RIDISEGNIAMO L’EUROPA
Dopo l’impasse sul budget della Ue e il voto negativo ai referendum francese e olandese sulla Costituzione europea si può continuare a scrivere, come ha fatto il 19 giugno scorso Barbara Spinelli sulla Stampa, contro i “disfattisti” che esultano per il fallimento dell’Europa e i “sovranisti” che credono ancora in un relitto del passato come la sovranità nazionale, e contro il presunto complotto anti-europeo anglo-americano. Oppure, come suggerisce Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 21 giugno, si può cominciare a ragionare sul “come” dell’Europa senza scomuniche e senza frasi fatte. Proponiamo due brani di autori anglosassoni che ci sembrano un ottimo contributo al dibattito.
Tornare al tavolo da disegno
«La tappezzeria di Stati nazionali che caratterizza l’Europa di oggi ha bisogno di una qualche architettura che le faccia da cupola. Ma abbiamo costruito il tipo sbagliato di Europa col tipo sbagliato di istituzioni. Dobbiamo tornare al tavolo da disegno. (…) Blair deve imporre un’agenda volta a garantire che l’Europa faccia di meno ma lo faccia meglio. Il passo più importante sarebbe ridurre i poteri della Commissione europea e trasformarla in una struttura di Pubblica Amministrazione convenzionale. Gran parte della vecchia legislazione europea dovrebbe essere abrogata. Dopo di che, l’idea che gli stati nazione dovrebbero continuare a fare quel che sanno fare meglio deve diventare il principio centrale, forse traducibile in una norma che stabilisca che tutta la legislazione europea sia prima approvata da un voto di principio dei parlamenti nazionali. La Ue non dovrebbe avere nulla a che fare con argomenti come la discriminazione razziale e sessuale, la pubblicità dei tabacchi o i cibi grassi. Il mercato unico, che ancora non esiste, deve diventare realtà. Il bilancio dovrebbe essere ridimensionato alla spesa essenziale. C’è spazio per una politica estera della Ue, ma non la politica estera della Pesc (Politica estera e sicurezza comune). Tutte le cosiddette “ambasciate europee” con staff fornito di immunità diplomatica dovrebbero essere chiuse».
(Norman Lamont, ministro delle finanze britannico 1990-93, “A different ending to Europe’s script”, Financial Times,
22 giugno 2005)
Che fine hanno fatto Kant
e Tommaso Moro?
«Quel che colpisce l’osservatore nel modo di funzionare di Bruxelles è il soffocante, insopportabile materialismo della sua prospettiva. L’ultimo statista continentale che aveva coscienza del contesto storico e culturale dell’unità europea era Charles De Gaulle. Egli voleva “l’Europa delle patrie”. (…) Nessun esponente autorevole dell’odierna élite della Ue userebbe oggi un linguaggio del genere. La Ue non ha nessun contenuto intellettuale. I grandi scrittori non hanno alcun ruolo da giocare in essa, né i grandi pensatori o gli scienziati. Non è l’Europa dei Tomaso d’Aquino, dei Lutero, dei Calvino – o l’Europa di Galileo, Newton e Einstein. Cinquant’anni fa Robert Schumann, il primo dei padri fondatori, spesso citava nei suoi discorsi Kant e S. Tomaso Moro, Dante e Paul Valery. Per lui – lo diceva esplicitamente – costruire l’Europa era una “grande questione morale”. Parlava di “anima dell’Europa”. Tali pensieri ed espressioni non toccano nessuna corda nella Bruxelles di oggi. In breve, la Ue non è un corpo vivente, con una mente ed uno spirito ed un’anima vitale. E se non ritroverà queste dimensioni immateriali ma essenziali, sarà presto un corpo morto, il cadavere simbolico di un continente morente»
(Boris Johnson, scrittore e storico,
The Wall Street Journal, 22 giugno 2005)
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