On the road. Cosa ho fatto passare questa estate ai miei figli

Di Marina Corradi
02 Agosto 2007
Due settimane a spasso per la Grecia. Ovvero come convincere tre ragazzi che da grandi, in vacanza, al massimo andranno a Riccione

Se proprio bisogna andare in vacanza, che almeno sia per vedere il mondo. Dunque, al mare sì, ma on the road, ho detto ai tre figli – 14, 11 e 10 anni. E non in Italia, troppo facile. Grecia. Volo low cost per Atene, stretti come piccioni, auto a nolo, 300 chilometri, traghetto, sbarco su un’isola dell’Egeo, ritorno ad Atene, volo per Creta, auto, sette giorni on the road (ogni notte un paese e un albergo diverso), ancora Atene, Acropoli, ritorno in Italia. Il marito – che mi conosce – non ci pensa nemmeno, a venire. Il figlio grande, temperamento ansioso, ascolta preoccupato il programma. E gli alberghi?, domanda diffidente. Prenotati on line, garantisco. E in che lingua si parla? Tranquillo, in Grecia parlano tutti inglese.
Si parte. Mappe, guide intelligenti e valige anche, scomposte in piccoli zaini, medicine contro ogni evenienza, dalla dissenteria alla puntura di scorpione. Il volo arriva in orario, l’auto è nuova. Metto in moto, e ci avviamo liberi nell’Attica – on the road. Il figlio ansioso è diffidente: fuori dalla tangenziale di Atene, le scritte in inglese spariscono. Solo caratteri greci. «Non c’è problema, ho fatto il classico», lo rassicuro. Si va.
A dire il vero, leggere il greco su un cartello in autostrada a 120 all’ora non è come tradurlo stando seduti. La vita si fa spericolata, mentre te la prendi con il figlio maggiore, addetto alla funzione di navigatore, la mappa in mano, che non capisce un’ostrega di dove dobbiamo andare. Non so come, tuttavia, alla fine arriviamo dappertutto. L’unico problema è quando si spegne la macchina nel mezzo di un incrocio, i guidatori greci ci suonano inferociti, l’impiegato della compagnia al telefono parla – inaudito – solo greco. Ma un vigile, certo l’unico in servizio in Attica in quella domenica pomeriggio, si materializza davanti a noi come l’arcangelo Gabriele, e ci aiuta. «Vedete, i problemi si risolvono sempre», faccio, trionfante, ripartendo. «È stato semplicemente un miracolo», rispondono laconici i tre, pensando che aveva ragione il papà, a non voler venire.
Gli alberghi, nel mio mito dell’on the road postsessantottato – andare sempre oltre, provare tutto – andrebbero scelti al momento, fermandosi quando se ne ha voglia. Ma, con tre ragazzini, è meglio prenotare. Spesso va bene. Non sempre. L’hotel sulla tangenziale di Atene è francamente sinistro, e il portiere, dice il figlio di mezzo che ha un gusto dark, ha l’aria di uno che si suiciderà prima dell’alba. «L’albergo a Skopelos è bellissimo», prometto. Vero, il problema è arrivarci.
Finalmente imbarcati, ecco la Grecia che ricordavo, quella conosciuta da ragazza e che volevo mostrare ai figli. Il mare si fa verde smeraldo, sulla scia della nave danzano due delfini. L’isola è bellissima, e vent’anni dopo, appena oltre il porto, ancora selvaggia. Troppo selvaggia, per il figlio ansioso. Se si ferma l’auto qua, commenta cupo, ci trovano morti di sete fra due giorni.

Ma non potevi portarci ad Alassio?
La mamma, poi, ha questa fissa di dovere andare sempre più in là, di infilarsi in infide sterrate per vedere che cosa c’è in fondo. In fondo c’è solo uno scoglio puntuto, a picco sul mare. L’automobilina a nolo risale la mulattiera in una nuvola di polvere, suonando furiosamente ai tornanti, mentre, dentro, lo scontro si accende. È possibile, urla un figlio, il solito, che tu non possa portarci ad Alassio come le madri normali?
Poi riguadagno dei punti. Il monastero ortodosso dove ci accoglie una donnina nera come una vecchia fata, che ci schiude le antiche porte delle stanze profumate di incenso, seduce anche i tre. Come le colline brulle dell’Attica al tramonto, incendiate dal sole. «Bello», fa una voce dai sedili posteriori. «Certo che, fra questi sassi, si capisce perché si siano dati alla filosofia». Perché?, domando. «Per non spararsi», rispondono. Beh, Creta è molto più civilizzata, assicuro. Meno male, replicano da dietro. Non capite proprio niente, ribatto. E via così, per due settimane. A Chania mi va bene: bella, vivace, piena di gente e di negozi di ricordini. Mossa da un vago senso di colpa compro vagoni di collanine, magliette, minossi di tolla che ai tre primitivi piacciono da impazzire. Non è però che possa fermarmi lì: l’on the road non lo ammette. Oltre, più oltre, verso est. Io mi fermerei a ogni chiesetta, a ogni sentiero di capre. Violenti battibecchi: no, per di qui non ci andiamo. Per fortuna azzecco il monastero giusto: splendido, incantato sulle colline deserte. I tre ora tacciono, lo stupore negli occhi. (Era per vedergli nello sguardo questo stupore che son venuta fin qui. Perché vorrei che fossero sempre curiosi di vedere cosa c’è, più in là).

Per fortuna ci sono i mici
Più in là, nel corridoio più inaccessibile del monastero, la bambina scopre il suo tesoro: una cucciolata di gattini, davanti ai quali col fratello passa un’ora in adorazione, come magi al presepe. Ciò che in realtà mi ha salvato, in Grecia, sono stati i gatti. Gatti ovunque, di ogni colore e dimensione, ma sempre affamati. I figli: «Poverini!», e mi guardano. «Non penserete.?», domando. Ebbene sì, abbiamo comprato Kitekat per tutti i gatti di Creta.

Patatine fritte per quindici giorni
I due hanno provato salsine di ogni tipo e colore, mentre la piccola, schizzinosa, ha mangiato solo patatine fritte per 15 giorni. Hanno imparato a leggere i caratteri greci. Hanno dormito in vecchie case arrampicate come castelli davanti a un mare infinito. Hanno sentito la madre, fulminata dai quaranta gradi, straparlare: «Mangiatevi tutte le magliette che volete», e la risata di quel giorno a Chania non la dimenticheranno. Hanno dormito, anche, non trovando nient’altro una sera, in un villaggio turistico a cinque stelle gremito di italiani e animatori e musica a tutto volume, un casino – anzi, secondo la mamma, un girone d’inferno. C’era, di bello, l’aquapark compreso nel prezzo, e in quelle due ore di scivolate folli sembravano davvero felici, e hanno costretto anche la madre a buttarsi. «Non dici sempre che vuoi provare tutto?». Ma poi quel braccialetto, segno del branco, che nel supervillaggio ci avevano appiccicato al polso ha dato fastidio anche a loro. «Mi sembra d’essere una pecora in un gregge. Non si apre, lo posso strappare a morsi?», fa il figlio undicenne, ed era proprio quello che pensavo io.
Siamo scappati, dal supervillaggio, alle sei del mattino, per Cnosso. E stavolta erano ben contenti di ripartire. E ancora, una mattina piena di vento davanti al Partenone, sbalorditi dalla luce accecante dell’Acropoli. Al mercatino delle pulci di Monastiraki, i tre curiosi come in una terra aliena, fra vecchi grammofoni e giocattoli di antichi bambini. E poi erano stanchi davvero. Sono andata a un internet point a fare la spesa on line per Milano, ho ordinato tutte le loro peggiori merendine. Si va a casa, ho detto, e gli ho visto in faccia la voglia del papà, degli spaghetti italiani, dei gatti. Un figlio all’aeroporto di Atene ha acciuffato con un grido di gioia una Gazzetta dello Sport fresca di giornata. Bellissimo viaggio, han detto, gentili, e non potendo dimenticare quel mare, quei monasteri, quei delfini danzanti. Ma ho come il sospetto di non averli convinti all’on the road. Il dubbio funesto che, da grandi, in vacanza, andranno alla pensione Marebello di Riccione, a sbattersi su una sdraio. Che pace, diranno entusiasti agli amici: sapessi cosa mi ha fatto passare mia madre, da piccolo.

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