Sarà lui Mr Right?

Di Simoni Alberto
31 Gennaio 2008
Dal Vietnam alla Carolina del Sud. Così un senatore un po' "maverick" ha costretto i repubblicani a porsi la fatidica domanda

Columbia (Carolina del Sud)
«Lo aspettiamo, lo aspettiamo». Non è proprio un invito quello che un piccolo imprenditore della Carolina del Sud fa a John McCain. Il suo è un ghigno di sfida. Siamo a Greenville, nord dello Stato, epicentro dell’America evangelica. Qui la Bibbia detta i temi della politica: il creazionismo è un dogma, l’aborto una schiavitù e le unioni gay un disegno del demonio. E Mike Huckabee, l’ex governatore 52enne dell’Arkansas che punta alla nomination repubblicana, gioca in casa. È sbarcato nell’Upstate e scalda il cuore dei “social conservatives” parlando di emendamenti alla Costituzione per vietare l’aborto e i matrimoni fra omosessuali. Il contrario del senatore dell’Arizona. La sua sintonia con il linguaggio della Bible Belt non è finissima. Sull’aborto McCain è contrario a emendare la Costituzione. E sulle unioni gay non vuole che il governo metta il becco. «Questioni che devono essere gestite dagli Stati», ripete ossessivamente. Nel 2000 proprio in Carolina del Sud finì la sua corsa alla nomination repubblicana, annientato dalle armate di Bush e dai “dirty tricks” orchestrati da Karl Rove: i suoi scagnozzi misero in giro voci di una figlia illegittima poi adottata da McCain e distribuirono volantini calunniosi. Il voto fece il resto. McCain la sera della disfatta esplose accusando il reverendo ultraconservatore Jerry Falwell di «essere un agente dell’intolleranza». Parole pesanti. Lui perse la nomination, gli evangelici di Greenville misero una pietra sopra il suo nome. Otto anni dopo “Mac” è tornato sul luogo del delitto e nelle primarie del 19 gennaio si è preso la rivincita sul nuovo uomo dei “social conservatives”, Mike Huckabee.
E ora, con l’incubo South Carolina alle spalle, McCain guarda al “Super-Duper Tuesday” (il 5 febbraio, quando voterà la maggior parte degli Stati) con la casacca del “front-runner” addosso.
La rincorsa del senatore poggia sulla forza degli indipendenti e sul credito pressoché illimitato che gode presso soldati e veterani. In ogni comizio ricorda la sua esperienza militare, «che mi fa essere l’ideale comandante in capo» e che gli ha lasciato anche cicatrici profonde. Quando parla, tiene il microfono con la mano destra. Il braccio sinistro, quasi immobile, non si alza mai sopra la spalla. Colpa di cinque anni trascorsi nelle mani dei vietnamiti dopo che il suo aereo, il 26 ottobre 1967, cadde in territorio nemico: anni di torture, privazioni e umiliazioni. Rifiutò la scarcerazione, privilegio di cui lui, figlio e nipote di ammiragli della Us Navy, avrebbe potuto godere. Tornò a casa segnato nel corpo, ma con i galloni dell’eroe. Il suo passato da combattente sul campo resta una medaglia da esibire, però non da esplorare. Un po’ come per molti veterani saliti alla ribalta. Ci ha provato di recente il giornalista Matt Welch a penetrare tra le pieghe del passato del soldato John. E ha scoperto che come pilota non era un fenomeno. Prima di cadere in mani nemiche, aveva già distrutto due velivoli. E all’accademia di Annapolis al test d’ingresso si classificò 895esimo su 900. Welch ricorda pure che negli anni di prigionia McCain più volte pensò al suicidio.
Quando torna a Phoenix, il senatore va a trovare gli ex commilitoni in una casa di riposo per veterani. Quasi a espiare una colpa: a lui il Vietnam ha dato celebrità e una carriera nei corridoi di Washington, ad altri menomazioni e solitudine.
Laddove Huckabee flirta con gli evangelici, Mac invece corteggia (ricambiato) gli uomini in divisa. Sarà per il suo passato, o forse per il coraggio mostrato da politico ogni volta che l’America ha deciso di imbarcarsi in una guerra. Nel 1999 fu tra i pochi repubblicani a sostenere la missione in Kosovo, schierandosi con Clinton. Sulla strada trovò l’appoggio dei neoconservatori. Bill Kristol, direttore del Weekly Standard e columnist del New York Times, oggi ricorda a Tempi: «Io e John eravamo fra i pochi conservatori a considerare giusto l’intervento nei Balcani. Lo sostenemmo anche nelle primarie del 2000». Le bordate contro Donald Rumsfeld per i piani di invasione dell’Iraq, però, a McCain hanno procurato più danni che benefici. Troppo bollarlo, come capitò ad alcuni democratici, di antipatriottismo; ma per i repubblicani quel senatore con oltre due decenni di servizio a Washington è pur sempre un “maverick”, un individualista poco incline a sottomettersi alle regole del Grand Old Party. McCain però non ha mai cambiato rotta sulla guerra. È lui il padrino del “surge”, il piano di rinforzi militari in Iraq che Bush ha lanciato il 10 gennaio 2007. «Non crede che sostenere il surge possa distruggere la sua campagna elettorale?», gli chiese allora Larry King della Cnn. «Preferirei perdere le elezioni che la guerra», rispose McCain. Oggi che la svolta del generale Petraeus dà buoni frutti, il soldato John incassa.

A braccetto col ministro di Reagan
Mac viaggia da solo. L’establishment repubblicano lo guarda un po’ di sbieco. Perché di solito è il primo a gettare il ponte ai democratici, e si è fatto promotore di leggi (come quella che limita il peso delle corporation nei finanziamenti delle campagne elettorali) che il Gop vede come limitazioni delle libertà personali. Ha sostenuto pure la legge bipartisan sull’immigrazione che il Congresso ha cassato, e oggi i rivali lo accusano di aver proposto un’amnistia per i clandestini. Una forzatura che coglie però in parte il bersaglio. Non per nulla il senatore, nei cinque giorni spesi in Carolina del Sud, ha sorvolato sul tema, che gli avrebbe alienato una bella fetta di consensi.
La base repubblicana lo tollera, ma non lo ama. Quando parla di tasse c’è sempre chi gli rinfaccia che per ben due volte ha votato contro i tagli voluti da Bush. Serafico, McCain sottolinea la sua ricetta: «Voglio che i tagli siano permanenti». Ha girato la Carolina del Sud con al fianco Jack Kemp, ex ministro di Reagan, campione della “supply side economy”, per rafforzare le sue credenziali conservatrici in materia economica (dallo small government sino alla riduzione della pressione fiscale). «Sono il vero conservatore», dice ogni cinque minuti. Ora che Mac vola verso il 5 febbraio, comunque, anche il Gop comincia a chiedersi se non valga la pena puntare su questo senatore che ama Hemingway e si ispira a Roosevelt, il presidente che trasformò la Marina da guardiacoste a potenza marittima. E Mac è un figlio della Us Navy. Che sogna ancora, come il leader dei primi del Novecento, la “grandezza” dell’America.

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