Raja Ben Slama
Tenera, graziosa, la voce di una bambolina, nessuno penserebbe mai di trovarsi di fronte alla nemica numero uno degli islamisti tunisini e non solo, colei che il leader carismatico di Ennadha Rachid Gannouchi vorrebbe vedere ‘impiccata in piazza’. Eppure Raja Ben Slama, docente di letteratura all’università di Tunisi, è una delle femministe arabe più coraggiose e intellettualmente dotate del panorama odierno. Coraggiosa come una leonessa: ha firmato un appello contro la Carta araba dei diritti umani, definita ‘inaccettabile’ e ‘arretrata’, e un altro contro ‘il silenzio arabo di fronte alla tragedia del Darfur’. Oltre a una significativa produzione scientifica, ha scritto articoli che definiscono isteriche le reazioni alle vignette danesi su Maometto, contro la censura religiosa e civile, per l’abrogazione delle leggi contro l’apostasia, di critica alle azioni di Hezbollah in Libano.
Signora Raja, lei è una ricercatrice, un’editorialista e una militante. Preferisce definirsi una militante dei diritti della donna o una militante dei diritti umani?
Sono una militante dei diritti umani, perché i diritti della donna fanno parte dei diritti umani. Oggi nel mondo arabo, e in particolare in Tunisia, la parola d’ordine è ‘I diritti umani per le donne’ proprio per sottolineare questo concetto.
Dal suo punto di vista di ricercatrice e di donna impegnata nelle realtà sociali, la donna musulmana di oggi è sottomessa o ribelle?
Non si può generalizzare, la situazione varia da un paese all’altro. Non c’è nulla in comune fra la condizione di una donna saudita e quella di una donna tunisina. In Arabia Saudita la donna non ha il diritto di avere un volto, di essere se stessa in uno spazio pubblico, di circolare in auto. In Tunisia la donna ha acquisito praticamente tutti i diritti tranne l’uguaglianza nell’eredità.
La sharia stabilisce che quella delle femmine sia la metà di quella dei maschi.
Sì, e certi funzionari tunisini dicono che i versetti coranici in proposito sono molto chiari. Ma allora ci sono anche versetti molto chiari sul fatto che si deve tagliare la mano ai ladri o sulla liceità della schiavitù: perché non applichiamo anche questi versetti? I versetti che vengono puntualmente applicati sono quelli che stabiliscono l’inferiorità della donna. La soluzione che io propongo nei miei testi è di separare religione e diritto, di non leggere più i testi religiosi come testi legislativi, disposizioni giuridiche. L’islam dovrebbe essere vissuto come un’esperienza spirituale, come un modo di comunicare con Dio, anche come un’etica, ma non dovrebbe più essere una modalità organizzativa sociale e politica globale. Tanto più che tale tipo di organizzazione comprende molte ingiustizie, ineguaglianze e contraddizioni.
A proposito di organizzazione sociale e politica: lei ha sottoscritto, insieme ad altri intellettuali, un appello contro la ratifica da parte del parlamento tunisino della Carta islamica dei diritti umani promossa dall’Organizzazione della conferenza islamica (Oci). Cosa c’è che non va in questa carta?
Il primo problema sta nel preambolo, dove grossomodo si afferma che l’islam coincide con la natura umana. È grave che si sia utilizzata una parola che più o meno significa ‘natura’. Si è data la preferenza a un ‘detto’ del Profeta secondo cui ogni essere umano nasce musulmano, e solo in seguito diventa ebreo, cristiano o altro. È un testo contrario allo spirito dei diritti umani e all’idea di diritto naturale. Quando si passa ai diritti umani elencati nella carta, tutti vengono definiti come limitati dalla sharia, cioè dalle disposizioni del diritto musulmano. In un colpo solo la carta annulla i diritti umani mentre li enuncia. È il caso della libertà di espressione sancita dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani: anche nella Carta islamica è enunciato questo diritto, ma entro i limiti della sharia. E soprattutto questa carta e le organizzazioni islamiche tutte continuano a non affrontare il problema di fondo, cioè la necessità di abrogare le leggi sulla blasfemia e l’apostasia: è sulla loro base che un uomo come Nasr Abu Zayd è stato costretto all’esilio in quanto apostata. Ora, questa legge nel Corano non esiste, non è formulata come tale: da nessuna parte è detto che colui che cambia religione deve essere ucciso. Vien detto che sarà punito da Dio, ma questa è un’altra cosa: nella letteratura giuridica musulmana queste vengono definite ‘le leggi dell’altro mondo’; si tratta di leggi che non riguardano la vita, ma l’aldilà. La Carta islamica dei diritti umani è un’occasione mancata: l’Oci avrebbe potuto fare un passo reale verso un islam più tollerante per davvero, ma non l’ha fatto. Perché non basta dichiararsi tolleranti per esserlo.
Sono molti i paesi musulmani che applicano leggi severe contro l’apostasia?
No, solo alcuni. Non la Tunisia, dove la sharia non è una fonte di legislazione ed è severamente proibito ai muftì emettere delle fatwe. Il problema, nella maggior parte dei paesi arabi, è che da una parte ci sono i tribunali e tutto il sistema giuridico moderno, e in parallelo ci sono i muftì, gli imam che emettono fatwe, cosa che crea in effetti un sistema paragiuridico piuttosto influente. Una fatwa normalmente non è vincolante, ma è influente.
Influenza anche i tribunali? Esistono giudici che giudicano in base alle fatwe, alla sharia?
In un paese come l’Egitto, dove a partire da Sadat è stato chiaramente enunciato che la sharia è la principale fonte della legislazione, un giurista può fare riferimento alla sharia. Ma questo crea contraddizioni enormi, perché contemporaneamente lo Stato egiziano ha sottoscritto le convenzioni internazionali sui diritti umani.
Parliamo della realtà del velo. Oggi nelle città del mondo arabo ci sono più donne velate di quante ce ne fossero 20 o 30 anni fa. Perché, secondo lei?
Negli anni Venti e Trenta c’è stato un movimento contro il velo tradizionale, di cui ho scritto la storia. Nello stesso periodo sono nati i Fratelli Musulmani, che erano sin dall’inizio un movimento antifemminista e a favore del velo. Però il velo che vediamo oggi non è il velo tradizionale, la maniera di velarsi è cambiata, e giustamente si parla di velo islamico. Ciò che spiega la propagazione del velo islamico, che è cosa diversa dal velo tradizionale, a mio parere è la rivoluzione iraniana. È la rivoluzione iraniana che, negli anni Settanta, ha propagato il modello della donna velata ma, nello stesso tempo, attiva. Donna attiva ma che porta su di sé i postumi dell’harem, che proietta sulla civitas l’ombra dell’harem. Perché il velo è una marchiatura che dice che la donna è proprietà dell’uomo, del padre o del marito: il corpo della donna deve essere controllato perché esso non le appartiene, appartiene agli uomini che organizzano lo scambio delle donne.
Eppure quella iraniana è stata una rivoluzione del mondo sciita, non di quello sunnita.
Sì, e fra sunniti e sciiti ci sono sempre stati conflitti, ma quando è scoppiata la rivoluzione iraniana i sunniti del Maghreb erano tutti a favore. Un altro fattore è l’ascesa dei movimenti integralisti sunniti, che fanno l’apologia del velo e producono una letteratura che sfocia nella colpevolizzazione e nell’occultamento della donna.
Sta di fatto che i governi e la società hanno accolto la loro propaganda, si sono mossi nella direzione indicata dagli integralisti.
C’è un altro fattore importante a questo riguardo, che è l’apparizione dei canali satellitari. Al Jazeera, per esempio, non fa altro che imporre a milioni di arabi il modello dei Fratelli Musulmani, il modello integralista. Al Jazeera è un mezzo di informazione che distrugge tutta la cultura democratica e laica nel mondo arabo.
Lei ha scritto molto anche intorno alla questione della censura. C’è un legame fra la limitazione del diritto alla libertà di espressione e la limitazione dei diritti della donna?
Sì, certamente: la questione femminile è paradigmatica. Le società che non riconoscono l’uguaglianza della donna e la sua libertà non riconoscono nessuna alterità, non riconoscono la differenza degli altri differenti: i poveri, gli omosessuali, i pazzi. Tutte queste categorie sono state poste in condizione di minorità e perseguitate dalle società tradizionali. Io penso che quando si libera la donna, anche queste altre categorie si liberano. Perché la donna è l’unità di misura con cui si possono effettuare tutte le misurazioni sociali: la donna rappresenta metà della società ed è il primo essere differente che si incontra.
Lei assume posizioni coraggiose con argomentazioni fondate. Ha dovuto pagare un prezzo per il suo impegno? C’è molta gente che la perseguita perché non ama le sue idee ed il suo impegno?
Non mi piace fare la martire, non mi piace lamentarmi. Soprattutto non amo compiacermi della persecuzione. Fra molti oppositori di origine araba c’è un compiacimento del proprio martirio che non mi piace. Il prezzo che ho pagato non è molto caro. Ricevo molte minacce via e-mail, molti insulti, ma tutto questo non mi dà fastidio. Quello che mi rattrista, quello che mi dà un senso di soffocamento, è la censura: non sopporto la censura. In Tunisia sono stati censurati due miei libri che trattano delle cose di cui abbiamo parlato ora. L’altra cosa che mi rattrista è l’isolamento di cui soffriamo rispetto ai media occidentali, che sono sempre pronti a dare ospitalità al punto di vista dei musulmani moderati, dei gran muftì, ma condannano all’oblìo i democratici come me che riflettono sulle condizioni e le possibilità di una nuova religiosità, di una forma di laicità musulmana. È uno stato di isolamento reale. Quando è scoppiata la protesta contro le caricature di Maometto, ho scritto un articolo in arabo che è apparso su alcuni siti internet. Volevo che fosse pubblicato anche sulla grande stampa francofona, e ne ho inviato una versione in francese a settimanali e quotidiani. Hanno avuto paura, nessuno l’ha pubblicato.
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