Romanzo popolare
«Sono convinto che Il cavallo rosso verrà considerato un giorno come un’opera spartiacque per la comprensione del Ventesimo secolo». Nelle parole di Richard Brown, critico londinese della Saint Austin Review, si coglie molto dell’entusiasmo che contagia chi si avvicina al grandioso romanzo di Eugenio Corti, pubblicato per la prima volta da Ares nel 1983, tradotto in sei lingue e giunto oggi alla ventunesima edizione. «L’autore – continua Brown – plasma un nuovo tipo di realismo che definirei della trascendenza. Così che in modo obiettivo il romanzo porta una soluzione alle ansie filosofiche del Novecento. È il genere di romanzo che entusiasma i lettori quando lo scoprono. Chi lo ha già letto ha un fervore quasi evangelico nel cercare di persuadere gli altri a leggerlo». E difatti nel 1997 alcuni esponenti della chiesa calvinista di Losanna scrissero una lettera aperta a Corti elogiandolo per l’originalità del suo “modo cristiano di vedere la realtà, che è il solo veritiero”; dal carteggio sorse un tentativo di dialogo interconfessionale che dura tuttora. Ma molti altri legami sono intrecciati attorno a quest’opera di milleduecento pagine; in maniera sorprendente Il cavallo rosso, con la sua corsa, intesse trame nel destino di chi si accosta alla sua poesia.
Eugenio Corti «appare nella nostra epoca una sorta di rivelatore fotografico – scrive Laurent Mabire su Liberté Politique -, che trasmuta il negativo in positivo e ristabilisce l’ordine del mondo. Lo dice con le sue frasi così semplici. che ci fanno vedere dall’altra parte dello specchio». È un autentico poema del destino, tanto che il cardinal Barbarin, arcivescovo di Lione, in un’intervista rilasciata a Famille Chrétienne nell’aprile del 2004, ha posto sullo stesso piano gli eroi delle grandi epopee narrative di Stendhal, Victor Hugo, Dostoevskij e quelli di Corti; anni fa, Cesare Cavalleri profetizzò per Il cavallo rosso un destino artistico del livello dei libri di Tolstoj o Solzenicyn, o del celebre film L’albero degli zoccoli. Il tempo gli ha dato ragione.
A partire dagli anni Ottanta Il cavallo rosso è stato tradotto in spagnolo, lituano, rumeno, francese, inglese e giapponese; nei paesi in cui i libri si leggono davvero (anche da parte di editori e critici letterari), molti si accorgono che quello di Corti è un testo di prim’ordine perché nella storia privata dei tanti personaggi passa qualcosa che dà senso alla storia intera. Peter Milward, professore emerito alla Sophia University di Tokyo, afferma senza mezzi termini che The Red Horse (titolo della traduzione americana uscita nel 2000) «potrebbe benissimo essere paragonato a Il Signore degli Anelli» e che il suo autore «emerge come testimone della Chiesa cattolica dei tempi moderni».
Come si può immaginare, nel cono d’ombra in cui è relegata la buona letteratura, tanti grandissimi misconosciuti tengono compagnia a Corti, il quale nel frattempo è stato almeno insignito al Merito per la cultura cattolica, con premiazione a Bassano del Grappa. Intanto, mentre giungono all’autore lettere di riconoscenza da lettori di mezzo mondo, la sua opera scritta continua a passare quasi inosservata dall’intellighenzia moderna. Per gli altri, le pagine cortiane sono invece di conforto al cammino. Anche se la censura dei mass-media sembra implacabile, si può credere che l’ultima parola non spetterà alla mediocrità, come si augurava (dalle pagine della rivista teologica Renovatio, quindici anni orsono) anche padre Cornelio Fabro chiedendosi: «A quando una degna versione televisiva de Il cavallo rosso? Se fosse tale da rendere fedelmente il libro, essa potrebbe avviare un autentico risveglio spirituale di tutta la nazione».
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