Scaldate i banchi

Di Persico Roberto
26 Ottobre 2006
Rinchiuderanno gli studenti a scuola fino a 16 anni, azzerando il successo dei corsi di formazione targati Moratti. Viaggio in Italia per capire l'entità del danno

Torino
Patrizia insegnava lettere all’istituto tecnico. Severa: il 30 per cento dei suoi ragazzi regolarmente bocciato. Un giorno si domanda: «Ma dove vanno a finire?». Ed è così che finisce a insegnare alla Piazza dei Mestieri. La mettono sul corso delle acconciatrici, livello linguistico rasoterra. E lei non incomincia da testi più o meno letterari, ma dalla realtà nel suo nucleo elementare, dal valore di ogni singola parola. Un giorno un’alunna le dice che quando sta col suo ragazzo “trema”; lei afferra il vocabolo, ci lavora, e da lì comincia a leggere le poesie del Dolce stil novo. E, una parola dopo l’altra, conduce le sue acconciatrici a vincere un’importante gara di poesia fra le scuole (tutte, partecipano anche i licei classici). Tra le sue allieve c’è Domnica, rumena, vorrebbe scrivere ma le mancano i termini; e Patrizia comincia con i colori, gli aggettivi sono come le sfumature delle diverse tonalità. All’esame di qualifica, Domnica scrive: «Tutti in fondo al nostro cuore siamo poeti, se si incontrano persone giuste che ci danno gli strumenti. La bellezza si può scrivere e raccontare».
Sara invece vorrebbe studiare lingue, prova a iscriversi al linguistico ma non ce la fa. Patrizia la prende sul serio: «Devi andare in fondo al tuo desiderio, e per farlo devi partire da quel che hai davanti, devi prendere la qualifica». Intanto le organizzano un progetto con la Spagna, un breve corso e via: oggi è a Ibiza, fa l’acconciatrice e impara lo spagnolo. Un’altra – chiamiamola Maria – frequenta un istituto tecnico, ma è affascinata da uno dei mestieri della Piazza. Si presenta di nascosto dai genitori. La famiglia, naturalmente subito avvisata, di buon livello culturale, sulle prime non ne vuol sapere, poi acconsente. E per Maria, curiosa, intelligente, si organizza un percorso personalizzato di approfondimento sulla letteratura che nulla ha da invidiare a quelli dei licei.
La sinistra dice che solo a scuola i ragazzi ricevono una formazione culturale.

Carate Brianza
«In questa scuola, sì». La risposta è unanime. La domanda era: ma vi piace andare a scuola? Sono i ragazzi del primo anno del corso per aiuto-cuoco dell’associazione In-Presa. Perché vi piace? «Perché i prof ci seguono uno per uno», «perché ascoltano la tua opinione», «perché qui se non ho capito i prof mi rispiegano, nella vecchia scuola dovevo arrangiarmi», «perché anche le materie che prima non mi piacevano adesso c’entrano con quello che facciamo in laboratorio». Al laboratorio ovviamente – cucina e pasticceria – vanno le preferenze di tutti. E se l’anno prossimo non ci fosse più il laboratorio, verreste ancora? Il «no» è corale. Ma Riccardino alza la mano: «Io verrei lo stesso». Perché? «Io volevo fare il meccanico, ma una scuola per meccanici che ti accogliesse così non c’era, allora sono venuto qui. E quando cucino qualcosa sono contento perché è buono e perché l’ho fatto io».
Il botta e risposta prosegue con quattro più grandicelli, Antonio, Giacomo, Andrea e Matteo, almeno un paio di fallimenti alle spalle prima di arrivare qui. Seguono un percorso in alternanza scuola-lavoro. Qual è la differenza con le scuole di prima? «Qui sei una persona, non un numero», «il tuo parere conta», «ogni tuo pregio viene valorizzato, e i difetti ti aiutano a superarli». Sì, ma come cambia il modo di fare scuola? «All’Ipsia fai due anni di teoria prima di cominciare la pratica, e se l’indirizzo non fa per te lo scopri due anni dopo. Qui invece fin dal primo giorno si mettono insieme teoria e pratica». «Così scopri che anche tu sei capace di fare qualcosa. Io quando sono arrivato avevo l’autostima sotto i piedi». Viene fuori che Antonio l’anno scorso mentre frequentava il corso per elettricisti ha fatto lo stage in una pasticceria. «Sì, perché il corso è orientativo», spiega la direttrice Franca Scanziani al cronista che non si raccapezza. «Lui voleva fare il pasticcere, avevamo solo il corso per elettricisti, abbiamo ottenuto dalla Regione questa flessibilità». Ma anche il nuovo ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, vuole che il biennio sia orientativo. «Questo è orientamento – insorgono i ragazzi – perché capisci se una cosa è per te facendola. E se non va bene si può cambiare». «Tutti dovrebbero fare un anno in una scuola così», conclude Giacomo.
La sinistra dice che solo nella scuola si evita la canalizzazione precoce.

Lodi
Ai ragazzi del Cfp Canossa è stato chiesto di giudicare lo stage in azienda. Ecco qualche spunto. Nicolò: «L’esperienza di stage mi ha lasciato un’ottima impressione sul mondo lavorativo in quanto sono riuscito a socializzare molto bene con tutti i colleghi e dall’altra parte ho riscontrato amicizia, simpatia, collaborazione e stima; proprio quest’ultima cosa mi ha lasciato la maggior soddisfazione: sentirmi dire che ero valido come persona e come lavoratore prospettandomi anche un lavoro da loro». Laura: «Penso che lo stage sia un modo eccellente per valutare le proprie capacità e attitudini, perché non basta avere una preparazione di base e saper usare il computer, ma bisogna soprattutto impegnarsi, saper stare in mezzo agli altri, comunicare e relazionarsi». Michele: «La mia impressione sullo stage è stata molto positiva perché mi è servito molto, ho ampliato le mie conoscenze e ho visto anche com’è il mondo del lavoro in questo settore e mi è piaciuto molto, anche perché mi sono trovato benissimo e a mio agio fin dall’inizio e mi è servito tantissimo; inoltre questo lavoro mi appassiona (tantissimo) e questa cosa l’ho capita durante lo stage». Marco: «Queste sette settimane per me sono volate perché mi sono trovato benissimo con i colleghi di lavoro. Ho disegnato vari tipi di case, cascine, ville, villette a schiera, appartamenti e capannoni. Certe volte sono anche andato nei cantieri a fare dei rilievi con il laser. L’ultimo giorno di lavoro mi sono sentito un po’ strano forse perché ormai mi ero un po’ affezionato al posto. Comunque questo stage per me è stata una bellissima esperienza che rivivrei di nuovo».
La sinistra dice che solo la scuola forma, il lavoro no.

Roma
E poi Fioroni aveva dichiarato di non voler fare “nessuna riforma”. Se l’articolo 68 della Finanziaria venisse approvato, sarebbe quella riforma delle superiori che la sinistra insegue invano da trent’anni: l’innalzamento dell’obbligo scolastico a sedici anni, tutti in un non meglio definito “biennio unitario”. Di cui una sola cosa pare certa: che sarà appannaggio delle scuole, non dei corsi di istruzione e formazione professionale attivati dalla riforma Moratti, che tanto successo hanno avuto in questi anni. Non solo dal punto di vista dei numeri (vedi i grafici in questa pagina), ma soprattutto da quello della capacità di dare una risposta reale al bisogno formativo di tanti ragazzi, che di una concezione puramente teorica della cultura (non della cultura in sé, come dimostrano le testimonianze qui sopra) non sanno che farsene. Certo, resterà pur sempre la possibilità, per “combattere la dispersione”, di “integrare” il percorso scolastico con un certo numero di ore in qualche centro di formazione professionale. In parole povere: tutti si iscrivono a scuola, quelli che non ce la fanno a stare sui banchi vanno un paio di giorni alla settimana in un Cfp. È il “modello emiliano”, fiore all’occhiello dell’allora assessore Mariangela Bastico, la quale, ora che è viceministro, vuole estenderlo all’intero paese.

Italia ed Europa
«Un modello che è stato un fiasco completo» commenta Gianni Varani, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna (FI). «Nel 2003/04 i respinti al primo anno di questo percorso sono 3 punti in percentuale superiori ai percorsi tradizionali (28,2 per cento contro 25,6). Tra i respinti, solo il 12 per cento risceglie lo stesso percorso integrato, il 37 preferisce tornare al percorso tradizionale nello stesso istituto. Infine quasi nessuno dei respinti nei percorsi tradizionali si iscrive nei percorsi integrati dello stesso istituto. Semmai cambia scuola. In altre parole, il modello emiliano “scuolacentrico” non convince i ragazzi». Però il nuovo assessore regionale, Paola Manzini, ha contestato i suoi dati. «Sarebbero da verificare i suoi. Ma al di là dei dati il fallimento è del modello. In Lombardia e in Veneto i nuovi percorsi sono omogenei, offerti dallo stesso soggetto, centrati sull’acquisizione delle competenze professionali; in Emilia i ragazzi frequentano un Itis o un Ipsia da cui periodicamente escono per le ore di formazione, con una cesura netta fra i due momenti. In più, anche solo per ragioni organizzative, gli “integrati” vengono radunati nelle stesse classi, che diventano inevitabilmente classi differenziali, ghetti che gli insegnanti rifuggono come la peste».
«L’impostazione dell’art. 68 segna un netto arretramento rispetto alle tendenze europee – fa eco Claudio Gentili, direttore del Nucleo education di Confindustria – che favoriscono la scelta già a 14 anni (in Francia è stata abbassata a 15 l’età per l’apprendistato), mentre noi ci becchiamo una tardiva applicazione della pedagogia anni Settanta. Invece formazione professionale non significa addestramento, ma formazione della persona attraverso il lavoro. Peraltro, per come è scritta attualmente, la norma non prevede esplicitamente la fine degli attuali corsi triennali. Bisognerà vedere la formulazione definitiva». «La Finanziaria pone il problema in modo confuso e contraddittorio – conferma Dario Odifreddi, presidente del Consorzio Scuole Lavoro, una delle maggiori reti italiane nel settore – speriamo che il dibattito che seguirà rifugga dalla contrapposizione ideologica, e che le Regioni abbiano il coraggio di valorizzare i risultati positivi ottenuti». Anche Diego Sempio, direttore del Cfp Canossa di Lodi, pensa che ci siano spazi per una trattativa; però «mentre a sinistra c’è una lotta decisa per un progetto chiaro, mi pare che dall’altra poco si muova; non vorrei che ci dessimo già per spacciati e ci accontentassimo di chiedere il minimo, il modello integrato emiliano. Bisogna alzare i toni almeno su due questioni, il rilancio della funzione di governo delle Regioni e la possibilità di effettuare stage a 15 anni». Lombardia, se ci sei batti un colpo.

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