Roulette irakena

Di Rodolfo Casadei
01 Luglio 2004
Dopo il passaggio dei poteri da Bremer ad Allawi si delineano vincenti e perdenti della crisi irakena: fra i secondi, i neo-con, la Nato, i curdi, Chalabi e i partiti religiosi

Anche dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha riconosciuto la creazione di un governo provvisorio in Irak, il passaggio dei poteri dal governatore americano Paul Bremer all’esecutivo di Iyad Allawi e Ghazi al-Yawar e l’impegno assunto dalla Nato ad Istanbul di contribuire all’addestramento delle truppe del nuovo esercito, qualunque pronostico sul futuro dell’Irak è scritto sulla sabbia di un bagnasciuga. Si può invece ragionevolmente proporre una mappa di orientamento del “chi sale, chi scende” fra i protagonisti della crisi irakena, cominciando da quelli internazionali (organizzazioni e stati) per arrivare agli attori locali.
All’interno dell’Amministrazione Bush salgono i neo-realisti come Colin Powell, da sempre favorevoli all’approccio multilaterale, e scendono i neo-conservatori come il vicepresidente Dick Cheney, fautori dell’iniziativa unilaterale. La buona volontà dimostrata dalla delegazione americana nell’aggiustare i contenuti della proposta di risoluzione poi votata dal Consiglio di Sicurezza in base alle richieste degli altri membri permanenti, le calorose rassicurazioni di G.W. Bush al termine del summit Usa-Ue in Irlanda secondo cui i dissensi fra Europa e America sulla questione irakena sono cose del passato, la richiesta anglo-americana di coinvolgimento della Nato in Irak, sono indizi del deciso mutamento di rotta degli Stati Uniti, i cui leader si sono convinti che da soli possono forse vincere qualunque guerra, ma sicuramente nessuna pace.

Una Nato impresentabile
Fra le organizzazioni internazionali, sale l’Onu e scende la Nato. L’ente capeggiato da Kofi Annan ha ottenuto il massimo risultato con il minimo sforzo: ha recuperato autorevolezza e funzione svolgendo un ruolo centrale nella legittimazione del governo di transizione, la cui composizione alla fine è risultata accettabile sia alla presumibile maggioranza degli irakeni che al mainstream dei paesi arabi e/o musulmani della regione grazie all’abilità negoziale dell’inviato Lakhdar Brahimi, senza pagare pegno alcuno. L’Onu, infatti, non tornerà in Irak sul terreno fino a quando un grado accettabile di sicurezza sarà stato garantito, ha detto Annan, e per una volta gli americani hanno dovuto subìre in silenzio da parte del Palazzo di Vetro. La Nato, invece, non ha perso l’occasione per collezionare l’ennesima brutta figura a Istanbul, dove il summit si è concluso con la decisione di aumenti poco più che simbolici per quel che riguarda la presenza militare in Afghanistan e con l’assunzione di un impegno nei confronti del governo di transizione irakeno che non va al di là dell’addestramento del suo nuovo esercito. Francia e Germania ci hanno tenuto a far sapere che saranno liete di addestrare le nuove forze armate, ma nelle basi Nato in Europa, e non certo fra il Tigri e l’Eufrate. A questo punto l’organismo politico-militare con sede a Bruxelles comincia ad assomigliare ad un ente inutile: non riesce a rendere possibili stabilizzazione e libere elezioni in Afghanistan, dove la maggior parte dei suoi 20 mila uomini (15 mila americani e 5.700 degli altri paesi Nato e collegati nell’Isaf) garantisce la sicurezza di Kabul e prosegue la caccia ad Al Qaeda, ma è assolutamente insufficiente a far uscire il paese di Karzai dalla condizione di stato fallito; respinge l’idea di una presenza sul terreno in Irak adducendo di non essere in grado di fornire altri uomini e mezzi in forza degli impegni già in corso. Se l’alleanza militare dei paesi più ricchi e potenti del mondo non può assumere altri impegni perché ha 18.500 uomini in Kosovo, 7.000 in Bosnia e 5.700 in Afghanistan, cosa dobbiamo concludere?
Fra gli attori politici irakeni, vincono gli arabi e perdono i curdi: i primi si sono accaparrati le due cariche più importanti, i secondi solo qualche ministero; i primi (con l’appoggio dei paesi confinanti) hanno ottenuto che nella risoluzione 1.546 del Consiglio di Sicurezza non si facesse cenno dei diritti regionali dei curdi, formalizzati nella costituzione provvisoria, con grande scorno dei secondi. Vincono i laici e perdono i religiosi: tutti i ministri del nuovo governo tranne quattro sono musulmani secolarizzati. Vincono i paesi arabi che non volevano assolutamente Ahmed Chalabi a capo del governo. Il leader del Consiglio nazionale irakeno caduto in disgrazia pare disponibile ad un’alleanza di perdenti: alle elezioni del gennaio 2005 potrebbe presentarsi nientemeno che insieme a Moqtada Sadr!

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