Schiavi delle nostre virtù

Di Persico Roberto
10 Maggio 2007
Indolente e prigioniera della propria libertà, l'Europa del pentimento a senso unico tollera tutti ma non se stessa

«È vero, l’Europa ha generato dei mostri. Ma allo stesso tempo ha allevato le teorie che permettono di distruggere i mostri. Curiosamente viviamo oggi una situazione di pentimento a senso unico: non lo si esige che da una parte sola, la nostra, e mai dalle altre culture, dagli altri regimi che si drappeggiano nella loro purezza per meglio accusarci. Ma l’Europa accetta troppo facilmente il ricatto della colpa; se adoriamo flagellarci e cospargerci il capo di cenere, non è che il nostro desiderio segreto sia quello di uscire dalla storia, di rifugiarci tranquilli nel bozzolo della contrizione per non agire più, per sfuggire le nostre responsabilità? Il pentimento potrebbe non essere altro che il trionfo dello spirito di abdicazione». Ci va giù pesante con le parole Pascal Bruckner, irriverente filosofo francese, da un quarto di secolo campione di battaglie culturali impopolari. Nel suo ultimo lavoro contro quella Tirannia della penitenza che impone agli europei di considerarsi i soli colpevoli di tutti mali dell’umanità. Un lavoro che Bruckner verrà a presentare anche in Italia, domenica prossima al Salone del libro di Torino (Sala blu ore 16) e lunedì 14 maggio all’Università statale di Milano (Palazzo Gretti, ore 17.30).
Lei è cresciuto nel mondo della sinistra, che generalmente pratica la penitenza di cui parla: quando si è accorto dell’errore? Come ha fatto a uscire da quella mentalità?
Ne sono uscito alla fine degli anni Settanta, con la decomposizione del marxismo e del terzomondismo, i massacri della Cambogia, della Cina, dell’Etiopia, la dittatura di Castro e quella del Vietnam. Divenne allora evidente che non c’era niente da sperare da questi nuovi regimi fondati sull’anti-imperialismo e la fede rivoluzionaria. Io ho teorizzato questa “uscita dalla colpa” già nel 1983 con Il singhiozzo dell’uomo bianco.
Lei sostiene che la civiltà europea genera mostri, ma anche anticorpi contro tutti i mostri, una dote che è solo dell’Europa. Da dove nasce questa unicità europea?
L’Europa moderna è fondata sullo spirito critico nato durante i Lumi, frutto a sua volta dell’esame di coscienza cristiano. Le società democratiche funzionano grazie all’autocritica, che è la chiave del loro dinamismo ma insieme porta un rischio di odio di sé. Dalle democrazie si esige tutto: una purezza, un’integrità, una perfezione che non si richiedono mai agli altri regimi. Risultato: si arriva a un rovesciamento dei valori. I governi virtuosi, cioè le democrazie, sono accusati di tutti i vizi, mentre le dittature, le autocrazie, le teocrazie sono appaiono ornate di tutte le virtù, per la semplice ragione che non praticano mai l’introspezione e proibiscono tutte le forme di opposizione. Il mondo si divide allora in due campi: quelli che accusano, quelli che si scusano. La debolezza delle democrazie è che sono loro stesse a fornire il materiale all’accusa nei processi che subiscono, perché esse svelano tutto delle proprie brutture e dei propri fallimenti.
Lei scrive che «l’ideale sarebbe vedere solo dei talenti, dei nomi propri, e non individui incastrati in categorie fisse. Per questo è necessaria una politica dell’amicizia. Ci vorrebbe un miracolo». Vede da qualche parte qualche segno di questo miracolo?
Dal punto di vista ideale, nelle società multietniche che stanno diventando i paesi occidentali non dovrebbero esserci altro che individui, giudicati secondo le loro qualità e le loro competenze. Di fatto non è così, più da noi che negli Stai Uniti o in Brasile. Le persone sono ancora giudicate per il colore della pelle o l’appartenenza religiosa. Il mezzo per superare queste divisioni: favorire una correzione volontaria delle disuguaglianze, farla finita con le discriminazioni, evitare la doppia trappola del separatismo e del comunitarismo. Infine sottomettere tutte le religioni, senza eccezione, al principio di laicità.
«Bisogna celebrare gli eroi e non i criminali – scrive ancora – coltivare una fedeltà verso le nostre glorie». Quali sono gli eroi, le glorie che per primi andrebbero riproposti agli europei?
L’Europa non manca certo di geni, di spiriti audaci le cui opere hanno esercitato un influsso duraturo sullo spirito europeo: da Galileo a Leonardo, Rembrandt, Voltaire, Pascal, Goethe, Michelangelo, Cervantes, Kafka. Ci sarebbe anche la lunga lista di riformatori, intellettuali e politici che nel XX secolo hanno salvato l’onore dal doppio disonore del fascismo e del comunismo. Perché l’Europa, se nel corso della sua storia è finita nelle tenebre della barbarie, ne è anche sempre uscita a testa alta, al punto che è diventata per la maggioranza della gente il modello stesso della libertà e della prosperità.
Che rapporto c’è tra questa che “malattia della penitenza” e il fallimento educativo delle nostre scuole?
Una cosa è insegnare ai nostri ragazzi le pagine nere della nostra storia, un’altra ridurre questa storia a questi momenti di violenza. Si perde di vista così la complessità della nostra civiltà, la sola oggi al mondo capace di guardare la propria barbarie negli occhi. Ma il fallimento della scuola ha ben altre ragioni: l’individualismo a oltranza e soprattutto la crisi della trasmissione e dell’autorità.
Riscoprire la grandezza dell’Europa – e della Francia – e delle tradizioni che ha alle spalle e l’hanno resa grande. È la stessa direzione sui cui dice di volersi muovere il neo presidente francese Nicolas Sarkozy?
Su questo piano non posso che essere d’accordo. C’è in Francia, fra le élite politiche e intellettuali, chi non ne può proprio più dell’opera di colpevolizzazione con cui da anni ci seducono certe minoranze o certi governi stranieri. Ho ricevuto per questo libro approvazioni da destra e da sinistra, soprattutto da parte di Hubert Védrine e di Claude Allègre. Molti non sopportano più di partecipare alla demoralizzazione della nazione francese.
L’importanza del recuperto dell’identità è un caposaldo del magistero di Benedetto XVI. Cosa ne pensa?
Ci sono due aspetti in Benedetto XVI. C’è la constatazione che il dialogo islamico-cristiano è truccato e che dappertutto le minoranze cristiane in Oriente sono perseguitate, minacciate, discriminate. Ma c’è anche la volontà di risvegliare la fede cristiana in Europa, di combattere l’ateismo e lo scetticismo e di riproporre i valori cristiani per salvare l’Europa. Io sono d’accordo con il primo rilievo, il cristianesimo ha imparato la tolleranza, l’islam è incapace per ora di praticarla: ci sono moschee a Roma, non ci sono chiese alla Mecca. Ma devo dire che non sono d’accordo sul secondo punto: non abbiamo bisogno di Dio per seguire i valori di umanità, di solidarietà, di aiuto reciproco. Riconosco comunque che questo Papa è di altissimo livello intellettuale e che dialogare, duellare con lui è un esercizio stimolante.
Un’altra figura che si pone in questa scia è Václav Havel – tra l’altro tra poco ricorre il trentesimo anniversario di Charta 77 – e i dissidenti dell’Est hanno avuto una grande importanza nella storia culturale della sinistra francese; ora che i loro paesi entrano nell’Unione Europea c’è ancora qualcosa di vivo nella loro esperienza? Possono aiutare l’Europa a ritrovare una coscienza di sé?
Václav Havel dice qualcosa di molto giusto: l’Europa è diventata un grande mercato senza un principio spirituale superiore, senza un “sacro” che innalzi gli individui al di sopra del loro semplice status di consumatori. I paesi ex comunisti, nonostante le loro colpe, essendo stati colonizzati per mezzo secolo dalla potenza sovietica hanno conservato un sentimento molto vivo della libertà. Noi all’Ovest siamo i figli degeneri del dopoguerra: la minaccia islamica dovrebbe restituirci il senso di questa indipendenza conquistata a caro prezzo dai nostri padri e che potrebbe esserci strappata domani dai fondamentalisti.
La stessa Unione Europea come entità politica sembra profondamente malata del male della penitenza e dell’impotenza. C’è qualcosa che si può fare per guarirla?
Guarire l’Europa da se stessa è un programma ambizioso. Si potrebbe esigere dall’Unione Europea che aderisse per lo meno ai suoi propri principi: che non si inchinasse davanti a regimi di dubbio valore – penso alla Russia – per un po’ di gas e di petrolio, che difendesse i suoi membri quando sono violentemente attaccati dagli estremisti – penso alle caricature di Maometto quando Bruxelles ha lasciato correre senza un gesto di protesta l’incendio delle ambasciate di Norvegia e di Danimarca e ha addirittura spedito Javier Solana in Medio Oriente come misso dominico dell’espiazione. Una vergogna assoluta!
Ci sono altri personaggi che lei giudica positivi dal suo punto di vista? Sarà possibile una specie di alleanza di intellettuali amici dell’Europa?
Naturalmente, esiste un sentimento comune fra intellettuali europei, nordamericani e perfino magrebini che aspirano tutti come noi alle libertà fondamentali e non vogliono affatto cadere sotto la scure dei dottrinari. Di recente ho difeso contro gli intellettuali britannici Timothy Garton Ash e Ian Buruman la deputata olandese Ayaan Hirsi Ali, di origine somala, condannata a morte dagli islamisti: un dibattito molto aspro separa la concezione anglosassone del multiculturalismo dalla concezione francese di laicità. L’islam sembra beneficiare, agli occhi di un certo numero di spiriti “progressisti” di un trattamento di favore che non hanno mai avuto il cristianesimo o l’ebraismo. Dal punto di vista della coesistenza delle religioni è anormale e aberrante.
Uno dei suoi primi libri fu Il nuovo disordine amoroso, in cui denunciava insieme a Finkielkraut la tirannia del desiderio sessuale: come giudica, a un quarto di secolo di distanza, lo sviluppo di questa posizione?
Mai come oggi la sessualità è diventata un attributo di status sociale, una specie di nuovo snobismo che permette a ciascuno di noi trovare una collocazione, di glorificarsi o al contrario di umiliarsi. Risultato: il piacere e il desiderio sono diventati ansiosi di se stessi, presi in uno spirito di competizione o di prestazione contrario al loro pieno sviluppo. Sto preparando per quest’estate un seguito al Nuovo disordine amoroso, un argomento che non ha mai smesso di appassionarmi.

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