Ritornano i caudillos

Di Stefanini Maurizio
04 Luglio 2002
Dalla Bolivia al Brasile, dal Perù all’Argentina passando per il Venezuela, la crisi politica ed economica dell’America latina produce l’ennesima generazione di leader populisti, di destra e di sinistra

Uno dei due è un ex-capitano dell’esercito che dopo aver lavorato nei primi anni ‘80 con un regime militare di narcotrafficanti e dopo aver girato per quattro partiti ne ha fondato ora un quinto, sembra grazie ai soldi del suo amico reverendo Moon. Si è candidato alla presidenza boliviana con un programma riassumibile in un solo slogan: rinazionalizzare tutto quello che è stato privatizzato negli ultimi vent’anni. L’altro è un sindacalista indio che è stato privato della carica di deputato nell’ultimo Congresso per aver istigato alla violenza contro le forze dell’ordine, con relativi scontri che hanno provocato morti e feriti. Anche il suo programma può riassumersi in uno slogan solo: via libera alla coltivazione di coca, e al diavolo gli aiuti americani arrivati in cambio del programma di sradicamento. Tanto, obietta, non arrivano a 100 milioni di dollari l’anno, mentre le piantagioni spiantate ne procuravano per 500 milioni.
Ma lo “Chávez di destra” Manfred Reyes Villa e il líder de los cocaleros di estrema sinistra Evo Morales, va detto, benchè pompati dai sondaggi, alla prova delle urne non sono stati i vincitori delle elezioni generali che si sono svolte il 30 giugno in Bolivia. Benchè i risultati definitivi debbano ancora aspettare un po’ di tempo, sembra che “Manfred”, come i suoi seguaci lo chiamano, non sia arrivato che secondo dietro al candidato centrista Gonzalo Sánchez de Lozada, già presidente tra 1993 e 1997, anche se i due sono quasi appaiati, tra il 23 e il 21%. Mentre Morales non è riuscito ad arrivare tra i primi due, e si deve accontentare di un testa a testa intorno al 16-18% per il terzo posto con un altro ex-presidente, Jaime Paz Zamora, al potere tra 1989 e 1993. Morales non stava oltre una pur rispettabile forbice tra l’8 e il 12%, finchè proprio alla fine della campagna elettorale l’ambasciatore americano non ha avuto l’infelice idea di avvertire i boliviani che con Morales presidente gli aiuti Usa non sarebbero più arrivati. In effetti, la dichiarazione era pleonastica: lo stesso leader cocalero aveva avvertito che in caso di vittoria sarebbe stato lui a cacciare gli esperti Usa, e che avrebbe perfino smesso di vendere ai gringos il gas naturale, principale risorsa del Paese. Ma così come i moniti internazionali contro Haider sono riusciti nell’obiettivo di farlo arrivare al governo, così come i moniti internazionali contro Le Pen lo hanno portato al ballottaggio contro Chirac, allo stesso modo anche questo intervento contro Morales si è rivelato controproducente. Per fortuna del Dipartimento di Stato, un 4% decisivo per arrivare a ridosso del primo posto è stato sottratto a Morales da Felipe Quispe, un altro sindacalista di contadini indios che dal punto di vista politico e biografico è quasi la sua carta carbone. E se Morales ha come vice il fratello di un guerrigliero di Che Guevara, Quispe ha passato lui stesso sette anni in galera per partecipazione alla guerriglia guevarista. La principale differenza è che Quispe è di etnia aymara, mentre Morales è quechua. Qualcuno sostiene che il mancato accordo politico tra i due è dovuto proprio alla pregiudiziale etnica: Morales avrebbe preteso per sé la presidenza in quanto più forte nei sondaggi, mentre Quispe non si accontenterebbe della vicepresidenza in quanto gli aymara in Bolivia sono più dei quechua. Altri ribattono che alla loro rivalità personalistica non servivano altri pretesti.

Il Pinochet boliviano
Nella Costituzione boliviana, però, il ballottaggio fra i primi due non lo decide il popolo, ma il Congresso, dove il Movimento Nazionalista Rivoluzionario (Mnr) di Sánchez de Lozada ha mancato di poco la maggioranza assoluta, e dove il Movimento al Socialismo (Mas) di Morales sembra aver ottenuto più eletti della Nuova Forza Repubblicana (Nfr) di Reyes. E chi conosce la storia boliviana sa che l’Mnr sconta una costituzionale difficoltà a trovare alleati, al punto che per bloccarlo nel 1989, quando la scelta era ancora possibile tra i primi tre candidati, l’Azione Democratica Nazionale (Adn) di Hugo Banzer Suarez, il dittatore militare di destra degli anni ’70, votò per Paz Zamora, il cui Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (Mir) era nato proprio dalla confluenza tra guerriglieri e adepti della teologia della liberazione che avevano lottato contro il suo regime. E nel 1997 l’“empia alleanza” si sarebbe ripetuta col voto del Mir, oggi membro dell’Internazionale Socialista, in favore del generale altrimenti noto come “il Pinochet boliviano”. Banzer Suarez è stato costretto poi alle dimissioni nel 2001 dal cancro che lo ha infine ucciso, e oggi il suo partito appare in dissoluzione. Ma Manfred cerca ora di ripetere quella lezione, corteggiando apertamente Evo Morales. E anche se Morales per il momento si mostra intrattabile, molti sospettano che il colpo di scena sia già in agenda: un populista di destra eletto con l’appoggio di un populista di sinistra. è vero che in Bolivia la scena politica è tale che di fronte a populisti di destra e a populisti di sinistra ci sono solo ex-populisti, oggi classificabili al centro-sinistra o al centro-destra. Di centro-sinistra è ad esempio Paz Zamora, di cui abbiamo visto la traiettoria. Ma lo stesso Mnr fu nel 1952 il protagonista della violenta rivoluzione in cui si videro contadini indios vendicarsi di secoli di servitù della gleba col giocare a pallone con le teste degli odiati latifondisti (e i latifondisti scappare lasciando i frigoriferi delle loro ville pieni di dolci, gelati e bibite avvelenate per i saccheggiatori…). Artefice di una riforma agraria integrale e di massicce nazionalizzazioni, poi costruttore di un regime stile Pri messicano, l’Mnr avrebbe gradatamente sterzato a destra, per divenire negli anni ’80 il partito delle privatizzazioni.

Ribaltoni e controribaltoni argentini
E in questo senso, la Bolivia è un po’ un emblema dell’intera America Latina, dove si va al potere agitando slogan rispetto ai quali si farà poi il contrario una volta che il potere si è conquistato. In Argentina è stato Menem, che si annunciava come l’“erede di Perón”, a smantellare la massiccia eredità statalista del generale. Poi Fernando de la Rúa, uomo della sinistra, che gli è succeduto in nome della “terza via all’argentina” e dell’”umanizzazione del modello”, non lo ha modificato di un millimetro, ed è stato cacciato via dalla sommossa popolare, probabilmente montata ad arte dalla sperimentata macchina politica del partito peronista. Ma ora Duhalde, uomo sconfitto alle elezioni dallo stesso De la Rúa ed oggi presidente grazie alla piazza, si trova a sua volta contestato dalla stessa piazza, ed è costretto a sua volta a far sparare dalla polizia contro i manifestanti.

Perù, tempi duri per l’indio di Harvard
Stesso copione in Perù, dove Alberto Fujimori è stato eletto presidente con l’appoggio della sinistra contro il programma “ultraliberale” di Mario Vargas Llosa, per fare poi suo quello stesso programma, ma in più con una brutalità e una mancanza assoluta di rispetto delle regole democratiche che il raffinato scrittore avrebbe sicuramente evitato. è stato poi cacciato da una sommossa popolare guidata da Alejandro Toledo, il docente di Harvard di origini indie. E ora l’“indio di Harvard” affronta a sua volta una rivolta generalizzata contro quelle privatizzazioni che aveva promesso di non fare, e che invece ha portato avanti. «è colpa mia che non ho saputo spiegare bene questa politica al popolo», ha detto il presidente peruviano. La realtà è più complessa. Gli utenti peruviani sanno benissimo che in America Latina le privatizzazioni degli ultimi anni sono sono state fatte, come in Europa, per creare concorrenza, ma solo trasformando i monopoli da pubblici in privati. Così mentre, ad esempio, in Italia il prezzo dei servizi telefonici è crollato, in America Latina le bollette sono cresciute a dismisura. Ma d’altra parte in un’area dove i sistemi fiscali hanno una cronica incapacità di raccogliere fondi, perché i poveri sono troppo poveri, i ceti medi sono assistiti e i ricchi sono quasi obbligati dall’inaffidabilità delle banche a portare i soldi all’estero, non è che ci siano tante alternative per i governi: o si prendono prestiti a non importa che tassi di interesse; o si cerca di esportare tutte le materie prime esportabili, coca compresa come ricorda Evo Morales; o, appunto, si svendono i gioielli di famiglia. E se si pensa che il preteso “ultraliberista” Domingo Cavallo in Argentina aveva preso la misura tutt’altro che “liberista” di sequestrare i conti bancari (misura peraltro tutt’ora in vigore a sei mesi dalla sommossa contro De la Rúa), si capisce bene perché la parola “neoliberalismo” sia oggi in America Latina altrettanto screditata di quanto non lo fosse quella di “socialismo” in Europa Orientale dopo il 1989.

Alegre! Anche il Brasile ha la sua tangentopoli
Tra i populisti in procinto di diventare ex possiamo ora aggiungerci anche l’idolo no-global Luiz Inacio da Silva Lula, il leader del Partito dei Lavoratori (Pt) inventore del Forum di Porto Alegre, e in testa ai sondaggi per le presidenziali brasiliane di ottobre. Pur di riuscire a far risalire le Borse depresse da mesi nella prospettiva della sua vittoria si è scelto come candidato alla vicepresidenza José Alencar, un re brasiliano del tessile che è anche uno dei leader di un piccolo Partito Liberale risolutamente di centro-destra. E pensare che a Porto Alegre al premier belga Verhofstadt era stato negato l’accesso proprio in quanto “liberale”, ancorchè in coalizione con socialisti e verdi, e quindi “nemico del popolo” per definizione! Ma, appunto, quando Lula il 30 giugno ha presentato il suo nuovo braccio destro ai militanti del partito la convenzione del Pt è quasi venuta giù per i fischi, e comunque sta saltando fuori una vicenda di mazzette alle amministrazioni locali del Pt in confronto a cui la Tangentopoli italiana potrebbe quasi sembrare un affare da educande, e che rischia di portare Lula alla quarta bocciatura elettorale consecutiva.

Venezuela, Il declino di Chávez
Altro populista pentito è il venezuelano Chávez, riportato dall’esilio alla presidenza neanche lui ha ancora capito bene come, e che ha scongiurato tanto Carter, che infine l’ex-presidente Usa ha accettato di venire a Caracas a mediare con l’opposizione. Ma gli stessi seguaci di Chávez hanno portato in piazza un milione di persone per rispondere alle manifestazioni multitudinarie organizzate dagli anti-chavisti negli ultimi mesi, e le statistiche dimostrano come chi fa più affari in questo momento in Venezuela sono soprattutto gli armaioli. Le due parti si preparano alla guerra civile in modo ormai aperto, mentre Chávez è sempre più una bandiera da sventolare o aborrire piuttosto che un leader vero.

La globofobia del primo mondo
Ma se il populismo non è la soluzione, non si può neanche dire che sia il male. Non più di quanto il termometro sia di per sé un male, e non un semplice strumento per misurare la febbre del corpo. Il calcolo di Morales secondo cui l’aiuto Usa ha restituito alla Bolivia solo un quinto di quanto ci ha rimesso col programma di sradicamento della coca è rozzo nella forma, ma non sbagliato nella sostanza. E quando Duhalde grida che Usa e Europa blaterano di apertura dell’economia, e la impongono anzi all’America Latina col Fmi e il Wto, per poi però guardarsi bene dall’aprire le frontiere loro alle esportazioni del Terzo Mondo, cerca sì di offrire all’ira degli argentini un altro bersaglio polemico rispetto alla sua personale impotenza, ma non è che dica cose false. D’altra parte, dall’ultimo G8 si apprende che la Russia è stata ammessa nel consesso a pieno titolo, che l’Africa riceverà stanziamenti massicci, che il Medio Oriente e il subcontinente indiano restano sotto osservazione. Insomma, si pensa a tutto, tranne che all’America Latina, come se la mancanza in essa di integralisti islamici la rendesse fuori moda. Ma non solo di integralismo islamico, o induista, o di aggressivo nazionalismo cinese si alimenta lo scontro di civiltà di cui parlava Huntington. C’è anche la globofobia crescente nel Primo Mondo, sia sul versante destrorso della xenofobia che su quello sinistrorso dei no-global. E, appunto, c’è il populismo latino americano.

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