Riforme. O Albania
Il nostro attuale sistema di protezione sociale a monopolio “statale” (welfare state), di cui fa parte anche la sanità, non può reggere la sfida dei tempi. Il finanziamento pubblico del sistema sanità (oggi al 6% circa del Pil) è destinato a lievitare a fronte del progressivo invecchiamento della popolazione e del rapido sviluppo tecnologico nel settore. Nelle condizioni attuali non è pensabile recuperare risorse aumentando il già alto carico fiscale o stornandole da altri settori della sicurezza sociale che gravano in maniera consistente sulla spesa pubblica (a questo proposito si ricorda che la spesa pensionistica in Italia è fra le più alte in Europa e si attesta circa al 14% del Pil). Bisogna avere il coraggio di un reale cambiamento con riforme che definiscano con chiarezza il compito dello Stato nella gestione del sistema sanità e che modifichino il sistema di finanziamento attraverso l’introduzione di fondi o mutue integrative sanitarie. L’amministrazione pubblica dovrebbe mantenere il monopolio sugli aspetti di regolazione del sistema (definizione dei livelli essenziali di assistenza, garanzia della qualità ed eguaglianza nell’accesso ai servizi, ecc.), mentre l’erogazione dei servizi dovrebbe essere affidata ad un sistema misto pubblico/privato accreditato per ottenere maggiore efficienza a fronte di risorse limitate. In alcune Regioni, fra cui la Lombardia, l’introduzione dell’aziendalizzazione degli ospedali, del pagamento correlato a quanto effettivamente prodotto e soprattutto la separazione di chi eroga servizi (Ospedali) da chi li “acquista” in nome e per conto dei cittadini (Asl), si sono dimostrati fattori di miglioramento della qualità e dell’efficienza delle strutture, sia nel pubblico che nel privato accreditato. La necessità di una pluralità di soggetti che agiscano a pieno titolo all’interno del Ssn è oggi non più differibile, a meno che non ci si voglia rassegnare ad un’ulteriore burocratizzazione ed involuzione della sanità pubblica, a spese della qualità dei servizi offerti alla persona. Ma quali sono i problemi che soggiacciono al miglioramento della qualità delle cure? Oggi il paziente non ha strumenti per una verifica realmente informata delle cure a cui è sottoposto. D’altra parte i professionisti della medicina sono restii alla valutazione del loro operato, soprattutto in un sistema che non premia la professione ma la penalizza perché burocratico-vessatorio. Il “contratto unico nazionale”, il “ruolo unico” da una parte, l’impossibilità di premiare il merito, l’assenza di un rapporto reale fra rischio professionale e retribuzione dall’altra, in altre parole una “politica” di gestione del personale di stampo collettivistico e garantista solo nei confronti di chi è già all’interno del sistema, appaiono la logica conseguenza di un’impostazione culturale che immagina il lavoro in sanità fondato sulla perversa idea che solo lo Stato può garantire “eticità”. In questo senso anche l’introduzione dell’attuale sistema di aggiornamento obbligatorio di Educazione Continua in Medicina (E) per tutto il personale sanitario, medico e non medico, sembra inadeguato a garantire la qualità delle prestazioni. Il luogo della valutazione non può essere in un’astratta certificazione, ma nello specifico ambito di lavoro. A questi temi è dedicato il secondo Congresso Nazionale dell’associazione Medicina e Persona: “Medico cura te stesso: limiti, risorse, nuove opportunità nelle professioni sanitarie” (Università Statale di Milano, 12-14 giugno).
di Raffaele Latocca e Camillo Rossi
Associazione Medicina e Persona
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