Samia e le Torri? Gemelle

Di Arrigoni Gianluca
10 Ottobre 2002
Il calvario di un’adolescente francese. Quando i violenti si atteggiano a vittime. Un sintomo non soltanto parigino?

Parigi. Questa volta non c’entra il razzismo, lo scontro di civiltà, la follia di uno squilibrato, il colonialismo Usa. In questo, come ormai in tanti altri casi di cronaca nera nelle periferie francesi, vittima e carnefici provengono tutti dallo stesso ambiente sociale, in questo caso di immigrazione arabo-magrebina. “Samia” è un’adolescente che una sera, durante una festa tra ragazzi in uno di quei tristi palazzoni da “socialismo reale”, scambia qualche tenerezza superficiale sul pianerottolo; qualcuno li vede e Samia diventa la ragazza “facile”, ed è il primo passo verso il disastro. Qualche tempo dopo Samia viene attirata in un tranello e comincia l’incubo dello stupro collettivo, che si ripeterà per settimane. Samia, come un automa, ubbidisce ai suoi aguzzini fino a quando qualcuno si accorge che qualcosa non va. Prima la denuncia, poi il processo e finalmente la condanna. Gli stupratori, in gran parte minorenni all’epoca dei fatti, non ci stanno e gridano all’ingiustizia, e anche i loro genitori urlano contro Samia, la minacciano, gridano che è lei che dovrebbe finire in prigione per aver rovinato la loro vita e quella dei loro figli, che sì, è vero, hanno fatto quello di cui li si accusa, ma la colpa è di Samia, perché è una ragazza “facile” e quindi non deve lamentarsi.

La minaccia del tribalismo
La vittima che diventa colpevole ed i colpevoli che si presentano come le vittime; una distorsione della realtà analoga a quella di chi pretende applicare al di fuori della propria “tribù”, piccola o grande che sia, regole diverse da quelle accettate dalla maggioranza della comunità attraverso i propri rappresentanti liberamente eletti. Nel libro La République et l’Islam, Jeanne-Héléne Kaltenbach e Michèle Tribalat mostrano come il concetto di laicità, uno dei pilastri della repubblica francese, venga sempre più accantonato, permettendo per esempio alle giovani musulmane di presentarsi a scuola con il velo islamico, facendo così prevalere il comunitarismo musulmano sulla laicità. Non c’è da stupirsi, scrivono Kaltenbach e Tribalat, se una tale «concezione del pudore femminile», che vuole «proteggere l’uomo dalla propria concupiscienza», possa portare i giovani musulmani a considerare una ragazzina naturalmente seducente come un richiamo volontario. «È un caso – si chiedono Kaltenbach e Tribalat – se il gioco della seduzione, che costituisce una forma di educazione, diventa più raro nelle nostre periferie a vantaggio degli stupri collettivi?».

Vittimismo politicamente corretto?
L’imporre le regole della propria “tribù” sembra diventare un diritto e gli esempi mediatizzati non mancano. Quando José Bové, con i membri della sua “tribù”, considera normale utilizzare la violenza per una causa che ritiene giusta e nello stesso tempo ritiene ingiusto il verdetto di un tribunale che lo condanna – perché, afferma Bové, lesivo dei suoi diritti sindacali – non cerca forse di imporre le proprie regole al resto della comunità? Bové è dunque una vittima? Quando a Strasburgo un manifestante no-global, utilizzando un paletto di legno, spezza un braccio ad un poliziotto e per questo viene condannato, cosa spinge numerosi giovani a gridare che quella condanna vuole “reprimere il movimento”? Tutti vittime? Com’è che quando vengono distrutte due torri nel centro di New York gli Stati Uniti non sono le vittime ma, come Samia – stando al salottiero fanatismo degli intellettuali di Le Monde Diplomatique – i colpevoli?

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