Russia (prudente) alleata
Il presidente Putin ha deciso di appoggiare con moderazione il piano americano di lotta senza quartiere al terrorismo internazionale; dal punto di vista congiunturale la scelta si giustifica in modo naturale, essendo la Russia, e il presidente in prima persona, impegnata da anni in un frammento di tale guerra universale, di cui non riesce a venire a capo in alcun modo. Non è ovviamente possibile farsi sfuggire l’occasione di piazzare il conflitto ceceno in subappalto alla Prima Guerra del Terzo Millennio. Eppure nelle dichiarazioni dello stesso Putin, di molti autorevoli politici russi (da Primakov ai comunisti, fino al moderato filoamericano Javlinskij), come della maggior parte degli osservatori e degli specialisti bellici e diplomatici, risuona una preoccupazione assai più profonda e generale, quella di non sbagliare l’ottica complessiva di lettura degli avvenimenti. Tale preoccupazione si può sintetizzare nell’appello di Putin ad abbandonare per sempre gli schemi della guerra fredda, per aprire gli occhi sulla reale proporzione delle forze in campo sull’arena mondiale.
La guerra fredda, infatti, si reggeva sulla divisione, semplice e a tutti comprensibile, del mondo in due parti, i buoni e i cattivi, da identificare a seconda che si guardasse da destra o da sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino era parso logico cancellare con un tratto di pennarello una delle due parti, crollata sotto il suo stesso peso, e ipotizzare un mondo a una dimensione, a partire dalla quale si doveva muovere per riempire il “deserto” della parte ormai libera dai cattivi. Le obiezioni dei russi a tale equazione in questi dieci anni erano state considerate come poco più che velleitarie, una variante minima alla conquista globale del mondo da parte dei buoni, dei “civilizzati” con una “solida tradizione democratica”. All’attacco terroristico fa ora riscontro una reazione dell’istinto bipolare, quello della guerra fredda: i buoni sono ancora gli stessi, mentre i cattivi sono esponenti della squadra del “sud”. A questa semplificazione la Russia oggi reagisce con impeto ancor maggiore: il mondo non è unipolare, e neanche bipolare, ma assai più complesso; tra i cinque miliardi di “poveri” ci sono un miliardo e mezzo di cinesi, un miliardo di indiani, trecento milioni di ex-sovietici (più i tanti paesi ex-satelliti) che nulla hanno a che spartire con il terrorismo antiglobalista o antiamericano; non sono i poveri a scagliarsi contro le torri di New York e non tutti i poveri sono disperati, anzi, molti hanno grandi speranze nel futuro proprio e del proprio popolo, e hanno un rapporto quantomeno dialettico, se non interattivo, con l’America e l’Europa; il mondo islamico nel suo complesso è legato a doppio filo al mondo “civilizzato”, e non ha alcun interesse a gettarsi in una guerra di religione. L’unico vero scontro tra civilta’ diverse è quello tra arabi e israeliani, a cui i vecchi nemici della guerra fredda hanno partecipato con alterne simpatie e fortune.
Il terrorismo odierno appare agli occhi dei russi come il segno evidente della crisi della società a livello internazionale, che costringe tutti non solo e non tanto a schierarsi, quanto a guardarsi negli occhi e a riscoprire le vere dimensioni dei vicini e dei lontani.
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