Ritornare in cima alla Torre Eiffel e scoprire che il cielo sopra Parigi non sembra più vuoto

La prima volta che sono salita sulla Torre Eiffel, da ragazza, guardando giù verso Parigi sconfinata all’orizzonte ero rimasta muta. Immensa la città, e interminabili i viali, e infinito il numero di finestre delle case. E milioni gli sconosciuti brulicanti laggiù, tra gli incroci e la Senna, piccoli come insetti; e miliardi dunque i loro pensieri, gli amori e gli odi che li spingevano in quel mattino d’estate, e incalcolabili le speranze e i dolori, nella vertigine di umanità compressa tra il cemento e il cielo. Non era panico, piuttosto un buco nero di sgomento. Non è possibile – era il pensiero che si era fatto strada con incontrastabile evidenza – che Dio ci conosca tutti, uno per uno. Non può, siamo in troppi, siamo un alveare ronzante, un cieco formicaio impazzito. E, povero Dio, mi chiedevo, come è possibile che sappia di tutti noi, e che addirittura i capelli del nostro capo siano contati? Si può crederlo, mi dicevo, nella solitudine di una clausura, o nel silenzio delle montagne: ma il deserto di una moltitudine di uomini mi aveva impietrito nella certezza che ciascuno di quei milioni là sotto la Torre era, come me, solo. «Scendiamo, voglio andarmene», avevo detto, cercando di scappare.
Sono tornata sulla Torre Eiffel, sedici anni dopo. I figli non hanno ammesso scuse. Eccola di nuovo Parigi là sotto, nella notte di vento un oceano di luci tremanti. E gira la ruota del luna park delle Tuileries, e splende la cupola degli Invalides. Scivolano sulla Senna i battelli carichi di turisti, traversano i ponti fiumi inarrestabili di auto. E ancora milioni e milioni di finestre illuminate, e dietro a ognuna immagini una casa, e uomini soli, o seduti a tavola; e voci di bambini, squilli di telefono, sguardi, liti, parole dette o taciute. Solitudini. Respiri stanchi di coniugi canuti, quando a letto si spegne la luce, e si fatica nella vecchiaia a dormire – forse dietro quella finestra che si è spenta là in fondo, all’ultimo piano di una casa oltre il ponte dell’Alma. E sotto le insegne rosse del locale verso il Trocadero, cosa penseranno gli avventori zitti davanti a un boccale di birra? Miliardi di pensieri e speranze aleggiano nell’aria fredda e nera di Parigi.
Ma con stupore ti accorgi che l’infinità dei nostri destini ora non ti fa più paura. Una soggezione, sì, reverente – come di fronte alla evidenza di un mistero. Ma non come davanti al nulla, non come se il cielo sopra Parigi fosse vuoto, e abbandonati gli uomini, sotto. Dietro a ogni finestra una scheggia, un frammento del Dio “tutto in tutti” di Paolo; nessuno a sé stante, ma ognuno parte, membra di un corpo originario e anteriore. E Parigi laggiù non ti atterrisce, questa notte. Nessuno orfano, né tu, né i tuoi figli incantati dalle luci – né le ombre ignote dietro le legioni infinite di finestre chiare nel buio.

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