Saperci fare

Di Persico Roberto
17 Maggio 2007
Rompere con il centralismo permette di rispondere alle domande degli studenti e dà fiato al sistema. Aprea: «Dal Pirellone un modello per il paese». La legge lombarda che piace anche all'Emilia

«Adesione totale. Una adesione totale del partito all’iniziativa di Formigoni e della Regione Lombardia. Ecco cosa vogliamo esprimere con la manifestazione del 18 maggio». Nell’ufficio dell’onorevole Valentina Aprea a Milano è un continuo viavai, i preparativi per l’imminente incontro di Monza Una scuola per la persona, per la Lombardia, per l’Europa sono alla stretta finale. «Il dipartimento scuola di Forza Italia ha voluto con forza questo incontro – spiega – per manifestare tutto il valore che accordiamo al progetto di legge della Lombardia sul nuovo assetto dell’istruzione e formazione professionale».
All’origine di questo entusiasmo c’è una condivisione dei princìpi di fondo del progetto lombardo, tanto che, come la stessa Aprea spiegherà nel corso della tavola rotonda di Monza, il disegno di legge presentato da Forza Italia in Parlamento ripropone alcuni punti analoghi quali l’autonomia degli istituti scolastici fino alla titolarità del rapporto di lavoro degli insegnanti e il finanziamento per quota capitaria. L’entusiasmo dell’onorevole si spiega «innanzitutto per la scelta di valore che sta alle radici di questa norma: un nuovo modello di governance del sistema, in cui l’ente pubblico riconosce, sostiene e valorizza l’iniziativa di tutti i soggetti, pubblici e privati». Un modello, spiega, che rompe con il centralismo burocratico della tradizione italiana, che ormai ha mostrato da tempo la sua radicale insufficienza a rispondere alle sfide di una società complessa e in continua evoluzione, e «punta invece su tutti coloro che per l’esperienza maturata e il diretto rapporto con il territorio, i suoi bisogni e le sue potenzialità sono in grado di erogare un servizio più efficace». In secondo luogo perché alle radici di questa legge sta una nuova cultura del lavoro, «una valorizzazione dell’intelligenza pratica e creativa, un riconoscimento del valore di quel “saper fare” che appartiene da sempre alla tradizione italiana ed è stato dal Dopoguerra in avanti la chiave dei suoi ripetuti miracoli economici – non ultima la svolta verso le produzioni ad elevato contenuto tecnologico, che sta alla base della ripresa che si manifesta oggi ma che affonda le radici nelle riforme del governo precedente».
Un “saper fare” che la scuola italiana ha sempre relegato in un ruolo marginale, e che invece la legge regionale rimette ora al centro del sistema, dandogli l’impulso che gli studenti, le famiglie e il sistema produttivo richiedono, «nella linea, del resto, di quel che avevamo incominciato a realizzare durante la nostra azione di governo». Infine, conclude, si tratta di una legge che implica il superamento dell’autoreferenzialità, «il male cronico della scuola italiana», perché pone le condizioni affinché i centri che erogano i corsi di istruzione e formazione professionale collaborino in modo sistematico con le famiglie, le aziende, il territorio».
Non è un caso infatti che tra gli ospiti della tavola rotonda ve ne siano diversi che non vengono dal mondo della scuola. L’ingegner Alberto Barcella è vicepresidente di Confindustria Lombardia. «Il giudizio della nostra associazione sull’iniziativa della Lombardia è largamente positivo», dice a Tempi. «Siamo convinti che la scuola sia un patrimonio, un elemento di competitività del territorio; e il fatto che sia governata da un ente radicato nel territorio come la Regione offre maggior garanzia di attenzione alle esigenze specifiche di una regione rispetto all’inevitabile uniformità di un lontano centralismo». Il pdl lombardo infatti, prosegue, valorizza una competenza e una tradizione consolidata nelle nostre zone, e dando coerenza e omogeneità a tutto il settore offre una grande opportunità sia alle imprese che ai giovani. «Purché non rimanga una dichiarazione di intenti – conclude – e non si incagli nella carenza di fondi o nella contrapposizione con gli intenti dello Stato».

Valorizzare il territorio
«Apprezzo che la Regione Lombardia abbia deciso di declinare concretamente l’offerta formativa con una legge che regolamenta i corsi per l’assolvimento dell’obbligo, coerentemente con quanto previsto dalla legge Finanziaria – aggiunge Maurizio Drezzadore, segretario generale di Forma, l’associazione che riunisce i maggiori enti di formazione professionale italiani – contro il proliferare di modelli strani e la tendenza a ridurre l’obbligo formativo a obbligo scolastico tout court. Il modello scelto mi sembra inoltre attento alle esigenze degli utenti: allargare l’offerta formativa e aumentare le possibilità di scelta della famiglia significa infatti aumentare i diritti di cittadinanza effettiva. Sull’altro piatto della bilancia sta il fatto che non basta creare modelli di eccellenza in realtà circoscritte: mi auguro che la Lombardia si attivi anche in sede di conferenza Stato-Regioni perché si arrivi alla definizione di un sistema dignitosamente omogeneo su tutto il piano nazionale».
In questa direzione una buona notizia arriva dalla “concorrenza”. La Giunta regionale dell’Emilia-Romagna infatti ha approvato le Linee di programmazione per il sistema formativo per il triennio 2007-10. Che prevede che ai corsi di istruzione e formazione professionale possano accedere i quattordicenni, e che possano essere svolti in collaborazione con i servizi per l’impiego, cioè con l’odiato “privato”. Contro la bandiera astratta del “fino a sedici anni tutti a scuola”, insomma, anche nella rossa Emilia hanno imboccato la strada del realismo. Il testo dovrebbe andare tra breve in aula: se, come è prevedibile, verrà approvato sarà una vittoria storica anche per il modello lombardo.

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