Rivoluzione concettuale o niente pace
Dopo tre anni di guerra e di Intifada, di kamikaze palestinesi e dure rappresaglie israeliane nei Territori, il “falco” Ariel Sharon sceglie la tribuna del quotidiano delle “colombe” israeliane Ha’aretz (scettico per altro sulle vere intenzioni del premier), per rilanciare il dialogo con i palestinesi. Dice che “il momento è adesso” e che “Israele è pronta a fare concessioni dolorose” per arrivare alla pace. Il primo ministro israeliano anticipa con la sua mossa un orientamento molto chiaro dell’Amministrazione Usa. Che dopo l’annientamento del regime irakeno punta decisamente a “ispirare” una rivoluzione degli attuali assetti geopolitici in Medio Oriente. Considerata l’enormità della sfida, diventa imprescindibile per la Casa Bianca cercare una soluzione stabile e duratura al conflitto israelo-palestinese. E la dottrina ribadita da Colin Powell è quella tradizionale – garanzia di sicurezza assoluta per Israele e uno Stato per i palestinesi – ma in un contesto nuovo: ora che i maggiori protagonisti del fallimento del processo di pace iniziato a Madrid nel 1991 sono fuori gioco (l’Irak che finanziava terroristi e kamikaze palestinesi di Hamas e Jihad) o incalzati dagli americani, insediatisi in pianta stabile nella regione (la Siria che occupa con 40mila soldati il Libano e l’Iran, referente religioso e politico dei guerriglieri sciiti Hezbollah, che dal sud del Paese dei cedri attuano da decenni periodiche incursioni contro Israele), gli Stati Uniti si sentono autorizzati a esercitare il massimo di pressione tra le parti in conflitto. Ma la pace vera, giusta e duratura, è un traguardo che, anche oggi, sembra tutt’altro che facile da raggiungere. A meno di quella “rivoluzione concettuale” auspicata dal nostro interlocutore David Jaeger, israeliano dal doppio passaporto (è infatti anche cittadino Usa) e portavoce della Custodia francescana di Terra Santa. Ma che precisa di parlare esclusivamente a titolo personale, come osservatore ed esperto di diritto internazionale.
Cosa pensa delle dichiarazioni di Sharon nell’intervista ad Ha’aretz? La pace è più vicina?
Le prospettive concrete non sono chiare. Quello che è stato detto nell’intervista di domenica a Ha’aretz era stato già detto più volte nel corso degli ultimi due anni. A mio avviso il criterio più concreto saranno le decisioni circa gli insediamenti. La serietà del governo nella ricerca della pace si manifesterebbe col fermare la colonizzazione, perché la colonizzazione contraddice ogni prospettiva di pace. Ma proprio su questo il primo ministro non si è voluto pronunciare.
Le risulta che la colonizzazione proceda anche ora?
Anzi, è stata accelerata. La colonizzazione continua da decenni senza alcuna interruzione, anche dopo gli accordi di Oslo. Essa contraddice quello che il presidente Bush ha affermato nel suo discorso del 24 giugno dell’anno scorso: che scopo del processo di pace è di porre termime all’occupazione cominciata nel ‘67. Ed invece la colonizzazione ha come scopo di perpetuare quest’occupazione, di renderla permanente e irreversibile. Questi sono i fatti.
Alla luce della filosofia ispiratrice dell’azione americana in Irak, secondo cui il Medio Oriente deve cambiare, si deve immaginare che la questione palestinese diventerà un terreno di prova per l’amministrazione Bush. Lei cosa ne pensa?
L’amministrazione è profondamente divisa: da una parte il Dipartimento di Stato vorrebbe far progredire il ritorno ai negoziati di pace; però altri, i falchi del dipartimento della Difesa, non sono proprio interessati: questi tendono piuttosto ad accettare la tesi della destra israeliana che vede nella lotta di Israele con i palestinesi semplicemente un capitolo della lotta globale cotro il terrorismo. Quindi, riducendo la causa dei palestinesi al terrorismo, quest’ala dell’amministrazione non è interessata a motivare Israele a ritornare al tavolo dei negoziati. Io non prevedo un grande impegno fattivo da parte dell’amministrazione Bush, almeno non nel prossimo anno. Anche perché fra poco, dopo l’estate, si entrerà nella stagione delle primarie per le elezioni presidenziali e congressuali del 2004, e quindi l’attenzione al nostro problema scemerà. Penso che attorno ad un ruolo nel negoziato per la pace in Israele/Palestina si potrebbe ricompattare l’Unione europea, che ha subìto adesso una frattura per la crisi irakena. Sulla questione mediorientale, invece, nell’Unione Europea ci sono i presupposti per arrivare a posizioni e azioni unitarie. O addirittura a guidare questo processo.
Magari a guidare potrebbe essere un paese di cerniera come l’Italia…
Indubbiamente. L’Italia sta per assumere la presidenza della Ue europea, ha acquisito credibilità nei confronti degli Stati Uniti per la sua recente posizione ma nello stesso tempo è rimasto paese non belligerante; intrattiene ottimi rapporti sia con gli israeliani, sia con i palestinesi e gli altri paesi arabi. Sarebbe una bella cosa se l’Italia usufruisse dell’occasione data dalla presidenza della Ue per guidare questo nuovo coinvolgimento dell’Unione nel tentativo di portare israeliani e palestinesi al tavolo del negoziato e all’accordo di pace. Credo che non sarebbe sgradito all’amministrazione Usa, perché la libererebbe di un argomento che potrebbe essere controverso nel campo della politica interna.
Quali mosse concrete dovrebbero riaprire la fase negoziale?
Serve una rivoluzione concettuale. Cioè, non più cercare di procedere, come negli accordi di Oslo, e persino nella road map del quartetto, attraverso tappe verso la pace definitiva, ma elaborare innanzitutto il trattato di pace definitivo, e poi un sistema di messa in esecuzione che tenga conto delle realtà sul campo. Così che il comportamento corretto nell’adempimento delle prime tappe, sarebbe premiato da un progresso ulteriore verso una meta già conosciuta nella sua globalità e nei suoi dettagli. La difficoltà fondamentale che si è sempre incontrata nel far progredire la pace a tappe, è proprio l’assenza dell’obiettivo finale, sempre avvolto dalla nube del mistero. Se le autorità palestinesi potessero dire al loro popolo: “abbiamo la garanzia del ritiro dell’occupazione dal momento che avremo represso il terrorismo; chi continua a commettere tali azioni impedisce la nostra indipendenza”, sarebbero legittimate di fronte alla propria gente. Se invece si continua a dire: “prima dovete reprimere gli elementi armati e rischiare una guerra civile, e dopo vedremo, forse qualcosa di buono accadrà”, questo non è un calcolo che loro possono facilemente accettare. Perciò bisognerebbe prima decidere il trattato di pace nei dettagli, e poi inventare un sistema di realizzazione a tappe, per verificare che le parti siano pronte per passare alla tappa successiva.
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