Santa ironia. Perchè ai cattolici conviene coltivarla come undicesimo comandamento
Ha notato con arguzia Roger Scruton durante il tour promosso da Tempi “Quo vadis Europa? Quo vadis Italia?” che l’ironia è «la capacità di riconoscere l’alterità di ogni cosa, compresi se stessi». Tale sacrosanta verità è stata ribadita anche da un altro tizio – che ha una certa dimestichezza con le umane vicende – cui è stato chiesto quale ruolo abbiano avuto l’humor e la leggerezza nella sua esistenza: «Io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente delle barzellette. Ma saper vedere anche l’aspetto divertente della vita e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio. E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza»*.
I cattolici e tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero coltivare questa santa ironia come loro undicesimo comandamento. E anziché distribuire patenti di ortodossia a chicchessia, potrebbero approfittare delle debolezze altrui per ridere delle proprie (la seriosità è arma del maligno). Potrebbero pensare che ci sono krapfen che vengon meglio come dolci che come metafore. Potrebbero immaginare quali grandi risate ci faremo nella valle di Giosafat, quando, nudi, ci troveremo a rimestare nel marginale delle nostre meschine piccinerie e a sorridere dei nostri perpetui tradimenti. Potrebbero farlo, basterebbe si ricordassero, al termine delle loro litanie contro le impurità del mondo, che tutto cominciò quando fu loro annunciata «una grande gioia».
* Citazione segnalata da Benedetto XVI
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!