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Saxa Rubra (Roma). Quando il giornalista Rai va all’inferno, il diavolo, che è di buon umore, gli permette di scegliere il girone in cui abbrustolire per il resto dei suoi giorni.
«Ci sono tanti tuoi colleghi qui – lo invita il Diavolo -, cercati pure un posto dove ci sia qualcuno con cui hai lavorato in vita». Il giornalista Rai girovaga da un girone all’altro, in cerca di qualche volto amico. Dopo tanto scarpinare torna dal Diavolo. «Sono stato nella bolgia degli invidiosi e non ho trovato nessuno dei miei colleghi. Ho provato allora fra gli iracondi e, anche lì, non ho riconosciuto nessuno dei miei ex compagni. Sono sceso fin giù giù nel girone degli avari, ma neppure lì un volto amico. Non rimanevano che i traditori della peggior specie, quelli che condividono la pena con Giuda, eppure, nemmeno lì, con mia grande sorpresa, ho trovato qualche mio ex collega. Scusi, ma non mi vorrà far credere che io sia il primo giornalista Rai a finire nell’Ade?». E il Diavolo: «Hai provato al bar?».
Il sarcasmo acido della storiella è il benvenuto che ogni anima che s’aggira per Saxa Rubra, megasede della tv pubblica italiana nata – si dice – su un progetto messicano originariamente destinato alla costruzione di un carcere, si sente rivolgere una volta superati i cancelli. Il giornalista Rai ama prendersi in giro, forse anche per esorcizzare quell’immagine che fa dei dipendenti della tv pubblica italiana dei furbissimi voltagabbana, la cui fatica principale è il “riposizionamento” a seconda di come volta il vento. Un lavoro impegnativo che necessita della sua gavetta «e del proverbiale pelo sullo stomaco» conferma uno che in Rai ci lavora da qualche lustro. «Quel che accade in Rai accadrà nel paese, quel che si fiuta in Rai poi si avvererà nelle urne» ripetono un po’ tutti. A conferma che la Rai sia la sfera di cristallo di quel che sarà, raccontano che «in azienda sono venti giorni che si parla di un pareggio. La teoria partiva anche dal timore che un vincitore vero ci fosse. Per cui si fantasticava su possibili grandi coalizioni, su una spartizione delle reti televisive in base ai più improbabili scenari, e ognuno trovava nelle ipotesi più assurde la medesima morale: attendere, attendere, attendere». Via via di questo passo si fa notare come negli ultimi sei mesi nulla si sia mosso e come la stessa gestione dell’attuale direttore generale Alfredo Meocci sia stata all’insegna della miglior tradizione democristiana, dove non si fa nulla per non scontentare nessuno. «D’altronde, lo stesso consiglio d’amministrazione, pensato nella formula di cinque consiglieri contro quattro, è l’emblema di questa situazione da sabbie mobili». Cinque consiglieri di centrodestra spesso in disaccordo fra loro e quattro di centrosinistra, tra cui il presidente Claudio Petruccioli, «che avevano più da guadagnare in un pareggio che non in un’affermazione netta. Sparigliamento che avrebbe rimescolato le carte e messo in discussione la posizione raggiunta». Il cda a nove sedie «è stato un congegno studiato apposta per non decidere nulla, anzi per favorire veti incrociati e scambi di piccoli favori. Un modo geniale, se si vuole, per lasciare la grande politica fuori dalla porta, o comunque per attutirne il peso e l’influenza. Perché più è forte la politica, meno è forte la Rai».
IN PERENNE DIVENIRE
Complesso spiegare il microcosmo Rai, luogo dove la commedia delle parti e del riposizionamento politico è perenne. Sotto elezioni poi, è quasi un ideale di vita. «Basti l’esempio della collega – racconta un giornalista – entrata in quota Alleanza Nazionale, cui erano affidati servizi importanti all’interno del Tg, quindi una trasmissione di approfondimento in prima serata e che poi, d’un tratto, per una serie di litigi con i suoi referenti politici, ha dovuto abbandonare il programma. Sono sei mesi che fiuta il vento, senza saper più da che parte stare. Col centrodestra che l’ha premiata e poi silurata? Spostarsi col centrosinistra in cerca di un aiuto, ma col pericolo di essere vista come un’appestata?». «E poi – aggiunge un altro – ci sarà da ridere nel vedere come tutti quelli arrivati col centrodestra, passati con mezze frasi e ammissioni nel centrosinistra sulla base dei sondaggi, adesso dovranno tornare dagli antichi padroni per mendicare un seggiolino». Così, si fa notare, si son mossi i più sprovveduti. Gli altri, la gran parte, ha navigato a vista per qualche mese. «Che in realtà – dice un altro anonimo – è la vera natura del dipendente Rai. E che anzi nel magma dell’indecisione, sguazza. Se c’è un padrone forte, una politica influente, il giornalista Rai si deve adeguare. Ma se tutto rimane nel limbo delle intenzioni, tutto rimane fermo, tutto tace e il redattore Rai può agire». Gli unici che continueranno a farla da padroni, bisbigliano, «saranno quelli dell’Usigrai, il sindacato interno dei giornalisti che, grazie a una serie di abili mosse, è riuscito a conquistare il privilegio di indicare in quale bacino d’utenza debbano essere fatte le nomine». Così, l’Usigrai, da sempre spostato su posizioni di sinistra, continuerà ad immettere nella rete pubblica giornalisti a lei vicini, «lasciando pure che i vertici mutino, ma tenendo in pugno la “manovalanza” dei precari che sognano un futuro da redattori». E per avvalorare la tesi si fa notare come valga da sempre l’adagio: «I direttori di testata, di rete, i consiglieri d’amministrazione cambiano, i giornalisti assunti rimangono. E su 1600 giornalisti dipendenti Rai, la maggior parte fa riferimento all’Usigrai e, soprattutto, tutti quelli nuovi che entreranno, dovranno dire “grazie” al sindacato che li ha fatti assumere». Su questo aspetto il centrodestra è stato finora «carente perché non è mai risuscito a creare un “sindacato” alternativo all’esistente». «E anche quando ha imposto trasmissioni a essa più vicine, come “Excalibur” e “Punto e a capo” le ha poi lasciate arenare. Mentre il centrosinistra ha saputo sostituire Michele Santoro con Giovanni Floris, il centrodestra ha finito per avere come propria trasmissione di riferimento quella di Anna La Rosa che, guarda caso, negli ultimi tempi, è andata in onda senza mai assumere una posizione “politica” precisa. Anzi, facendo della propria equidistanza incolore la propria firma giornalistica». Perché qualcosa cambi sarebbe necessario «che il centrodestra facesse tesoro di questi cinque anni in Rai, dove non solo non è riuscito a scalfire un potere consolidato degli uomini della sinistra, ma nemmeno a proporre una mentalità e un diverso modo di “fare” cultura attraverso il giornalismo. Se la Rai non avrà la sua rivoluzione, continuerà a rimanere uguale a se stessa, gioiosamente appagata della sua immutabilità».
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