Roma, splendida enclave di Kaliningrad (ma Cdl stai attenta e spiega. a casa questi magistrati che fan politica)
Sono le nove e cinquanta di una sera di fine primavera, lunedì 26 maggio 2003, e per il momento sappiamo con certezza soltanto che a Roma l’Ulivo festeggia. Ciò che non sappiamo, purtroppo, è se Rutelli stia ballando a Piazza Santi Apostoli al ritmo di “o bella ciao” con i giovani del ’45 o se a tenere banco sia Veltroni, con quelli del ’68 e l’Antonello Venditti di “Roma capoccia”. Applausi alla sinistra, comunque. Ha vinto nel posto di più eterna Prima Repubblica che c’è in Italia. Complimenti sinceri. Però è anche un’ammissione quella che vorremmo sentire da parte di chi, fino alla vigilia di questa tornata elettorale, ha gridato che il Cavaliere era uscito pazzo e che dava addosso a tutti perché sapeva di perdere alla grande. Nessuna sconfitta di Berlusconi, anzi, tenuta buona. A noi pare già questo un vero e proprio miracolo da popolo italiano. Eh, sì, perché chi se lo sarebbe mai aspettato che in una canea così, dentro questo gigantesco tam tam mediatico antiberlusconiano messo in campo da tutta la magistratura combattente, da tutti i girotondisti perditempo, da tutta questa cagnara di inchieste contro di lui che durano da dieci anni, chi se lo sarebbe mai aspettato che nonostante lo schieramento delle maggiori testate e Tv nazionali ed estere, nonostante i pacifisti, le bandiere, l’antifascismo e mettiamoci pure le liti interne, chi se lo sarebbe mai aspettato che Berlusconi tenesse botta così? è un caso, sì, il caso di un popolo che ha capito tutto. Ha capito che c’è una élite di borghesia che non gliene importa nulla dell’Italia e che lo vuole morto, il Cavaliere, perché lui è il simbolo di ciò che l’Italia è, dal profondo, nelle viscere, nella terra, e ciò che invece dal profondo questa élite grigia e arrogante non è. Libertà. Parola odiosa per i pessimi mercanti, parola impronunciabile per i caporalicchi che sognano la bell’epoca dei “tiranni illuminati”, quando si poteva mettersi d’accordo in cima e poi far cadere alla base, tra il popolo, grazie alla catena di comando dei funzionari del regimetto – nelle scuole, nei tribunali, nelle fabbriche – l’idea che le decisioni le avesse prese assemblearmente il popolo, letta La Repubblica, confermato dall’Unità, ribadito dal commissario europeo ulivista Tommaso Padoa Schioppa. Insomma dalla solita autostrada Pci-azionista sull’asse Roma-Torino che ultimamente ha una variante minacciosa però: questa di una testa di togati (l’Associazione nazionale dei magistrati interpretata dai Bruti Liberati) che dicono apertamente di volersi candidare alla guida politica del Paese. Dunque da questa resistenza popolare noi pensiamo che Berlusconi e partiti della Cdl debbano trarre almeno due lezioni. La prima. Andare avanti nelle riforme, risolutamente, e prima di tutte quella della giustizia: vogliamo vedere i magistrati combattenti ricacciati in caserma, oppure se preferiscono fare politica, li vogliamo vedere sollevati per aria dalle loro funzioni di impiegati dello Stato e correre come tutti i cittadini mortali alle elezioni per un posto di giudice così come fanno in America. Non vogliono rendere conto allo Stato e ai suoi legittimi rappresentanti parlamentari? Bene, rendano conto agli elettori. Secondo. Berlusconi, Fini, Bossi, Follini, sedetevi intorno a un tavolo e fatela fuori una volta per tutte. Uniti si vince, divisi non si perde (per ora) ma neanche si governa decentemente. E Dio solo sa di quanto governo abbia bisogno l’Italia. Coraggio, anche se la nostra un po’ polverosa borghesia non c’è mai agli appuntamenti della storia, il popolo c’è, il popolo miracolosamente resiste, il popolo è con voi. Perciò, a voi l’onore, e l’onere, dell’impresa. Coraggio!
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