Per rileggere (e superare) la”guerra civile” in Italia
Come altri osservatori, anch’io ho utilizzato la categoria di “guerra civile” nella lettura della storia d’Italia degli anni ’90. Ma cosa significa applicare questa categoria alla trasformazione politica e sociale subita dal nostro paese nell’ultimo decennio? Significa chiedersi innanzitutto perché questa “guerra” è stata fatta, qual era la posta in gioca e quali sono stati i suoi veri attori, giacché i magistrati sono stati – coscienti o no – dei meri esecutori. Perché, detto in soldoni, il punto fondamentale è il seguente: questa guerra civile non ha messo in galera i ladri, ma ha tolto a noi cittadini la rappresentanza politica.
La posta in gioco era esattamente diminuire la rappresentanza politica delle classi popolari e degli interessi popolari che venivano rappresentati dai tre grandi partiti, incluso quello comunista. Il partito comunista è stato distrutto per primo, nella sua natura e nella sua essenza, è rimasto come un guscio vuoto, come una scatola di funzionari, di apparato, priva di anima che poteva essere utilizzata per un disegno diverso. Non soltanto la Dc e il Psi sono stati distrutti, ognuno con una certa tecnica, ma anche il partito comunista, e la distruzione del partito comunista è stata in qualche modo preliminare, necessaria per poter poi intervenire nei confronti degli altri due partiti popolari. L’avversario della cultura politica popolare nel nostro paese è stato storicamente il pensiero liberale, il pensiero e l’interesse dei poteri forti che hanno, con tutta evidenza, ottenuto una radicale sostituzione della costituzione materiale del nostro paese. Hanno distrutto la centralità del parlamento. Hanno distrutto i partiti per poter distruggere la centralità del parlamento e sostituirla con la concertazione tra le parti sociali, cioè tra Callieri e Cofferati. Callieri, rappresentante della Fiat e di Mediobanca, Cofferati rappresentante dei veterani della guerra di classe degli anni ’70, ovvero sostanzialmente dei pensionati, inoltre rappresentante delle corporazioni.
La politica è stata ridotta alla rappresentanza dei malumori e non più alla rappresentanza degli interessi. Per questo era necessario che questa rivoluzione fosse accompagnata da una revisione del sistema elettorale: noi siamo tornati al sistema dei collegi uninominali che vigeva alla fine dell’800 nell’Italia liberale classica, quella che odiava la democrazia, che odiava i partiti popolari – quello cattolico e quello socialista – e che aveva come suo corollario l’assenza del suffragio universale, poiché votava solo una piccola minoranza degli italiani.
Se ci pensate è esattamente la prospettiva in cui è incamminata l’Italia oggi: devono votare gli addetti ai lavori, devono votare coloro che si intendono della democrazia. Tant’è che abbiamo avuto addirittura la criminalizzazione dell’alta affluenza alle urne che si verificava nella prima repubblica quando il copropo elettorale andava alle urne in maniera compatta e si sfioravano costantemente le soglie del 90% dei votanti. Ma i nostri intellettuali illuminati hanno scritto su Repubblica che questa era la “deriva plebiscitaria”, non un sistema democratico; semmai il sistema democratico era quell degli Usa dove vota il 40-45%. E noi ci stiamo avviando verso questo sistema, complici noi stessi elettori che nel 1993 abbiamo votato un referendum maggioritario che ha diminuito le possibilità di scelta dei cittadini – prima avevamo le preferenze, potevamo orientare anche la politica dei partiti votando questo o quel candidato – e ha criminalizzato il voto di scambio, cioè il voto che il cittadino dà liberamente al partito o a quella corrente del partito che secondo il suo giudizio meglio difende i suoi interessi, quindi meglio lo rappresenta. Oggi dobbiamo votare in collegi uninominali blindati, con candidati scelti dall’alto – si veda lo spettacolo dei presidenti delle regioni o dei sindaci – e dobbiamo farlo a scatola chiusa non per adesione al candidato ma per odio o lotta nei confronti del candidato della coalizione avversa. Questa era la posta in gioco e questo è il risultato che si è ottenuto: una diminuzione di democrazia che si accompagnata al processo di integrazione europea. Questo perché coloro che hanno voluto questo processo di integrazione ben sapevano che se l’Europa fosse stata spiegata nel suo costo effettivo dal punto di vista sociale ed economico avrebbe molto faticato a essere accettata da paesi in cui la rappresentanza popolare fosse forte. Il discorso doveva essere posto nei termini di superamento della democrazia.
Noi abbiamo delle istituzioni comunitarie che hanno, per loro stessa ammissione, un enorme deficit di democrazia. Abbiamo un parlamento europeo che la maggioranza dei giovani italiani – con grande scandalo dei giornali – ritiene non sia rappresentativo. Credo che la maggioranza dei giovani italiani abbia ragione: basta guardare quanto poco è stato consultato su una vicenda gravissima come quella dell’Austria dove è stato posto esplicitamente, ideologicamente il principio che l’esito di una consultazione democratica può essere rovesciato se non è conforme agli interessi di un direttorio di governi di paesi stranieri. Cosa che in Italia abbiamo sperimentato con le elezioni del ’94: siccome l’esito fu difforme da quanto si auspicava che fosse, venne annullato usando tutti gli strumenti possibili, dal colpo di palazzo, agli avvisi di garanzia, alla campagna stampa, agli interventi stranieri. La prima volta in cui si sono registrate ingerenze straniere sulla politica interna è stato in Italia col governo Berlusconi del 1994, questione che non è mai stata studiata, analizzata e che nemmeno il centro-destra ha avuto interesse a sottolienare. Gianni Agnelli ha ripetuto più volte in pubbliche dichiarazioni alla stampa qual è la strategia di fondo dei poteri forti: è bene che la sinistra governi perché è solo così che si possono attuare politiche di destra. Tale politica è infatti così impopolare e talmente gravida di risultati negativi dal punto di vista sociale e istituzionale che se, come la logica avrebbe voluto, fosse stata realizzata da governi di destra avrebbe suscitato la reazione della piazza di sinistra. Allora la cosa migliore per evitare reazioni della piazza di sinistra è quella di fare governare la sinistra stessa e cointeressarla ai dividendi di potere della scelta che è stata fatta. La fine del comunismo, cioé la vittoria occidentale sull’Urss, ha fatto sì che questo esercito vinto, ma ancora coeso e organizzato, l’esercito del vecchio partito comunista italiano, privato del cuore (addirittura anche privo di onore quando si arriva alle dichiarazioni di Veltroni “Io non sono mai stato comunista”), questa sorta di Frankenstein si dimostrasse pienamente adatto a realizzare l’obbiettivo.
I guai giudiziari di Kohl e della Cdu tedesca sono, sotto questo profilo, interessantissimi: esiste una internazionale di mani pulite che ha molto verosimilmente degli addentellati negli Usa e che si muove seguendo logiche assai particolari, a mio avviso scandite sulla guerra commerciale in corso tra Europa e Usa. Nel caso della Germania la questione fondamentale che ha preceduto la crisi della Cdu era la questione della Mannesmann, l’acquisizione e il controllo straniero su questa azienda pubblica, colosso e motore della new economy tedesca. Con la Cdu ci siamo trovati dinanzi al tentativo di ripetere il gioco che è stato fatto nei confronti della Dc italiana. Qui però mancavano elementi presenti in Italia. In Italia gli elementi sono stati tre: 1) mani pulite, cioè una magistratura speciale, non la magistratura in quanto tale, ma una parte della Procura di Milano; 2) il referendum, cioè il cambiamento del sistema elettorale; 3) la quinta colonna interna alla stessa Dc: perché la Dc non è stata sciolta manu militari, non sono arrivati i carabinieri a scioglierla, la Dc è stata sciolta da Martinazzoli – attuale candidato alla Regione Lombardia – e per precisa volontà della componente dossettiana del partito che si è aggregata un pulviscolo di vecchio notabilato alla ricerca di una sopravvivenza personale, individuale che gli è stata garantita in misura assolutamente più ampia dal punto di vista quantitativo di quella che avrebbe potuto avere in un partito vitale come la Dc. (Ricordo per inciso che nel 1992 il vecchio centro-sinistra, quello composto dai partiti popolari, più repubblicani, liberali e socialdemocratici, aveva raggiunto il minimo storico col 52% dei consensi. Invece i governi Berlusconi e Prodi sono stati insediati col 42-43%, il massimo del consenso raggiunto. E nel caso di Prodi il consenso è stato raggiunto grazie a un partito, quello di Bertinotti, che aveva fatto dei patti di desistenza e non faceva nemmeno parte della maggioranza. Alla faccia del maggioritario!).
Nel caso tedesco mancano questi tre elementi (nella Cdu per la verità una quinta colonna c’era, quella di Angela Merkel, creatura di Kohl che lo ha tradito presentandosi come il volto pulito e moralizzatore; è da notare però che il risultato confortante raggiunto dalla Cdu nello Schleswig-Holstein non è stato raggiunto dalla Merkel, ma da quella componente della Cdu rimasta leale a Kohl e che ha difeso la storia, l’unità e l’onore del partito) ma c’è analogia forte tra Italia e Germania: i sondaggi dicono che in Germania circa il 30% dell’elettorato ha espresso la disponibilità a votare un candidato alla Haider, cioè di destra.
In Italia è accaduto un fatto analogo e non è un caso che i protagonisti dello sciglimento dei partiti popolari sono gli stessi che hanno proceduto alla riabilitazione della destra. A rilegittimare Fini, almeno inizialmente, non è stato Berlusconi ma la sinistra. Io ho seguito da vicino l’intera vicenda perché occupandomi anche della storia della guerra civile 1943-45 mi sono accorto che fin dalla fine degli anni ’80 si era aperto a sinistra il dibattito sulla fine dell’antifascismo e del mito della resistenza. Era un dibattito che la destra ha considerato come un omaggio a se stessa, ma che in realtà era funzionale alla critica radicale al consociativismo, cioè dello spirito ciellenista che era alla base della costituzione della prima repubblica.
Questa critica forte fatta da sinistra preludeva all’alleanza forte giustizialista di cui l’Msi prima, poi inizialmente anche An, ha fatto parte.
L’idea implicita era che una volta cancellata la Dc, il suo elettorato dovesse essere ereditato, almeno in parte, da una classe dirigente di destra, in sé assolutamente non pericolosa perché incapace di costituire una alternativa credibile, collocata su un binario morto che poteva arrivare tranquillamente al 25-30% e nei confronti della quale in ogni momento si poteva brandire l’arma dell’antifascismo.
Questo avrebbe creato una situazione di pieno regime.
Quello che ha sparigliato le carte è stata la nascita di Forza Italia con l’arrivo di Berlusconi. Questo è il nemico, il pericolo, l’uomo da abbattere.
A distanza di sette anni da questi eventi le cose sono certamente cambiate: non c’è più una fase così acuta. Ma la questione, nei suoi termini fondamentali, resta irrisolta, perché è ancora irrisolta la questione della rappresentanza. Diceva giustamente Andreotti che il centro-destra attuale non è in grado di supplire al tipo di servizio politico che veniva svolto nei confronti dei ceti medi da parte dei partiti popolari, cioè delle vecchie Dc e Psi. Ma secondo me la questione si pone anche da parte dei ceti operai che non sono adeguatamente rappresentati dalla sinistra attuale. A mio avviso è cioè complessivamente l’intera società che ha un deficit enorme, terrificante di rappresentanza. Questo deficit produce la dissaffezione alla politica, produce alla fine la catastrofe delle istituzioni e la disgregazione del tessuto sociale. Questo è il costo tremendo che ci è stato imposto dalla “geurra civile” degli anni ’90.
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