Resistenza artigiana

Di Pietro Piccinini
04 Dicembre 2003
All’“Artigiano in fiera”, la più grande manifestazione mondiale del settore, gli artigiani studiano una strategia per garantire un futuro alla loro “anomalia virtuosa”

Una genialità capace di rendere bello, buono e utile anche l’oggetto più impensabile è ciò che ha fatto la storia di “Artigiano in fiera”», la colossale esposizione di prodotti artigianali provenienti da tutto il mondo che Ge.Fi ormai da otto anni organizza a Milano (cfr. box a lato). Il presidente della società Antonio Intiglietta garantisce a Tempi che in questi giorni in fiera c’è davvero di tutto, «dall’artigiano che da un osso di mucca ricava un oggetto di bigiotteria, al maestro valdostano che esegue a mano statue magnifiche in legno di cirmolo». “Artigiano in fiera” è una piazza che unisce imprenditori cinesi e imprenditori comaschi, una manifestazione internazionale fatta di stand commerciali, prodotti artigianali, curiosità, ristoranti tipici, convegni, «ma se uno scava un po’, al fondo si accorge che è un mare di storie bellissime e inaudite. Pensa che vogliamo farne un libro: in questi giorni partiremo con le interviste. Qui ci sono storie dell’altro mondo, con creatività incredibili».
Presidente, la vostra è ormai la fiera dell’artigianato più grande del mondo. Quale intento sostiene “Artigiano in fiera”?
La fiera è una grande palestra per la micro e la piccola impresa. Innanzitutto è una palestra di formazione al lavoro, perché gli artigiani normalmente incontrano parecchie difficoltà nella vendita. In secondo luogo, di formazione al marketing perchè ai piccoli imprenditori, che spesso non hanno un’adeguata conoscenza del mercato, viene offerto un confronto immediato con tutto il mondo. Il giudizio diretto dei visitatori è anche il miglior indicatore dell’effettivo rapporto qualità-prezzo che gli artigiani sono in grado di offrire con il proprio prodotto. Infine per molti è un’occasione per allargare il proprio mercato e instaurare rapporti che nel tempo generano lavoro.
Con la fiera lei tocca sicuramente temi attualmente molto delicati, al centro del dibattito pubblico in diversi ambiti, non solo in quello economico. Come rispondono le istituzioni?
“Artigiano in fiera” fa emergere la necessità di avviare subito in Italia una politica di aiuto effettivo ad un soggetto che rappresenta un patrimonio economico inestimabile nel paese, ma che spesso viene risucchiato dal sistema invece che essere considerato adeguatamente. È già cominciata la corsa alla delocalizzazione e molte aziende artigianali si trovano costrette a chiudere. L’incontro più significativo l’abbiamo avuto con Tremonti e Formigoni: una conferenza promossa dalla fondazione per la Sussidiarietà della Compagnia delle Opere, con a tema “L’anomalia virtuosa: l’artigiano del futuro”. Sono emersi 5 elementi basilari della politica necessaria ad evitare che entro i prossimi 20 anni sia sperperato del tutto quel grande patrimonio (l’“anomalia virtuosa”, appunto) che è l’artigianato per Italia: innanzitutto l’imprenditore ha bisogno che si ricomponga un humus sociale e culturale, una comunità intorno a lui perché se viene lasciato solo, se non ha lo scopo, la ragione per cui costruire, a un certo punto molla; poi ha bisogno di una formazione permanente perché parte con la sua creatività, ma ha bisogno di imparare a sviluppare l’impresa; ha bisogno di una politica finanziaria che non sia quella di oggi in Italia, che è quella di Robin Hood al contrario (si ruba ai piccoli per regalare ai grandi); la quarta necessità è la connessione tra innovazione tecnologica, la materia e la produzione, che è la strada del futuro: come testimonia l’incremento delle forniture artigianali d’eccellenza, per esemipo per Mercedes e Bmw; l’ultimo ingrediente fondamentale, per finire, è l’internazionalizzazione.

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