Rom

Di Emanuele Boffi
11 Gennaio 2007
A Milano ne arriveranno 40 mila. E chi è già qui abita in baracche "esplosive" tra montagne di rifiuti. Viaggio in un mondo abusivo

E’ rimasto solo il nero. Tutto quel che l’addetto dell’Amsa riesce a gettare nel furgone porta rifiuti è il nero del ciarpame rimasto sul suolo dopo l’incendio dell’ultimo dell’anno. Una operatrice spazza un po’ di merda da sinistra verso destra, poi la stessa da destra la ammucchia a sinistra, là dov’era prima nel bel mezzo di un piscio melmoso. Monconi di tubature, mozziconi di legno, carcasse di roulotte immersi in una fuliggine maleodorante e nauseabonda è tutto quel che rimane del campo rom di via Triboniano una settimana dopo il rogo accidentale – una sigaretta? una stufa? un generatore malmesso? Nessun morto, «per miracolo». La ciclicità è la caratteristica precipua degli incendi nei campi nomadi. Il problema non è il “se”, ma il “quando”. Come le stagioni, ogni quattro mesi esplode qualcosa. Ogni tanto qualcuno. Per non sbagliare, chi ha causato il danno ha messo molta strada sotto i tacchi.
Nella parte di campo rimasta integra, fra stamberghe di legno e ferro, madri di quindici anni stendono panni logori su ramate arancioni, i bambini inseguono le code spelacchiate dei cani, gli uomini consumano parsimoniosi sigarette fino a bruciarsi le labbra. Un tizio cerca di avviare un generatore a benzina, all’interno della sua catapecchia s’intravedono tre televisori accatastati. Sopra il tetto, variamente composto da lamiere legni stracci pietre copertoni di gomme, si incastona la parabola satellitare. Come lui, l’hanno quasi tutte le catapecchie, sfizio tecnologico balzano per gente che vive in discarica. Alcune donne fanno la fila davanti a un tubo dell’acqua col catino curvato sull’anca, s’incolonnano immergendo gli zoccoli nel liquame fangoso. I bambini giocano a saltare nelle fosse lanciandosi un rattrappito pallone da basket. I più piccoli dormono fra le braccia di madri infreddolite, uno riposa sotto una montagnetta di cuscini, nudo come mamma l’ha fatto, un altro con sguardo da robivecchi consumato perlustra i rifiuti fra aguzzi di vetri, alla ricerca di chissà quale presente natalizio. Ogni dove carrelli della spesa smontati e usati come griglie per cucinare. Qualche giorno fa un addetto dell’Amsa ha raccontato di aver visto dei rom che vi cucinavano sopra dei piccioni, «e dei bambini giocavano a tirarsi dei ratti di quaranta centimetri». Secondo l’associazione “Medici del mondo” a Triboniano ci sono «topi, rifiuti, sporcizia e scarafaggi» e «bambini ammalati con febbre, tosse, vermi nell’intestino». Secondo l’Asl nel campo ci sarebbero focolai di epatite A (una malattia oggi diffusa solo nel Terzo Mondo) ed è presente la scabbia e l’infezione da acari. Quando l’ultimo dell’anno sono divampate le fiamme in molti non c’erano, tornati in Romania per le feste. Secondo un grossolano censimento in questo ampio spartitraffico vivono dalle 600 alle 700 persone: quando il Comune lo allestì era stato pensato per 270. Ora le autorità hanno spiegato che ne trasferiranno 300 in una zona attrezzata in via Barzaghi; gli altri rimarranno qui, dove i tecnici dell’Aem stanno cablando 33 nuovi container, dove si stanno riposizionando i cessi chimici. Quegli stessi cabinotti che erano stati allestiti due anni fa e che poi sono andati distrutti o “privatizzati” da qualcuno che, con un semplice lucchetto, ha voluto arrogarsene l’accesso. C’è l’idea di smembrare il campo in tre o quattro più piccoli e si dice che nel giro di un mese tutto verrà risistemato. Appeso a una rete di metallo appare il cartello “Proprietà demaniale del Comune di Milano. Divieto d’ingresso”. Sotto stanno cinque lavabi arrugginiti e un materasso sdrucito.
Il 21 dicembre a due passi da Milano, nel comune di Opera, un gruppo di cittadini incattiviti ha bruciato sei tende della protezione civile. Altre sette sono state divelte per evitare che vi potessero alloggiare i 67 rom sgomberati il 4 dicembre dal campo abusivo di via Ripamonti. Fra di loro 37 bambini e Alina, un’infante di due mesi. Alla fine le autorità hanno imposto l’insediamento e rassicurato i residenti di Opera che il campo è provvisorio, che sarà smantellato in marzo e che i capifamiglia rom hanno firmato un patto di legalità: nessun ingresso oltre ai 67, i bambini dovranno andare a scuola, le forze dell’ordine vigileranno. La tensione è stata molta, il parroco don Renato – “il prete comunista” lo chiamano – ha minacciato di non celebrare la Messa.

La bandiera bianca della polizia
Per Milano a dar le dimensioni dell’allarme ci pensano i numeri. Nel capoluogo lombardo i romeni sono quasi triplicati dal 2002 passando da 2.160 a 5.902, il 50 per cento di loro ha meno di 15 anni. In città esistono 11 campi autorizzati, 5 non autorizzati ma consolidati, 27 baraccopoli, 12 insediamenti in aree private e pubbliche e 26 stazionamenti in vie pubbliche. Ha dichiarato il vicesindaco Riccardo De Corato che, finora, solo per i campi autorizzati, «il Comune ha speso un sacco di soldi e che la situazione è al collasso». Secondo l’ultimo rapporto Caritas-Migrantes i romeni metterebbero a segno il 72,1 per cento dei furti, il 24,1 per cento delle rapine, il 13,6 per cento dei reati sessuali attribuiti agli stranieri. Dal 1° gennaio 2007 la Romania è entrata a far parte della Ue e secondo la Caritas in città ne sbarcheranno circa 40 mila, per la Sap (Sindacato autonomo di polizia) nel nord Italia sarebbero attesi tra i 50 e i 100 mila rom, un numero che costringerebbe le forze dell’ordine ad «alzare bandiera bianca». Al 30 giugno 2006 oltre 2 mila rumeni sono detenuti su 20.221 carcerati stranieri. Di emergenza parlano un po’ tutti e don Gino Rigoldi, cappellano del Beccaria, ha detto che servirebbe una politica che preparasse un nuovo piano abitativo. A Natale in Duomo il cardinale Dionigi Tettamanzi ha fatto esplicito riferimento alla situazione durante l’omelia dicendo che «senza casa non c’è dignità». I precedenti, però, non sono incoraggianti. Domenico Ippolito, direttore generale dell’Aler (Azienda lombarda edilizia residenziale) e Gennaro Spinoza, direttore filiale 1 dell’Aler, spiegano a Tempi che «finora, per i dati in nostro possesso, l’esperienza è stata negativa». Registrati come rumeni nelle case popolari di Milano sono una quarantina, di cui la metà rom che hanno occupato abusivamente gli stabili. A novembre sono state sfrattate le quattro famiglie che avevano occupato l’ex fabbrica Gnocchi in zona Lorenteggio Giambellino. Ma non c’è solo il fenomeno dell’occupazione: «Anche quando la casa è loro assegnata in maniera regolare, spesso si rifiutano di usufruirne oppure la subaffittano».

A casa di Mario
Il padre di Mario si sveglia presto la mattina, esce di baracca e si incammina verso piazza del Duomo. Una passeggiata di trenta chilometri buona per fare la questua lungo il tragitto. Il padre di Mario ha sessant’anni, ed è una bella età per un rom, visto che in media non superano i cinquanta. Mario, un ragazzo di trent’anni, vive in una baraccopoli abusiva in una zona a sud-ovest di Milano, in un luogo non luogo che, come altri, raccoglie centocinquanta anime derelitte. Dice Mario che qualche poliziotto da quelle parti ogni tanto si vede. «Vengono qui per vedere se è tutto a posto. Quando decideranno di sgomberarci verranno a informarci qualche giorno prima».
Mario ha tre figli di 12, 11 e 10 anni che grazie a Gabriella del “Comitato contro la schiavitù moderna” ha inserito in scuole lì vicine. Racconta Gabriella che è stata una faticaccia convincerlo che nessuno voleva «rapinargli i bambini» e che l’istruirli era la cosa migliore per loro. Mario ha dapprima storto il naso ma poi, per l’insistenza di Gabriella, ha acconsentito. La fiducia, lei se l’è conquistata a suon di coperte, mutande, maglioni e segnalazioni per lavoretti saltuari. Tutto al di fuori del circuito istituzionale ché qui gli assistenti sociali non san nemmeno che faccia abbiano. Se possibile, le condizioni di questo spiazzo abusivo composto da una ventina di baracche, sono peggiori di quelle di Triboniano. Nessuna roulotte, nessuna antenna parabolica – «costa troppo» dice Mario -, nessuna fonte d’acqua. Cani randagi circolano in mezzo a rifiuti carbonizzati perché anche qui un rogo la vigilia di Natale s’è portato via un po’ di cianfrusaglie e una quindicina di abitazioni. Un uomo con uno scalpello picchia su un contenitore di rame e ne raccoglie le scaglie in un sacchetto di plastica: «Un chilo di rame, 10 euro». I componenti di questa comunità, che stavano fino a un paio di anni fa nell’accampamento abusivo di via Capo Rizzuto (fino all’inevitabile sgombero del fine giugno 2005 che li portò a spostarsi), vivono di manghela, detta anche “laprego”, cioè la questua che le donne fanno durante il giorno. Gli uomini lavorano, così dicono, quando possono, come muratori, scaricatori e imbianchini. Naturalmente nessuno di loro “ruba”. Naturalmente non ci si può aspettare che lo confermino a un estraneo. Dal fatto che si lamentino del costo delle pratiche dei tribunali e delle parcelle degli avvocati, qualcosa si deduce. Mario racconta che coi pochi euro che la famiglia racimola si paga una casa in Romania dove vorrebbe tornare a vivere. Intanto accetta e fa accettare a moglie e figli di vivere tra montagne di rifiuti e scarti, mangiando la carne alla brace cotta sulle grate dei carrelli. Soprattutto ali di gallina contornate da polenta. Nei giorni di festa ci si concede il Sarmale, specie di involtino contenente carne di maiale cotta e impastata con riso e verze.
Mario mostra la sua baracca. Muri di compensato tenuti assieme con chiodi storti, tre spazi allestiti a zona pranzo – un tavolaccio attorniato da sedie sgangherate e un comò su cui sta appoggiato un bello stereo – una “cucina” composta da un piano cottura e una bombola a gas rimediata in qualche discarica, una zona notte con materassi gettati per terra. Coperte e cuscini attorniano un televisore i cui cavi penzolano in aria fino a raggiungere una ciabatta elettrica appesa agli stracci del soffitto. Nel mezzo una stufa rimediata da un barile bucato sopra, sotto e in mezzo. Dalla tanica parte un tubo sgangherato che termina nel muro di legno, appositamente perforato per far uscire il fumo. Per tenerlo fermo alla parete Mario ha applicato un impasto di terra e sabbia. Se ne stacca un grumo che finisce al suolo accanto ad altra sporcizia e cenere. è sicura? «Sicurissima». La casa di Mario è la più bella del campo. Poco distante abita un’anziana vedova senza figli che al momento è in giro per laprego. All’apertura della porta fuoriesce una densa nuvola nerastra. Dentro, una stufa a pieno regime getta fiamme verso il logoro soffitto. Ma come si può vivere qui dentro? Un rom si stende su un materassino a due dita dai sassi della terra. «Così» dice. «Stando sdraiati si riesce a respirare».

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