Realtà svelata

Di Arrigoni Gianluca
12 Febbraio 2004
In Francia il divieto di portare simboli religiosi è legge. Tra rischi di emarginazione, sottovalutazione e laicismo esasperato

Dopo mesi di polemiche e discussioni, questa settimana l’Assemblea nazionale ha approvato la legge che dal prossimo anno scolastico vieterà nelle scuole pubbliche (università e scuole private escluse) i «segni o modi di vestire con i quali gli allievi manifestino in modo ostensibile una appartenenza religiosa». Nella discussione in Parlamento la legge è stata emendata e, ad ulteriore dimostrazione dei dubbi sulla sua effettiva utilità e opportunità, i deputati hanno reso in qualche modo “sperimentale” la nuova norma, prevedendo di valutarne i risultati al termine del primo anno di applicazione. In realtà questa legge rischia di rivelarsi completamente inadeguata perché diretta contro un obiettivo, il velo islamico, che non è che il simbolo più appariscente di un malessere più generale. Sono molti infatti i giovani, figli o nipoti di immigrati, in prevalenza maghrebini, che si sentono emarginati e che non solo subiscono in modo più pesante di altri la crisi economica, ma spesso sono vittime di un reale razzismo antiarabo nei bisogni primari, dalla ricerca di un lavoro a quella di un alloggio in affitto. A complicare il quadro, alla discriminazione si sovrappone la diffidenza verso l’islam seguita agli avvenimenti dell’11 settembre, e l’attivismo della propaganda dei fondamentalisti islamici che, proprio a causa delle difficoltà d’integrazione, ha trovato in Francia un terreno fertile. La comunità musulmana, sostengono gli islamisti, per “reagire” all’ostracismo di chi ad essa è esterno, deve fare fronte ed essere solidale. Una mezza verità, perché se è vero che in Francia è presente un razzismo antiarabo, in questo caso “gli altri”, in generale, non rifiutano i musulmani ma bensì il tentativo degli islamici di far penetrare surrettiziamente nello spazio democratico le leggi del fondamentalismo. Comunque sia il simbolo più evidente del successo di questa strategia è il velo islamico, che in questo quadro assume più il carattere di una rivendicazione politica che non quello della devozione religiosa. E a dimostrazione che i dirigenti francesi si sono resi conto che questo non è che un “epifenomeno” di un problema più vasto, lo scorso 3 luglio il primo ministro, Jean-Pierre Raffarin, ha chiesto all’“Alto consiglio per l’integrazione” di elaborare delle proposte per permettere una migliore promozione sociale dei giovani che vivono nei quartieri più turbolenti e contemporaneamente ha stanziato 6 miliardi di euro per realizzare un enorme progetto di demolizione, ricostruzione e riabilitazione di tali quartieri. Le iniziative governative “in difesa della laicità” hanno avuto un ruolo positivo, permettendo di capire meglio la natura dei problemi legati all’integrazione, ed è leggendo le testimonianze delle numerose persone ascoltate dalla Commissione Stasi e dalla missione d’informazione parlamentare (vedi www.laic.info) che ci si può rendere conto di quanto sia complessa e per certi versi pericolosa la situazione. Yves Bertrand, direttore centrale dei servizi segreti, dopo aver dato un quadro generale della progressione della propaganda islamista in Francia ha affermato che nei prossimi mesi le organizzazioni musulmane cercheranno di oltrepassare il quadro scolastico per toccare il mondo del lavoro. Le conclusioni del rapporto della Commissione Stasi confortano l’analisi di Yves Bertrand: «Alcuni responsabili, nelle aziende, si trovano di fronte del personale che porta il velo islamico e rifiuta di stringere la mano dei loro colleghi maschi. Alcuni impiegati non riconoscono l’autorità dei loro superiori, se sono donne». Ma c’è di peggio, dice il rapporto Stasi: «è stata chiesta la ricusazione di un magistrato a causa della sua supposta appartenenza religiosa». Di più, malati musulmani hanno rifiutato di farsi curare da personale paramedico femminile oppure mariti, fratelli o padri hanno rifiutato di far curare la propria moglie, sorella o figlia da medici che non fossero donne. Ma, parallelamente a quelli che dovrebbero forse essere considerati dei problemi di ordine pubblico, esiste il problema della “laicità alla francese”, che ancora oggi assume caratteristiche da “fondamentalismo laicista”, come ha dimostrato il rifiuto di riconoscere le radici giudaico-cristiane dell’Europa. Il cardinale Lustiger, testimoniando davanti alla commissione Stasi, ha detto con ironia: «Sono stato colpito nel vedere che la laicità è oggi una parola che attira, come una specie di calamita, praticamente l’insieme dei problemi sociali, morali, di coscienza nazionale che nelle attuali circostanze porta con sé la nostra repubblica e la nostra nazione», concludendo, riferendosi al compromesso raggiunto all’inizio del secolo scorso tra lo Stato e la Chiesa, che «rimettendolo in discussione noi tocchiamo in modo molto più grave di quello che ci si può immaginare all’equilibrio reale, giuridico, sociale e simbolico della Francia». Per il momento i deputati, emendando la legge, sembrano avere accolto, anche solo parzialmente, questa esortazione alla prudenza.

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