Roma città lercia
Roma
L’aria è pesante, una leggera brezza sospinge un insopportabile lezzo su tutto il territorio circostante. Uno sgradevole odore acido ristagna costantemente. All’orizzonte gabbiani che volteggiano in circolo, fumi grigiastri, capannoni in costruzione, recinzioni stile “zona militare” e colline artificiali che circoscrivono l’intera area. Camion e autobotti percorrono ininterrottamente la strada che attraversa questo luogo. Siamo a Roma, nella capitale d’Italia, zona Malagrotta. Il terreno di cui stiamo parlando è quello sud-occidentale della città, delimitato a nord dalla linea ferroviaria Roma-Pisa, a ovest dalla piana di Maccarese, a sud da via della Magliana. Sul confine orientale, invece, inizia il quartiere Massimina. Ci sono anche due corsi d’acqua, il Fosso di Galera a ovest e il Fosso della Magliana a est. Entrambi si tuffano nel Tevere.
Stiamo passeggiando all’interno della più grande discarica d’Europa, quella di Malagrotta appunto, con un’estensione territoriale di 230 ettari. Ogni giorno qui vengono smaltite circa 4 mila tonnellate di rifiuti prodotti dagli oltre due milioni e mezzo di cittadini romani (più quelli di Ciampino e Fiumicino e della Città del Vaticano). A completare il quadretto idilliaco, un inceneritore per rifiuti ospedalieri, una raffineria di petrolio (che con i suoi 14 camini emissivi e 40 serbatoi di stoccaggio lavora ogni anno 5 tonnellate di greggio), altri depositi e impianti minori per il trattamento dei rifiuti. Poi ci sono le cave di materiali inerti, residui delle attività che qui storicamente si svolgevano. Un insediamento “industriale” che anche un profano avrebbe gioco facile a definire “ad alta pressione ambientale”, anche solo considerando la quantità di fumi che di qui prendono la via verso l’atmosfera, o la possibilità che le acque nei paraggi siano contaminate. Sorprendentemente, però, a due passi da questa discarica spuntano campi coltivati e pascoli per bovini. Fino a poco tempo fa, un cartello pubblicitario di un’azienda che qui in zona produce carciofi indicava ancora “Coltivazione biologica”.
Il patron di questo paradiso della spazzatura è il quasi ottantenne Manlio Cerroni, proprietario della discarica e di tutti gli impianti per il pretrattamento dei rifiuti e per la produzione di biogas. Secondo le cronache l’Avvocato – così viene chiamato l’imprenditore – ha fra le mani un impero da 700 milioni di euro di fatturato all’anno con 7 mila dipendenti nel mondo. La discarica di Malagrotta garantisce, da sola, incassi da capogiro: per ogni chilo smaltito il Comune versa alla società di Cerroni 0,044 euro, un introito minimo di 44 milioni di euro all’anno.
Della discarica di Malagrotta i mass media non si sono mai interessati seriamente. Negli ultimi anni, però, le continue proteste dei cittadini della Massimina, costretti a sigillare le finestre e a chiudersi in casa per gli odori nauseabondi, hanno iniziato a raccogliere l’attenzione della stampa. Mentre l’innalzamento della tariffa del Comune di Roma sui rifiuti (in media il 15,8 per cento in più per le famiglie, 31,6 per le utenze non domestiche) ha attizzato anche la polemica politica. I proventi del rincaro serviranno per la bonifica di Malagrotta? Lo sconto per i residenti nelle aree contigue alla discarica è proporzionale al disagio? Ovviamente tale inedita attenzione al caso Malagrotta è apprezzata, ma la vera questione resta inevasa: che risultati hanno dato, da quando la discarica è diventata l’unico sistema di smaltimento dei rifiuti di Roma a oggi, le attività di verifica e monitoraggio degli impianti, obbligatorie per legge?
Sollecitazioni finite nel cestino
Malagrotta è quasi considerata una zona off limits. Eppure di tentativi, anche generosi, di acquisire dati che dimostrino eventuali lacune e anomalie ne sono stati fatti tanti. Ma sempre con esito nefasto: ogni volta sono stati rispediti al mittente senza spiegazione. Destra o sinistra non hanno mai fatto la differenza, le autorità di turno si sono mostrate tutte in egual modo reticenti. Antonello De Maio, fino a poco tempo fa direttore del Dipartimento stato dell’ambiente e metrologia ambientale dell’Apat (Agenzia per la protezione ambientale e i servizi tecnici del ministero dell’Ambiente), con l’ausilio di Leonello Serva, che per l’Apat dirige il Dipartimento difesa del suolo, ha più volte sollecitato assessori regionali, provinciali, comunali e l’agenzia Arpa del Lazio a verificare il reale stato del sito Malagrotta. Nel 2004 l’Apat ha presentato anche una relazione tecnica sugli aspetti ambientali dell’area, cui sono seguite richieste di intervento rimaste tutte senza risposta. Per dare una dimensione al problema, De Maio fa notare a Tempi che «se la discarica di Malagrotta così come la conosciamo è entrata in funzione nel 1985, è dal 1974, però, che quel sito è utilizzato per smaltire i rifiuti di sovvalli provenienti dagli impianti di trattamento romani». Ma da quando nel 1985 l’Ama (Azienda municipale ambiente di Roma) ha stipulato la convenzione con Cerroni per interrare i rifiuti non sono mai state effettuate analisi in contraddittorio con quelle presentate dalla proprietà. Fonti bibliografiche, si legge nella relazione Apat, «riportano che alcune vasche, e tra queste le prime che sono entrate in servizio, sono prive di un sistema di impermeabilizzazione delle pareti e del fondo e sono impostate direttamente su terreni dotati di permeabilità medio-bassa. In alcune zone poi, il sistema di raccolta del percolato (liquido che si origina prevalentemente dall’infiltrazione di acqua nella massa dei rifiuti o dalla decomposizione degli stessi) risulta composto da una rete di tubazioni poste non a contatto con la superficie e non è possibile escludere che il percolato venga intercettato solo parzialmente dal sistema di drenaggio. Una parte di questo potrebbe infiltrarsi nel terreno sottostante e fuoriuscire quindi all’esterno del sito».
Nel 1985, quando si decise di mettere a norma la discarica, su quella vecchia fu semplicemente stesa una specie di telo. La discarica si alzò, ma secondo De Maio «non è mai stata fatta una caratterizzazione del suolo, nel terreno ci potrebbero essere diossina e metalli pesanti. E non è mai stata installata alcuna centralina per misurare la qualità dell’aria».
Tra silenzi, omissioni e rischi ambientali, comunque, per la discarica di Malagrotta forse si avvicina la fase di esaurimento (fine 2007?). Leonello Serva ci spiega che secondo la normativa attuale (in vigore dal 2003) il sito oggi non otterrebbe mai le autorizzazioni necessarie: «La falda acquifera si dovrebbe trovare sopra il livello di fondo della discarica, ma a Malagrotta la situazione è opposta e il diaframma costruito per “aggiustare” l’anomalia non ha prodotto alcun risultato positivo. Il livello dell’acqua dentro la discarica è superiore al livello dell’acqua della falda, perciò la prima scivola nella seconda. La discarica, in pratica, perde. Dovrebbe essere immediatamente chiusa e bonificata».
Il gassificatore dei miracoli
Dal 1984 la legge stabilisce che simili bonifiche, in gergo tecnico definite “post mortem”, sono responsabilità del gestore della discarica. E dal gennaio 2003 le società di gestione sono obbligate ad accantonare i fondi necessari per tali pratiche. Ma i soliti maliziosi iniziano a sostenere che Manlio Cerroni questi soldi, in effetti, non li abbia mai accantonati e che sarà proprio l’aumento della tassa sui rifiuti a fornire i denari per sistemare l’area di Malagrotta. In una recente intervista al Corriere della Sera edizione romana così si è espresso l’Avvocato dei rifiuti: «Ma quali soldi, non ce n’è bisogno, ci siamo già noi qui, il percolato verrà vaporizzato al 95 per cento dal gassificatore».
Con un gassificatore dai rifiuti si ricava combustibile da impiegare per la produzione di energia. Si capisce perché Cerroni, con la chiusura della discarica in vista, abbia aperto le porte a questa possibilità. Sta già costruendo gli impianti di selezione dei rifiuti e i gassificatori stessi. Di nuovo, però, le normative sembrano essere eluse in partenza. De Maio senza mezzi termini ci dice che «per quegli impianti non esiste nessuna licenza edilizia, nessuna valutazione di impatto ambientale e, anche se l’Ama è d’accordo, non si capisce dove siano le autorizzazioni e la gara d’appalto. Tra l’altro il gassificatore di Malagrotta non è certo costruito con le migliori tecnologie oggi a disposizione».
Insomma, sulla discarica unica di Roma mancano parecchie risposte. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio ha recentemente disposto di «studiare le migliori tecnologie necessarie per provvedere allo smaltimento» (bravo, peccato però che si sia dimenticato che il suo dicastero controlla direttamente l’Apat, dove potrebbe trovare studi ufficiali all’avanguardia e già approvati dalle commissioni europee). C’è da augurarsi che non finisca di nuovo come tre anni fa, quando un’agenzia del ministero chiese ai carabinieri per la tutela dell’ambiente di Roma di effettuare alcune verifiche su Malagrotta e quelli fecero capire di non potersi muovere: avevano mani e piedi legati. Di quel corpo faceva parte anche il “Capitano Ultimo” che riuscì a catturare Totò Riina. Ma che, suo malgrado, su Malagrotta nulla poté.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!