Russia, dieci anni dopo si ricomincia da tre

Di Martynov Ivan
05 Luglio 2001
Il muro è caduto ma la situazione in Russia è incerta. Tre pensieri a confronto: le parole di speranza del Papa, l’amore (esclusivo e anche violento) di Solzhenicyn per la sua terra e le “grandi regioni” del presidente-drammaturgo Havel.

Le celebrazioni del decennale della caduta del muro di Berlino stanno producendo non solo rievocazioni nostalgiche o trionfalistiche ma anche sintesi di grande valore: Giovanni Paolo II, Vaclav Havel, Aleksandr Solzhenicyn. Il Pontefice romano ha innalzato la sua voce in uno dei crocevia decisivi della scena europea, l’Ucraina, dando una scossa alle coscienze di governanti e popoli, mettendo allo scoperto un nervo sensibilissimo dell’organismo europeo, quello che intreccia le culture, le forme politiche e le alleanze militari destinate a determinare i rapporti di forze del nuovo ordine mondiale incipiente. Il Papa ha lanciato un messaggio di speranza, mentre più pessimista è la visione del profeta russo della coscienza, coetaneo del Papa, intervenuto in questi giorni con un’ampia intervista televisiva. Il suo intervento ha suscitato un’eco immediata, avendo Solzhenicyn invocato la pena di morte per i terroristi ceceni come unico mezzo per difendere la società russa dall’aggressione dei barbari caucasici. È tornato sui suoi temi preferiti, la critica ai politici pseudodemocratici e filooccidentali e la necessità di trovare una via originale alla rinascita del paese. Solzhenicyn insiste sulla necessità di un potere centrale forte, che garantisca l’«autogestione graduale» delle regioni e delle campagne, superando le forme ipocrite di rappresentatività partitica che servono solo gli interessi degli oligarchi. La terra deve rimanere dei russi (è di questi giorni invece l’approvazione di un Codice Agrario liberista, violentemente contrastato dai comunisti), per preservarla dalle prepotenze di pochi, soprattutto degli speculatori stranieri. Tanto Solzhenicyn è concentrato sull’arroccamento della Russia su se stessa, tanto il presidente ceco Havel è portato ad ampliare lo sguardo alla «pluriformità» e «multipolarità» del pianeta. Il presidente-drammaturgo, vero «mentore dell’Europa contemporanea», è intervenuto un mese fa a Bratislava, all’incontro dei capi di governo dei paesi membri della Nato. Proponendo il suo modello delle «grandi regioni» del mondo globalizzato, Havel offre una sponda alle spinte russe all’isolazionismo, affermando la necessità per la Russia di crearsi uno spazio proprio, che ne salvaguardi la specificità culturale e geopolitica, senza per questo temere il consolidarsi dell’integrazione europea. Il presidente ceco si appella alla riscoperta dell’identità dei soggetti individuali, nazionali e sovranazionali come unico metodo per non soccombere davanti ai pericoli di nuovi grandi conflitti. Schierandosi sulla linea del Papa di Roma, in favore di una vera rinascita dell’umano, Havel invita tutti a superare le ipocrisie, guardandosi in faccia senza complessi; così l’allargamento della Nato ai paesi baltici deve avvenire senza cedimenti nei confronti della Russia, ma senza intenzioni aggressive, come un dialogo tra soggetti di pari dignità che hanno a cuore il benessere e la libertà di tutti.

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