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Parigi
La scorsa settimana, in occasione dell’apertura del nuovo anno scolastico, il presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, ha mandato agli insegnanti una lettera di 31 pagine. Le reazioni sono state piuttosto dubbiose sull’utilità di una simile iniziativa che, come spesso succede con Sarkozy, ha un significato simbolico perché è la prima volta che la più alta autorità dello Stato si esprime in modo così diretto agli “educatori” e anche perché sembra che ad ispirare l’iniziativa sia stato un precedente: nel 1883 l’allora ministro dell’Educazione pubblica, Jules Ferry, considerato ancora oggi come il fondatore della scuola repubblicana, inviò una circolare per indicare agli insegnanti la via da seguire. Prendendo spunto da quell’esempio Sarkozy, nella sua lettera, ha scritto della necessità di una «rifondazione del sistema educativo» francese che, in effetti, ne ha bisogno perché, per sintetizzare, rappresenta un’immagine in miniatura del “modello francese”: elefantiaco, dispendioso, inefficace, repubblicano nei principi e nella retorica ma, di fatto, essenzialmente corporativo e per certi versi aristocratico nel senso peggiore del termine.
Secondo i dati ufficiali, nel 2005 i dipendenti del ministero dell’Educazione erano 1.290.000. Tra questi, 1.030.000 professori e insegnanti per poco più di 15 milioni di allievi. Il costo globale per la collettività è stato di 118 miliardi di euro (il 6,9 per cento del Pil) di cui praticamente 100 miliardi a carico dello Stato e delle amministrazioni locali. Di quei 118 miliardi il 75,7 per cento è servito per pagare gli stipendi e le pensioni del personale e solamente l’8,9 per cento è andato agli investimenti. In una tabella comparativa relativa al 2003, pubblicata dall’Ocse (Regards sur l’Éducation 2006), la Francia è tra i paesi che spendono di più per il sistema educativo (quell’anno il 6,3 per cento del Pil). Come in altri settori dell’amministrazione pubblica francese una spesa importante non trova però una qualità di servizio corrispondente. Nel rapporto Pisa 2003, che valuta la comprensione dello scritto, la cultura matematica e quella scientifica degli studenti dei 32 paesi dell’Ocse, si può leggere per esempio che gli studenti della Repubblica Ceca hanno dei risultati comparabili a quelli dei francesi anche se il loro paese spende circa la metà per il sistema educativo. I finlandesi, che tra i popoli europei dell’Ocse sono quelli che nel rapporto Pisa hanno i migliori risultati, spendono per l’educazione il 6,1 per cento del Pil. Meno dei francesi ma esattamente quanto i britannici che, anche loro, nel rapporto Pisa sono piazzati meglio della Francia.
Alcuni sono più uguali degli altri
Ma oltre al discutibile rapporto tra spesa e qualità dell’istruzione, il sistema educativo francese lascia molti dubbi anche sulla sua pretesa egualitaria. In nome dell’uguaglianza repubblicana dal 1963 è stata imposta a tutti, per legge, la “carte scolaire”, che assegna ad ognuno una scuola di riferimento in base ai parametri geografici, demografici e sociali. Nelle intenzioni questo doveva permettere di “rimescolare” nelle scuole pubbliche i differenti strati sociali della popolazione garantendo comunque ad ogni allievo la stessa qualità d’insegnamento. Nella realtà le cose sono andate diversamente perché, se la “carte scolaire” esclude in principio la possibilità per i genitori di scegliere la scuola pubblica dei propri figli, di fatto chi ne ha la possibilità li iscrive in questa o quella scuola reputata utilizzando stratagemmi di varia natura.
C’è chi chiede per il proprio figlio l’opzione per lo studio di una lingua particolare, come il russo, il giapponese o il greco, disponibili in un numero limitato di scuole, non a caso le migliori. Oppure, chi ha degli amici nel quartiere giusto o può permettersi di acquistare anche solo un monolocale in questa o quella zona strategica riuscirà a iscrivere il proprio pargolo in licei prestigiosi come i quasi adiacenti Louis-le-Grand e Henry IV, a Parigi. Se alcuni licei sono più ricercati di altri è perché offrono ai loro allievi un servizio di un valore inestimabile: le “classi preparatorie alle grandi scuole” (Cpge), il trampolino ideale per chi aspira a far parte dell’élite politica, economica ed intellettuale del paese selezionata non nelle università, aperte a chiunque abbia ottenuto il baccalaureat, ma nelle “grandi scuole” riservate a chi riesce a superare un concorso d’ingresso assai selettivo. Ad illustrare l’incoerenza di questo sistema si prenda l’esempio di due grandi scuole come l’Ena e Polytechnique: il costo per la collettività del ciclo di studi di ogni allievo è, nella prima, di 260 mila euro e nella seconda di 230 mila euro. Dettaglio saporito: sia nell’una che nell’altra scuola gli allievi, che vengono quasi tutti dai ceti medio-alti, non solo non pagano nulla ma ricevono ogni mese un compenso compreso tra 700 e 1.300 euro circa. Questo mentre nelle università la spesa annua per allievo, nel 2004, è stata di 6.700 euro, nei collèges (quindi per i ragazzi dagli 11 ai 14/15 anni) di 7.400 euro, nei licei (per i ragazzi dai 15 ai 18 anni) di 10.330 euro. Nelle prime settimane del suo mandato Sarkozy ha avviato qualche necessario cambiamento, per esempio rendendo già da quest’anno meno rigida la “carte scolaire”, rinunciando però ad imporre una maggiore selezione all’Università, e questo per timore della preannunciata reazione di alcuni sindacati studenteschi. Insomma, Sarkozy parla di «un nuovo Rinascimento» per la Francia che «non potrà arrivare se non grazie all’educazione», ma lo fa in un paese in cui tra il dire e il fare c’è il mare dei privilegi e della burocrazia. «È senz’altro positivo il suo rifiuto del relativismo, il riferimento alla necessità di migliorare la cultura generale», sostiene Laurent Lafforgue, il matematico medaglia Fields che insieme ad altri intellettuali da tempo chiede proprio la «rifondazione» del sistema educativo francese e che tuttavia si mostra piuttosto perplesso sul contenuto della lettera di Sarkozy.
Rifondare l’educazione
«Di positivo – sottolinea a Tempi Lafforgue – c’è anche la menzione sull’esigenza, cioè sulla necessità di aumentare il livello non facendo proseguire senza intoppi che quegli studenti che sono davvero in grado di passare alla classe successiva (vedi box). Ciò detto, una vera presa di posizione politica, nel senso più nobile del termine, implica delle scelte, che naturalmente rischiano di soddisfare gli uni e dispiacere ad altri. Ecco, su molti punti la lettera di Nicolas Sarkozy, affermando una cosa e il suo contrario, non fa scelte chiare. Se si dice che bisogna migliorare la cultura generale, e quindi dedicarvi il tempo necessario, ma nello stesso tempo si vuole aumentare il tempo dedicato allo sport, mi chiedo come sia possibile realizzare concretamente entrambe le cose. Tanto più, come ha scritto Sarkozy, se l’intenzione è quella di diminuire le ore di lezione. Come si fa ad aumentare il tempo dedicato allo sport se già è carente quello per la grammatica? Inevitabilmente le decisioni che saranno prese saranno in contraddizione con questa o quella parte del testo». Un momento che Sarkozy cerca evidentemente di ritardare, probabilmente per evitare eccessivi attriti con i sindacati che in questi giorni stanno discutendo con il Medef (la Confindustria francese) su un’altra cruciale “rifondazione”: quella del mercato del lavoro.
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