Rifugiati no global

Di Emanuele Boffi
12 Gennaio 2006
DUECENTO IMMIGRATI OCCUPANO UN PALAZZO A MILANO. DOPO QUARANTA GIORNI VENGONO FATTI SGOMBERARE E PASSANO UNA NOTTE ALL'APERTO SU ISTIGAZIONE DEI CENTRI SOCIALI PER CREARE IL "CASO". LA VICENDA DEI "RIFUGIATI POLITICI DI VIA LECCO" CHE TEMPI VI RACCONTA CON PARTICOLARI INEDITI

Non fosse troppo semplice, basterebbe prenderli uno a uno ed elencare loro diritti e doveri. Non fosse troppo semplice, basterebbe chiedergli, innanzitutto, che vogliono fare della loro vita. Fosse così semplice ai 253 immigrati che oggi alloggiano in sette diversi centri della città di Milano, sarebbe chiaro che l’ospitalità – anche quando è regolata da leggi – è volta all’integrazione, non alla rivendicazione. Ma poiché se fosse tutto così semplice vivremmo nel Bengodi e non in Italia, è andata a finire ancora una volta a Ramengo, all’ufficio complicazioni affari semplici.
Accade così che nella vicenda di via Lecco a Milano, dove il 27 dicembre sono stati sgomberati circa duecento immigrati africani, la matassa si sia talmente ingarbugliata che nemmeno il milione di euro destinato dal ministero degli Interni al Comune sembra più bastare. Perché, come dice a Tempi l’assessore alle Politiche sociali Tiziana Maiolo, «i soldi finiscono in fretta», mentre i problemi rimangono a lungo. La vicenda si complica soprattutto perché ad esserne protagonista è “l’immigrato”, persona che sembra quasi aver perso il suo status identitario per diventare entità astratta cui va riconosciuto o solo il massimo dei diritti o solo il massimo dei doveri. E lì, nell’astrattezza di ragionamenti che si basano su categorie (l’immigrazione) e non su persone (l’immigrato) sguazzano i centri sociali, veri artefici di questo pandemonio, che hanno generato nelle autorità reazioni uguali e contrarie, spesso portate a ragionar più sui concetti che non sulle “persone”. Perché, fossero solo tali, tale putiferio non si sarebbe nemmeno scatenato (a Milano, in passato, in tempi accettabili, sono stati trovati posti anche per un migliaio di senza tetto).

IL GESTO UMANITARIO DI PENATI
Il 15 novembre circa duecento immigrati africani hanno occupato una palazzina disabitata in via Lecco, nei pressi di Porta Venezia. I protagonisti del blitz sono stranieri con diritto d’asilo (una minima parte) e di permesso di soggiorno (la gran parte) provenienti da Sudan, Eritrea, Etiopia e Somalia. Ad aiutare gli immigrati a forzare i lucchetti dello stabile han prestato malandrina assistenza i ragazzi dei centri sociali (Naga, Action, Tre Febbraio, Ya Basta) che in varie fasi li hanno aiutati a «rivendicare i loro diritti». Come quando hanno comunicato alle autorità che del gruppo farebbero parte anche donne e bambini e che alcuni di loro si trovavano in difficili condizioni di salute. Di tale situazione di indigenza, però, mai nessun controllo ha dato finora riscontro, anche per l’inaffidabilità dei centri sociali stessi che, a più riprese, hanno prima annunciato di avere con loro dei malati, ma poi li hanno sottratti ai controlli.
Secondo i censimenti della Questura, in via Lecco c’erano 120 immigrati regolari (altri – probabilmente non in regola – si sono allontanati nel momento in cui le forze dell’ordine sono entrate in azione) di cui solo una quindicina sono rifugiati politici, gli altri hanno un permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Spinti dai no global, gli extracomunitari hanno rifiutato a più riprese gli alloggi offerti dal Comune finché – dopo 40 giorni di occupazione abusiva – il 27 dicembre lo stabile è stato sgomberato. Tranne che per qualche esagitato che si è legato ai cancelli, l’operazione si è svolta ordinatamente sotto una gelida pioggia mista a neve. Il Comune ha predisposto sistemazioni in centri d’accoglienza in via Di Breme, in via Pucci, via Anfossi, via Sammartini, nel dormitorio pubblico in viale Ortles a Milano e in altri due centri a Legnano e Gallarate, per un totale di «circa cinquecento posti» come ha dichiarato il sindaco Gabriele Albertini. Ma nel giorno dello sgombero, sugli autobus dell’Atm – preparati dal Comune per portare gli abusivi negli alloggi preposti – nessuno è voluto salire. «Volevano restare tutti insieme» spiega a Tempi Mario Furlan, responsabile dell’ente assistenziale City Angels che in quelle ore ha fornito loro generi alimentari e coperte. «Questo perché probabilmente sanno che la loro forza mediatica è costituita dal gruppo». Furlan assicura di aver comunque trovato «gente tranquilla» e che lo sgombero è avvenuto «senza problemi». Però solo alcuni di loro hanno accettato una sistemazione, gli altri, un centinaio, stesi i sacchi a pelo sul marciapiede, hanno dormito all’addiaccio.
Il giorno seguente si è ricominciato da capo con trattative allungatesi per l’intera giornata. Solo a sera tarda e con il pericolo di una nuova notte all’aperto, intorno alle 22 e 30, gli africani hanno accettato di dormire all’interno di palazzo Isimbardi, sede della Provincia milanese. I quotidiani hanno raccontato della telefonata di don Virginio Colmegna della Casa della Carità al presidente della Provincia, il Ds Filippo Penati, il quale, come lui stesso ha dichiarato al Corriere della sera, ha compiuto nell’occasione «un gesto umanitario». Ma, aldilà delle reazioni del sindaco – che ha chiesto a Penati come si sia permesso di offrire il palazzo «come se fosse di sua proprietà e non una sede istituzionale» – è interessante rivelare il giro delle telefonate. Né Colmegna, né Penati esercitano infatti qualche influenza sugli extracomunitari. Penati, per convincerli a desistere, ha dovuto contattare i propri assessori di Rifondazione comunista i quali, mediando con gli esponenti dei centri sociali, hanno fatto accettare la soluzione di palazzo Isimbardi. Un episodio rivelatore su chi ha reale ascendenza sugli africani, o almeno su quelli più irresponsabili.

IN ATTESA DI SPAZI MIGLIORI
Il 29 dicembre a due passi dal Duomo, no global e rifugiati hanno urlato «casa! casa!». Dice a Tempi don Virginio Colmegna: «Senz’altro la richiesta di una casa è una richiesta sbagliata tipica dei centri sociali la cui azione è deleteria ora come lo è stata durante l’occupazione. Bisogna favorire la ricerca di risposte, non solo attenderle. E lavorare di concerto, associazioni e istituzioni, per trovare soluzioni praticabili». In quell’occasione, però, a far rientrare i bellicosi propositi dei manifestanti più che la concertazione ha potuto la minaccia del questore di revocare il permesso di soggiorno.
Così, finalmente, gli immigrati hanno accettato le sistemazioni proposte dal Comune. Tuttavia pare che alcuni di tali alloggi siano in condizioni pessime, in particolare quelli di via Anfossi e di via Pucci. Secondo Tiziana Maiolo «le soluzioni prospettate sono tutte migliorabili. I tempi stretti ci hanno obbligato all’emergenza, come per via Pucci». O via Anfossi, come ha mostrato in alcune fotografie l’Unità del 4 gennaio, in cui s’intravedono serie serrate di brandine adagiate in bagni pubblici in cui sgattaiola anche qualche topo. Ora, fatta la tara al consueto tono inquisitorio del giornale comunista, rimane oggettiva la situazione malsana «che – promette l’assessore – presto cambierà. Il 16 gennaio gli immigrati si trasferiranno in una ex scuola materna di viale Fulvio Testi». E così anche per gli altri luoghi, si provvederà a migliorarne le condizioni perché «il gruppo ora alloggiato nel dormitorio pubblico di viale Ortles si trasferirà in locali della provincia in via Piceno. E nella zona dei container di via Di Breme sono in via di costruzione spazi comuni».

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