Risorti dai tombini

Di Inversetti Elena
20 Dicembre 2007

Stanno girando per l’Italia. In lungo e in largo. Instancabili come sempre. Nel loro esercizio di carità. Vengono dalle favelas brasiliane, dal cuore dell’Africa, dalla Siberia. Da un altro mondo. Vengono per raccontarci il loro lavoro. Per presentarci i volti bisognosi che incontrano. Sono medici, madri e padri di famiglia che collaborano con la Fondazione Avsi, l’organizzazione non governativa senza scopo di lucro impegnata con 111 progetti in 39 paesi del mondo e al sostegno dello sviluppo umano nel solco dell’insegnamento della Dottrina sociale cattolica.
Partire dai bisogni della persona, salvandone anzitutto la dignità. E salvando così l’uomo. Anche i ragazzi sedicenni di Novosibirsk che vivono nei tombini. Sotto le banche o i centri commerciali della capitale siberiana dove, quando le temperature raggiungono i meno 40 gradi, non si rischia di morire congelati. «Ma cosa si fa nei tombini?» ha chiesto a uno di loro Rosalba Armando, responsabile di Avsi in Russia che dal 1992 lavora con l’ong russa Maksora e gestisce Golubka, casa di accoglienza per ragazze madri. «Nei tombini si sogna». Che arrivi il principe azzurro oppure che si possa andare a scuola. E qualcosa perché i sogni diventino reali e facciano del bene alla società civile si può fare. Anche in Russia, in una società “quasi perfetta”, organizzata in sistemi eccellenti nel mascherare i bisogni. Non solo quelli degli adolescenti che vivono nei tombini. Ma anche di chi deve crescere da sola, perché la famiglia non ha più bisogno di lei, il proprio figlio, frutto di una violenza. E di chi, venuta dalla strada, oggi lavora in una ditta di pesce, ma quando le viene chiesto di cosa ha bisogno per migliorare la qualità della sua vita, domanda una lavatrice. Per poter lavare i propri abiti quando torna a casa dal lavoro e così eliminare la puzza di pesce che fa tappare il naso a suo figlio ogni volta che cerca una carezza. Questo è frutto di una educazione che si apprende con l’esempio.
Gisela, dell’asilo Gilmara Iris a Belo Horizonte, nel cuore della favela brasiliana, ne ha di storie da raccontare, in cui sono i bambini che imparano cosa è il bene e lo insegnano ai genitori. «Veniva da noi un bambino molto agitato, che sua mamma picchiava spesso, perché non conosceva altra maniera di educarlo. Fino a poco tempo prima, infatti, veniva trattata nello stesso modo da sua madre. Dato che a casa la situazione era un disastro, il bambino arrivava a scuola sporco e quando, dopo pranzo, faceva il riposino con gli altri bambini, si sentiva la puzza dei suoi piedi. Allora le maestre hanno iniziato a lavargli i piedi, a profumarli e a baciarli. Il bambino ha così imparato a dire grazie. E quando sua mamma veniva a prenderlo la sera, lui le spiegava come doveva lavarlo. E poi la ringraziava. Quella donna non aveva parole. Perché quando si ha l’opportunità di godere di una compagnia umana di cui non si sospettava l’esistenza si genera una novità».
«Curare ed educare per ridare dignità a chi se la vede negare. Perché le malattie si curano con le medicine, le persone, invece, si curano con uno sguardo di pietà e un abbraccio di carità». Questo Hope lo ha capito otto anni fa durante una conferenza tenuta a Lugano, dove vive con il marito e i figli. In quell’occasione conobbe Gregoire Ahoungbonon, il fondatore dell’Ospedale St. Camille nato per dare sostegno alle mamme e ai bambini e a migliaia di malati mentali di Bouakè, in Costa d’Avorio. Hope ha così deciso di seguire quest’uomo, facendo conoscere la sua missione e raccogliendo aiuti per un’opera che ad oggi, dopo 23 anni di attività, offre 10 centri in un paese dilaniato da gravi conflitti e dove chi è malato viene allontanato dal proprio villaggio. «La scommessa di Gregoire è stata quella di riabilitare queste persone, perché il loro disagio è paragonabile alle stigmate di una passione che non deve allontanare, bensì venire riconosciuta, accettata e portata insieme».

L’Hiv non è l’ultima parola
Un lavoro così mette in atto cambiamenti significativi. Per la collettività. Grazie anche all’impegno di Avsi, infatti, in Africa gli antiretrovirali per curare l’Aids vengono distribuiti gratuitamente, mentre opere di accoglienza continuano a venire istituite e a prendere nuovo vigore. Come il Meeting Point International, la ong ugandese fondata nel 1992 per aiutare le persone affette da Hiv-Aids e i loro orfani che vivono negli slum di Kampala. Qui abita Vicky, una madre straordinaria, malata di Aids, che assieme ad altre donne come lei mette in atto opere di solidarietà e aiuto vicendevole estendendole anche a realtà vicine. Una rete della carità dal volto umano. «Una cosa importante, che non ho mai dimenticato, è il giorno in cui qualcuno mi ha guardato con uno sguardo che aveva in sé i raggi della speranza e dell’amore». Questo ha scritto Vicky in una lettera pubblicata dal mensile Tracce. Parole che dicono tutto. è proprio Vicky che, quest’anno, dà volto alla Campagna Tende di Natale: “Vicky, storie dell’altro mondo. In questo mondo”. La campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi realizzata grazie al coinvolgimento della rete dei sostenitori di Avsi che vede impegnati più di 10 mila volontari. Quest’anno la campagna delle Tende 2007/2008 chiede aiuto per sostenere in Uganda, il Meeting Point International, in Costa D’Avorio, l’Ospedale St. Camille, in Russia, la Casa Golubka e, in Brasile, l’Asilo Gilmara Iris.

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