Sarebbe bello, da vecchi, avere un tetto per contemplare il maestoso andare delle nuvole

Tra Reggio e Parma, dal treno che corre dentro la grande pianura, in un pomeriggio di fine estate chiudi il giornale e guardi distrattamente il cielo. Allora lo vedi, come non l’avessi mai visto. Sterminato, mosso da nuvole irrequiete, e ti dici: che bello sarebbe potersi fermare e sdraiare qui, sulla terra. Semplicemente a guardare queste nuvole.
Fermarti qui, ti piacerebbe, come se improvvisamente fosse urgente lasciarsi sovrastare dal fronte che avanza contro il cielo sereno, possente: prua di transatlantico protesa sull’infinito orizzonte padano.
Sono candide e gonfie le prime, come seni materni: tuttavia nelle retrovie si incupiscono, esercito scortato da minacciose legioni. C’è vento da nord-ovest, marcia dell’avanguardia di un fronte atlantico venuto da lontano. Intravedi, guardando meglio, nella massa inquieta tracce di fortezze, camminamenti, trincee. Un raggio fora la muraglia: d’improvviso la luce è ancora quella piena dell’estate. Un attimo, e il raggio infiltrato è sparito, catturato, spento. La luce torna vitrea.
Sui tetti vecchie banderuole di metallo come sentinelle avvertono roteando impazzite dell’avvicinarsi del nemico. Nemico? Buona è la pioggia, acqua benedetta su questa terra grassa e nera.
Oltre i vetri dell’Eurostar immagini, trascinati dal vento, gli odori: di fieno, e il profumo della terra appena bagnata. Colpiscono alla radice del cuore, memoria impressa nel Dna degli uomini: il ritornare delle stagioni, la vita che spunta ancora dalle zolle gelate, la promessa del raccolto. Perché il profumo del fieno inebria, se non perché da sempre annuncia che il patto continua, che la parola data è rispettata? Benché dimenticata dagli uomini: all’orizzonte aie abbandonate, i granai vuoti.
Le nuvole non sono tutte uguali. Quelle che hai sorpreso l’estate scorsa verticali sopra il grattacielo Pirelli a Milano erano globi alieni, bolle violacee in un cielo di gas. Quelle sopra la basilica di Sant’Antonio da Padova, a maggio, piccole, leggere e innocenti, tanto da risultare misteriose. Nel tramonto delle Dolomiti, rosse e struggenti, che dicono: un altro dei tuoi giorni è andato.
Hai visto nuvole magre cacciate dal vento nei cieli nordici. E nuvole africane, maestose, superbe, indifferenti alle capanne degli uomini, di sotto. Nuvole della mattina di Pasqua, festose di Resurrezione. O di temporale, d’ira di Dio, che sembrano inseguirti e come ti volti indietro sono già più vicine.
Sarebbe bello, da vecchi, avere un pezzo di terra, un tetto da cui guardare in su, alle sorelle che passano. Starle, soltanto, a guardare. Lasciare che ci scorrano addosso, noi inerti, docili finalmente. Vedere passare le nuvole e il loro sovrano andare. Ma saprai mai, almeno a 80 anni, semplicemente contemplare? Senza più la pretesa di fare, sistemare, produrre. Verrà un giorno, ti dici – certo non ora, ti aspettano a casa, e hai tante cose da fare. Ma lo farai, prometti, senza crederci. La prua del transatlantico è rimasta indietro, e il cielo ora è già quello incolore di Milano.

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