Ricette bipartisan contro il declino
Metti un pomeriggio a Montecitorio con alcuni dei più brillanti esponenti dell’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà, invitati da Tempi per un forum intorno ad un tema che merita ampiamente un impegno bipartisan: il declino del sistema-Italia, i modi per arrestarlo e invertirlo. Si sono gentilmente resi disponibili Pierluigi Bersani dei Ds, Luigi Casero e Maurizio Lupi di Forza Italia, Enrico Letta ed Ermete Realacci della Margherita. Li hanno interpellati il direttore Luigi Amicone e Rodolfo Casadei.
Amicone: Giorgio Vittadini, ex presidente Cdo, dice che per affrontare la crisi odierna servirebbe a livello politico una nuova unità nazionale, tagliando fuori le estreme. Il vostro intergruppo sembrerebbe l’interlocutore politico di un progetto del genere. Cosa ne pensate?
Lupi: Io credo che ci debba essere un’assunzione di responsabilità da parte di tutti in una situazione come quella che stiamo vivendo. Il punto non è l’unità come schema, ma il partire dalla stima reciproca per l’interlocutore, perché questa possa tradursi in azioni concrete ed eventualmente in percorsi comuni. Quando si fece l’unità nazionale nel nostro paese dopo il rapimento Moro, fu per un senso di responsabilità cosciente, non astratto, nei confronti del bene del paese. Oggi chiunque si rifa a quello spirito è immediatamente tacciato di consociativismo, di fare l’amore con il diavolo Berlusconi o con il diavolo comunista.
Letta: Il problema sta nella solita legge del pendolo che caratterizza molte dinamiche italiane. Da una fase politica in cui i contorni tra maggioranza e opposizione erano molto labili e il ruolo dell’opposizione era sovradimensionato, siamo passati ad un bipolarismo che ci ha portato all’estremo opposto. Oggi siamo arrivati all’assurdo per cui maggioranza ed opposizione si scontrano non su singole cose, ma su una visione generale della vita, come poteva accadere trenta o quarant’anni fa, in termini fittizi. Viene creata una sovrastruttura di scontro ideologico che poi viene applicata in modo surrettizio ai singoli temi e ai singoli provvedimenti. L’effetto di tutto questo è la demonizzazione dell’avversario ed il fatto che in parlamento non c’è nessuna forma di dialogo né cose fatte insieme. Appena si è trovato uno spiraglio, persone di buona volontà che soffrono questa costrizione hanno cominciato a dire: «Ma perché non lasciamo da parte la sovrastruttura ideologica e cominciamo a ragionare sulle cose?».
Casadei: Il tema del nostro forum è “il declino italiano: come contrastarlo, come invertire la rotta”. Andando un po’ a scartabellare tra i rapporti dei vari istituti si scopre che il tema è giustificatamente bipartisan perché questo declino in realtà va avanti da tempo, non è legato ad un governo o ad un altro. Per esempio nei rapporti sulla competitività di sistema dell’“Institute for Management Development” di Losanna si vede che l’Italia ha perso posizioni negli anni in cui governava l’Ulivo e continua a perdere posizioni adesso che governa la Casa delle Libertà. Stessa cosa per quanto riguarda la competitività dei prezzi dei nostri prodotti industriali. Le statistiche di Istat e Confindustria dimostrano che fra il 2000 ed oggi i nostri prezzi industriali hanno perso 11 punti di competitività rispetto a quelli degli altri paesi industrializzati, 5 con l’Ulivo e 6 con la Casa delle Libertà. Perché questo trend negativo? Cosa si deve fare per invertirlo?
Casero: Innanzitutto esiste una perdita di competitività italiana ed europea legata all’invecchiamento della popolazione in Italia e in Europa. Chiaramente un paese o un continente più vecchio sono meno competitivi di un paese o di un continente giovani. Poi ci sono i problemi specifici dell’Italia. Negli anni Settanta e Ottanta questo paese è cresciuto sulla base di due grandi elementi: una moneta debole che permetteva ad un sistema strutturalmente debole di essere competitivo, ed una spesa pubblica che ha sostenuto la crescita italiana, creando però il problema del debito. Improvvisamente questo paese si trova ad avere una moneta forte sulla cui svalutazione non può più intervenire e a non poter più usare la spesa pubblica avendo sottoscritto il Patto di stabilità europeo. Deve chiaramente crescere sulla competitività interna, ma è una crescita difficile da fare in un paese che sta invecchiando, affollato di lobbies che cercano di garantirsi le posizioni raggiunte. Quindi è necessario intervenire su due fronti. Il primo in chiave europea: le scelte di politica economica devono essere condivise a livello europeo, deve esistere una politica economica europea che compete con quella americana, giapponese, dell’Estremo Oriente, ecc., usando strumenti di politica fiscale e di politica monetaria. Il secondo è quello a livello italiano: occorre da una parte accelerare le riforme strutturali, dall’altra far sì che la piccola e media impresa (Pmi) abbiano sul territorio tutta una serie di strumenti per poter crescere.
Letta: Io credo che ci sia stato un calo di competitività nella prima metà degli anni Novanta lento, graduale dovuto al fatto che l’arrivo delle regole di Maastricht ha messo a nudo come la competitività italiana degli anni precedenti fosse dopata. è chiaro che se tu attivi molte risorse usando il debito pubblico, cioè scaricando i problemi sul futuro, nel momento in cui non puoi più usare questi strumenti cominci lentamente a declinare. Poi nella seconda metà degli anni Novanta è cambiato il contesto globale, si sono affacciati sui mercati degli attori che prima non c’erano che hanno aggredito la capacità competitiva e produttiva di un paese come l’Italia, cioè di un paese le cui filiere di industria manifatturiera fanno sia l’alta qualità che la bassa qualità e larga quantità; un paese con una capacità di fare una internazionalizzazione giocata più sul “mordi e fuggi” del piccolo imprenditore che sul massiccio intervento di sistema. L’effetto è stato che negli ultimi anni la lenta e graduale perdita di competitività è diventata una corsa al declino. La situazione è molto allarmante, perché il problema non è congiunturale, è strutturale. Quindi occorre un cambio di passo, un elettro shock? Io penso che oggi l’inerzia non sia sufficiente, soprattutto non è sufficiente la politica degli interventi di incentivazione a pioggia alle imprese, qualunque cosa esse facciano. Elettro shock vuol dire abbandonare le produzioni a basso costo e bassa qualità, perché su quelle perderemo da adesso in poi sempre, e quindi abbandonare gli incentivi a quelle produzioni; scegliere di incentivare soltanto l’iniezione di qualità e di innovazione nell’attività produttiva.
Bersani: è chiaro che con la crescita dei fenomeni di globalizzazione i nodi che riguardano il nostro apparato produttivo sono arrivati al pettine. Ma c’è anche un fenomeno di ciclo su cui non stiamo intervenendo bene. Se pensiamo solo ai grandi problemi strutturali ai quali bisogna metter mano, ma non pensiamo anche a questi anni che stiamo vivendo, credo che facciamo un errore molto serio. Riconosco che nel lungo periodo c’è un fenomeno che interessa il paese e su cui non c’è né destra né sinistra, però non posso sottovalutare il fatto che stiamo perdendo posizioni anche nella dimensione relativa, rispetto al contesto europeo. Stiamo perdendo quei due o tre anni dal punto di vista delle quote di export, delle dinamiche dell’occupazione, della crescita del Pil, dell’andamento dell’inflazione, che ci darebbero respiro. Qui ci sarebbe spazio per una iniziativa bipartisan sul serio, perché sulle riforme di struttura è più difficile, ma su un bel menù di interventi che incidono nel ciclo e che possono dare maggiore attività all’economia, non c’è nessuna remora ideologica a vederlo assieme.
Realacci: Io francamente considero interessanti ma non prendo per oro colato queste statistiche sulla competitività, perché è molto difficile valutare complessivamente ciò che rende un paese competitivo. Ho visto l’altro giorno una bella intervista a Della Valle, che spiegava perché lui pensa ancora che le scarpe migliori del mondo si possono fare solo nelle Marche, e lo spiegava in relazione al fatto che puoi produrre qualità quando incroci la qualità dei lavoratori, del territorio, della percezione della missione aziendale. Allora io credo che questo sia anche per il nostro gruppo un terreno fecondo di riflessione, cioè l’intreccio che c’è tra la qualità sociale dell’Italia e quindi anche il ruolo della sussidiarietà nella definizione di questa elevata qualità sociale italiana da una parte, e il terreno della competitività economica dall’altra. Io ho sempre pensato che la questione dell’articolo 18 era sbagliata non per il valore in sé delle modifiche proposte, ma perché collocava il dibattito sulla competitività su un terreno sbagliato, quello dell’abbassamento dei diritti; e che la legge Tremonti era sbagliata perché è un meccanismo indifferenziato, in cui quell’azione di selezione degli interventi che Letta proponeva non c’è.
Lupi: Io sono stato particolarmente colpito da come il paese ha reagito ai 19 morti di Nassiriya, perché c’è stata una riscoperta della capacità di saper spendere la propria vita per un ideale, di saper costruire qualcosa, di sapere farsi apprezzare. Un paese che riscopre la sua identità e ha fiducia in se stesso scopre anche quali armi possono essere date per essere più competitivi.
In secondo luogo, Bersani ha detto una cosa vera: guardiamo alle riforme strutturali, ma guardiamo anche alle cose che possono essere fatte oggi. Il problema è che se finora non abbiamo saputo affrontare né le questioni strutturali, né la gestione del ciclo, che ci sia l’Ulivo o la Cdl, vuol dire che la classe politica e imprenditoriale di questo paese non ha saputo ripensare, a partire dalla propria identità, ad un nuovo modello vero da proporre.
Casadei: Avete spiegato bene le ragioni del declino, avete spezzato una lancia a favore della piccola e media impresa che rappresenta il modello di sviluppo italiano. Però oggi questo modello è in crisi. Sembra che per la prima volta rinasca lo spirito di patria, ma sono sempre più forti le ragioni del declino materiale, strutturale del paese. Come si può mettere al servizio di questo rinato spirito di appartenenza la politica, la possibilità di governare i fenomeni, quindi di fare sì che quello che è il modello italiano abbia nuove carte da giocare?
Amicone: Secondo voi quali sono quelle due o tre cose sulle quali sarebbe necessario subito l’elettroshock e che in tempi brevi si dovrebbero fare assieme? Perché su un tema come la formazione e l’istruzione, che Blair ha lanciato come priorità, qui da noi è tutto fermo?
Letta: Vado per titoli, senza declinarli. Prima cosa: c’è bisogno di far crescere la dimensione di impresa, questa oggi è la priorità.
Oggi se tu non fai politiche fiscali che incentivino la fusione tra le medie imprese italiane, rischi la marginalizzazione e di far uscire dal mercato una buona fetta del nostro sistema imprenditoriale. Secondo punto: gli interventi di incentivazione all’attività di impresa devono essere selettivi, mirati a chi fa innovazione. Terzo tema: forte impegno sulla internazionalizzazione, che vuol dire non parole, ma un impegno dell’ente pubblico e della rappresentanza sociale (Camere di Commercio, Confindustria, Confartigianato, Confcooperative, ecc.) a considerare questo tema come il tema prioritario. Quindi da una parte risorse pubbliche ai distretti industriali che fanno internazionalizzazione, dall’altro le rappresentanze sociali devono concentrare qui la metà del proprio lavoro, perché è un tema che il piccolo imprenditore da solo non potrà mai affrontare. Quarto, la formazione e l’istruzione di alto livello: bisogna fare un grosso lavoro per alzare il numero dei laureati in Italia, per favorire le eccellenze, per mettere in competizione le università fra di loro. Quinto, una riforma del welfare che dia fiducia e non spaventi.
Amicone: Su quest’ultimo punto mi sembra un po’ strano il messaggio della sinistra: Prodi dall’Europa dice che bisogna avere coraggio sulle pensioni, ma in Italia la sinistra fa fatica a dire quello che pensa veramente.
Bersani: Per fare delle riforme in Italia di coraggio ce ne vuole, e noi una riforma delle pensioni l’abbiamo fatta. Ma il problema è la struttura fondamentale che il paese deve avere per ritrovare la fiducia. Ci vuole una riorganizzazione del welfare rivolta ai giovani, che sono i più esposti e i meno garantiti, e non sarà un welfare che costa meno. E allora si arriva al punto: questo è un paese che ha bisogno come il pane di sfide dove l’asticella è molto alta: fedeltà fiscale, fedeltà contributiva, spirito civico, se non c’è questo come si fa a guardare avanti? Se prendi questo filo allora tutto viene di conseguenza. Allora aiuterai chi delocalizza una parte della sua attività all’estero, perché oggi se non sei piazzato a produrre nel mondo alla fine non riesci a produrre neanche in Italia. Investirai soldi pubblici nella Ricerca perché la Pmi da sola non ce la fa. Avrai qualche elemento difensivo tattico contro le produzioni altrui, per prenderci il tempo necessario alla nostra ristrutturazione, spingendo per norme internazionali che riguardano la sicurezza, l’ambiente, la tutela della salute, ecc. Concluderai accordi con le medie imprese capaci di internazionalizzazione perché affianchino la piccolissima impresa, che da sola non può più affacciarsi sui mercati e però non deve sparire, perché il sistema verrebbe deprivato di contenuti artigianali, qualitativi, creativi. Accentuerai un programma di liberalizzazione per suscitare un po’ di mercato interno, di investimenti, ecc. Tutte misure che nell’arco di due o tre anni possono ottenere qualcosa e incoraggiare le imprese.
Realacci: Bisogna fare un enorme investimento in Ricerca e sviluppo, in maniera intelligente, incrociandosi col sistema produttivo. Ho qualche dubbio sulla necessità di aumentare le dimensioni dell’impresa: credo che si possa avere un livello di competitività elevata mettendo in rete i piccoli, coerentemente al contesto economico, sociale, territoriale italiano. Invece la finanziaria taglia tantissimi soldi ai piccoli comuni, tra il 10 e il 20%…
Lupi: Faremo un emendamento, stai tranquillo…
Realacci: …questo taglio ai piccoli comuni fa risparmiare all’Italia qualcosa come 260-270 milioni di euro che è un quarto di quello che ci rimettiamo ogni anno per avere eliminato le tasse di successione per i super ricchi.
Casero: Esigere quella tassa costava più di quello che la tassa rendeva. Ma io tornerei alla metafora dell’“asticella alta”, che trovo molto giusta. è necessario un impegno bipartisan a non abbassare l’asticella, a non fare promesse che poi non possono essere mantenute. Ad esempio sulle pensioni: tutti siamo convinti che ci sia la necessità di intervenire e di spiegare al paese che, se vogliamo lo sviluppo, forse è più utile che le risorse non finiscano ad un 60enne che se ne sta in pensione e può lavorare ancora 5 anni, ma che ad esempio finiscano nella politica per gli anziani, per gli 80enni non autosufficienti, ecc. Ai punti già detti aggiungerei che è necessario, per esempio, intervenire sul sistema bancario, che in questo momento non permette lo sviluppo dell’impresa italiana. E, ultimo punto, esiste la necessità di investire in Ricerca, ma operando delle scelte qualitative: molti ricercatori universitari fanno un grande lavoro, altri no.
Amicone: Ma avete davanti tre anni di elezioni. Come possiamo sperare in iniziative coraggiose?
Lupi: Questo paese lo cambia chi non ha paura di perdere le elezioni, cioè chi è capace di non guardare all’interesse di breve periodo, che garantisce il consenso, ma di investire nel futuro. Certo, se andiamo avanti così il paese non lo cambiamo. Il messaggio allora è: ci sono poche risorse, uniamo le volontà per destinare queste risorse all’eccellenza e alla qualità, resistiamo alla tentazione di distribuirle a pioggia!
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