psi esercitò ben al di là del suo stabile circa 10% dei tempi d’oro. Per carità: nessun dipietrismo. Solo che se non si valuta bene il peso attuale degli “ex”, non si capisce né Boselli in parlamento, né il “fattore K” in Rai.

Il carrozzone va avanti da sé

Come saggiamente osservava Giuseppe Tomasi di Lampedusa nell’immortale Il gattopardo, il segreto sta nel riuscire a cambiare tutto per non mutare alcunché. Tutto (di tutto, di più) scorre come acqua fresca. Il palpabile timore che si percepisce intervistando, chiacchierando, ficcanasando è che il grande carrozzone Rai riesca ad assorbire, senza colpo ferire, pure l’attuale passaggio di potere politico ai vertici del Paese. Certo, cambierannno responsabili di rete e di testata (il toto-direttore già impazza, ma pure già miete vittime), ma la morta gora di certi funzionari, di tali faccendieri, di quelle marionette, la gran massa insomma di quello che una collega definisce «il ventre molle» dell’azienda resterà. «Magari cambiasse. Non cambierà…», sospira un mezzobusto in odore di nomina. Al tempo in cui la prima rete era democristiana, la seconda socialista e la terza TeleKabul, l’uomo che ha finito i propri giorni ad Hammamet — il toro simbolicamente e liturgicamente caricato di tutti i mali dell’italica politica nell’arena di quella Tangentopoli in cui i Pm di Milano giostravano con banderillas, spada e muleta roja — usava dire che per telefonare in Rai bastava digitare questo numero: 06 (prefisso capitolino di rigore), seguito dal 632111 (numeri proporzionali delle lottizzazioni Dc, Psi, Pci e laici sparsi).

Poi…

Poi, nel 1994, il “Silvio Berlusconi Uno”, con il Cavaliere che scende agli inferi a liberare le anime del purgatorio e la Moratti che tenta di scuotere il Politbjuro televisivo. Dura, però, come una promessa di Clemente Mastella ed è subito ribaltone, con i reprobi ricacciati alla partenza. Clemente Mimun è l’eccezione che conferma la regola. Nel 1996, nel pieno dell’occupazione ulivista della televisione pubblica, il direttore di RaiDue Carlo Freccero era quello che diceva che in una rete generalista come la sua non c’era spazio per l’informazione politica. Si è ricreduto solo dopo, grazie a Michele Santoro. E la trasformazione dei lotti di Mamma Rai in blocchi impermeabilmente governativi è avvenuta proprio con la gestione Enzo Siciliano. Assunzioni allegre, pensionamenti anticipati non proprio volontari e messa a contratto dei capi ufficio-stampa della maggioranza ulivista (come Andrea Salerno, attaché de presse di Walter Veltroni, che da Botteghe Oscure e Palazzo Chigi è finito disinvoltamente prima a RaiDue, poi a RaiTre). Storia, peraltro, di tante cause giudiziarie che viale Mazzini ha perso, trovandosi costretta a reintegrare gli epurati.

Ubriacatura da megalomania

Quando finalmente vi hanno messo sopra le mani, agguantando un sogno antico e lungamente coltivato, si sono sbronzati. Chi? Roberto Zaccaria e Pierlugi Celli, che hanno preso in mano un giocattolino seducente. Solo che è stato come darlo a un bambino. Controllavano tutto, vagliavano tutto, mettevano il becco in tutto. È rimasto solo il ricco-di-sé Roby Zac. Peccato che, dicono gli addetti ai lavori, non capisca un’acca di produzione televisiva. E i costi sono andati alle stelle. La simpatica Simona Ventura viaggia a 4 miliardi e mezzo l’anno. Per i suoi 125 milioni di caz…ate, il simpatico Adriano Celentano ha preso 25 miliardi; tre volte di più dell’altra volta. La regia del simpatico Festival di Sanremo 2001 è costata 700 milioni a serata, 70 l’anno prima e l’audience cala inesorabilmente. Perché? «Perché i soldi da spendere sono quelli degli altri», dicono i simpaticoni del Settimo Piano di viale Mazzini. Riflettete: non è forse lo stesso criterio che ha portato al dissesto della finanza pubblica italiana? Esattamente come Massimo D’Alema al governo, Celli creò le condizioni per “vendere” agli amici un patrimonio che si regge al 70% sulle tasse degl’italiani. Fatto sta che in Rai non si produce più alcunché e tutto vien dato da fare all’esterno, anche gli show più banali. Agostino Saccà ne ha detto tante, ma una l’ha azzeccata: gli stipendi della baracca sono pagati dal canone e dai RaiUno. L’utile di 80 miliardi dell’ultimo anno? Il canone pagato dagli italiani. Privatizzare? Ma va là. E poi pensate che ne sarebbe del povero Zaccaria. Il suo mandato presidenziale scade nel gennaio 2002. E Berlusconi ha tutto l’interesse a far recitare all’istrione Zac lo “spirito di servizio” già interpretato al Corriere della Sera. L’ex Ppi è in debito di un Santoro e di un Luttazzi. Il Cavaliere può concedere (lui non è Francesco “Epurator” Storace) e la coppia Giampiero Gamaleri-Alberto Contri conviene: «Facciamogli almeno passare l’estate».

È morto il re, viva il re (lo stesso di prima)

Qualcuno dice che il direttore Rai Claudio Cappon sappia far di conto. E così si parla di una sua riconferma ai vertici della Tv di Stato anche nell’era Berlusconi. Magari affiancato da un forte vicedirettore con delega alla produzione. Già, perché avrà tanti pregi, ma di questo proprio non s’intende neppure lui. Qualcuno fa il nome di Saccà; altri quello di Giancarlo Leone, visto che (già morattiano con la Moratti e braccio destro di Franco Iseppi, colui che portò in Rai Enzo Biagi), essendo amico di famiglia (per via paterna) di Gianni Letta, non stonerebbe neanche con il Centrodestra. Con Leone, però, dice il tam-tam di “gola profonda”, rifiorirebbe tutta quella schiera di personaggi che vanta credito (professionale) nei suoi confronti. E son tutti di sinistra. Cappon come delfino lo indica anche Zaccaria. Era lui l’uomo che faceva quadrare i conti a Celli anche quando matematicamente proprio non quadravano e che poi non ha proferito parola sulle nefandezze di campagna elettorale.

Cosa non sta succedendo

Nel 1996, la Moratti fu sostituita da un palese reggente, Giuseppe Morello, consigliere anziano. Era una situazione precaria come quella odierna, eppure la differenza è grande. Il Consiglio Siciliano fu nominato in tempi brevi, senza che nessuno si stracciasse le vesti. Imperava Romano Prodi e la Tv di Stato, a parte un brevissimo periodo, era tornata a essere quella di sempre, in mano al “partito UsigRai” del “Raffaele Fiengo della Tv pubblica”, il mitico responsabile comunicazione dei Ds Giuseppe Giulietti. Oggi, invece, i tempi di successione si fanno lunghi, sospettosamente lunghi. C’è chi giura che sistemare Zaccaria sia una bella gratta da pelare. Lui, intanto, tarda a mandare in giro il curriculum vitae. Così, in Rai, aspettando il vertice del G8 con il “popolo di Seattle” già descritto come compagnia di “bravi ragazzi”, si replica L’ispettore Derrick. E Lilli Gruber si sente delusa dalla Sinistra.

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