A Romano Prodi
Lei prima dice («Zapatero ricompone la frattura europea») poi disdice («Penso tuttora che un ritiro immediato delle truppe militari dall’Irak non sia utile»). Che pensare? Lei conferma tutte le previsioni, di grande capo coriandolo trovato in cima all’Europa. Uno che riempie l’aria di paroloni e di Grande Manifesto della Pace e del Progresso. Ma poi, al dunque, scappa. Scappa dalla realtà, dalle decisioni, dalle sue stesse convinzioni. Sotto il suo vestito pacioccone, signor Commissario, cosa c’è oltre la politica pret-à-porter, il sellino di bicicletta casuale e gambette che pedalano svelte là dove tira il vento? Onorevole Romano, ascolti, si fa sera, e Lei non sembra più nemmeno un democristiano. Lei è solo anima, allo stato purissimo, che vira al rosso se va a Pechino, al nero se va al Cairo, al paonazzo se deve dar conto delle parole in libertà, che dice. E disdice. Certo, non è facile farsi volere bene in una coalizione piena di correntoni pacifisti dentro, e ricca di multiformi campi antimperialisti fuori. Però qualche idea e un po’ di coraggio bisogna pure averli se non si vuole soltanto essere il controfiletto morale o l’osso buco politico di un qualche massoncello franco-brandeburghese. Lei da Bruxelles ormai governa solo i cavolini. Però qualcosa governa. Se rientrerà a Roma, cosa governerà, l’Ikarus di D’Alema?
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