ROCCELLA E SCARAFFIA CONTRO LE PAVIDE

«Credo che le nostre battaglie da femministe siano oggi tradite, innanzitutto, dalle femministe stesse». Eugenia Roccella è da tempo impegnata a ripulire gli stereotipi e i luoghi comuni che circondano il mondo del femminismo italiano di cui fu una delle leader negli anni Settanta. Quando oggi trova in edicola l’immagine sessualmente catatonica di Sabrina Ferilli sulla copertina dell’Espresso che invita a votare quattro sì al referendum sulla legge 40, «mi cadono le braccia. La Ferilli è l’effetto della vulgata del femminismo istituzionale che non ha nulla a che fare con la storia, anche problematica, della quale ho fatto parte». Questo logo della donna moderna, à la page, adeguata al sentire comune «è l’effetto del femminismo politicizzato che tende a far rientrare ogni problematica nella sfera dei “diritti delle donne”, ma che altro non è se non un elenco di banalità pneumatiche». Per contrasto la Roccella cita «il vitale mondo femminista americano le cui avanguardie hanno messo in discussione la retorica della “libera scelta”, uno slogan che è ormai un luogo comune di cui si è appropriato il mercato delle tecnologie riproduttive. E così le americane si sono seriamente interrogate se quell’idea di libertà, che pretendeva di determinare “quando e se” essere madri, oggi non si sia ridotta alla selezione eugenetica di “chi” esserlo». E in Italia? «Zero. Le femministe tacciono o sono favorevoli al referendum».

I RADICALI? SONO VECCHI
A parlare tanto però ci sono i Radicali, «i miei amici Radicali – li chiama Roccella, il cui padre, Franco, fu uno dei fondatori – che però fanno sull’embrione e sulla donna discorsi ormai datati, che non tengono conto del cambiemento di scenario che le nuove tecnologie hanno aperto. Finché la discussione rimaneva nell’ambito “naturale” la posizione libertaria sull’aborto, che pure ha dei limiti, che pure può non essere condivisa, si poteva discutere. Ma oggi, con l’allargamento delle opzioni che offre la manipolazione tecnica, si possono riutilizzare gli stessi criteri? I Radicali applicano un concetto politico di trent’anni fa in un contesto profondamente diverso». In un’intervista concessa ad Avvenire la Roccella accusò i suoi amici di «ricadute anti-individuali nel loro individualismo» e di sponsorizzare un’idea di libertà senza limiti che non fa altro che ottenere «un’illibertà assoluta». «E oggi lo ribadirei – prosegue. Oggi si intende come libera solo la scelta dell’individuo-monade, entità assoluta sganciata da qualsiasi condizionamento sociale, familiare e biologico». Ma quest’idea di scelta solitaria per Roccella non è libertà, «è onnipotenza. Staccare l’individuo dalle sue appartenenze, dalla sua storia, dai suoi legami ha come effetto non l’uomo perfetto, bensì il perfetto consumatore». (eb)
Il Daily Telegraph ha dato notizia di uno studio dell’Health and Social Behaviour Journal secondo cui «la gravidanza perfetta è a 34 anni». Aldilà dell’opinabilità dello studio (e di una sua certa intrinseca balordaggine che pensa con dati e tabelle di essere più realista del Re della natura), rimane la constatazione di una tendenza culturale che vuole tenere incollati col mastice i due piccioni (la carriera e il “desiderio di maternità”) alla fava (mettere su famiglia). Chi se ne intende spiega che lo spostamento temporale per cui le nostre nonne partorivano a vent’anni e oggi le nostre mamme e le nostre figlie ci pensano dopo i 35, è dovuto ai cambiamenti sociali (“si entra nel mondo del lavoro più tardi”) e alle opportunità tecniche («Sto tentando in modo naturale, ma se ci saranno difficoltà mi rivolgerò a un buon medico», ha spiegato all’Espresso la quarantenne Sabrina Ferilli).
La professoressa di Storia contemporanea presso l’Università di Roma La Sapienza, Lucetta Scaraffia, studiosa delle storia delle donne, propone a Tempi una terza chiave di lettura: «I cambiamenti sociali e le possibilità tecniche hanno certamente un peso rilevante sulle scelte delle donne, ma ciò di cui oggi non si tiene più conto è l’idea che la maternità possa essere un arricchimento per la società e il luogo di lavoro». Più in profondo la Scaraffia vede ormai l’incapacità «delle donne di accettare il sacrificio», parola messa al bando perché considerata un intralcio alla «realizzazione di sé. L’idea che per ottenere qualcosa occorra sacrificarsi è stata espunta dalla vita come una peste». E tutto ciò – ed ecco la terza chiave di lettura – «perché il sacrificio non è più considerato un atto positivo, della vita umana, ma solo un’ingiustizia, un ostacolo indebito alla realizzazione della nostra felicità. La verità è che è scomparso il senso religioso secondo cui il sacrificio è un’offerta a Dio o ad un altro essere umano vissuto come richiamo all’amore di Cristo». Sull’altro piatto della bilancia «ecco il desiderio. Anzi, “l’immediatezza del desiderio” che vuole che tutto sia realizzato senza la scocciatura del costo da pagare. Ma chi paga poco, avrà poco».

L’UTERO ARTIFICIALE è MIO
La Scaraffia non vuole credere che le donne cederanno alle offerte di chi, come Henri Hatlan, ha recentemente promesso loro la comodità faustiana di poter usare un utero artificiale che «separerà la procreazione dalla gravidanza». «Io credo – dice la Scaraffia – che chi ha avuto un figlio non rinuncerà mai alla gravidanza per tutto l’oro del mondo. Però mi chiedo come mai le nostre femministe non abbiano organizzato una grande manifestazione contro questa diavoleria». Poi si risponde: «Ma ormai le femminste fanno solo politica spicciola». (eb)

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