Scommettiamo che la Sirenetta dirà NO alle sirene del’Euro?

Di Tempi
29 Settembre 2000
Quando i lettori avranno in mano questa copia di Tempi, il risultato del referendum del 28 settembre sull’ingresso della Danimarca nella moneta unica europea, sconosciuto al momento in cui il giornale va in stampa, sarà finalmente noto

Scommettiamo che la Sirenetta dirà NO alle sirene del’Euro?
Quando i lettori avranno in mano questa copia di Tempi, il risultato del referendum del 28 settembre sull’ingresso della Danimarca nella moneta unica europea, sconosciuto al momento in cui il giornale va in stampa, sarà finalmente noto. Ma noi accettiamo di mettere a repentaglio la nostra credibilità e attendibilità di analisti di questioni internazionali pronosticando una chiara vittoria del NO all’ingresso danese nell’euro e le sue inevitabili ricadute: una crisi politica in Danimarca e un’ulteriore crisi di fiducia dei mercati internazionali verso l’euro.

Vediamo le ragioni del pronostico.

L’istruttivo precedente del referendum su Maastricht
Il voto danese ha un’importanza storica: si tratta di un piccolo paese (poco più di 5 milioni di abitanti), ma è il primo di tutta la UE in cui il popolo è chiamato ad esprimersi sull’adesione all’euro. E la tradizione dei referendum danesi a tema europeista non è affatto favorevole alle tesi della crescente integrazione: nel 1992 la Danimarca fu l’unico paese dell’Unione che respinse con un voto popolare l’adesione al trattato di Maastricht e mise in stallo l’intera politica europea. L’anno seguente in un nuovo voto i danesi approvarono l’adesione a Maastricht, ma solo dopo l’inserimento di clausole che garantivano vie d’uscita dall’unione economica e monetaria. Stavolta la sequenza non si ripeterà: se il voto boccerà l’euro, la Danimarca resterà davvero fuori dalla moneta unica e passeranno anni prima che sia indetto un nuovo referendum. Ma perché i NO dovrebbero vincere?

Golia-Sì sul punto di essere atterrato da Davide-NO
Sulla carta, i Sì non dove-vano avere problemi: il 75% dei parlamentari danesi, appartenti sia al governo (socialdemocratici) che all’opposizione ufficiale (conservatori), la Banca centrale, la Confindustria locale, i principali sindacati e la grossa stampa erano tutti schierati a favore dell’adesione all’euro. Contro si sono espressi pubblicamente solo i partiti dell’estrema sinistra (coalizione rosso-verde) e della destra populista (partito popolare danese) e un movimento apartitico, il Movimento Giugno, che ha avuto a disposizione 2,3 milioni di corone per la sua campagna referendaria, mentre i fautori del Sì hanno potuto spendere ben 250 milioni di corone. Eppure, nonostante, la disparità delle forze e dei mezzi a disposizione, pochi giorni prima del voto tutti i sondaggi davano in vantaggio il NO: a seconda degli istituti, il NO sopravanzerebbe il Sì di 11, 6 oppure 3 punti, mentre non avrebbe ancora deciso cosa votare una quota fra il 13 e il 22% degli elettori. La tendenza è maturata nel corso del mese di settembre: in precedenza il Sì era dato in leggero vantaggio sul NO.

NO all’euro, ma soprattutto no al superstato europeo
Cosa spinge gli elettori a bocciare (ci scommettiamo la nostra reputazione) la politica di governo e opposizione? Il costante indebolimento dell’euro sul dollaro certamente influenza le opinioni, ma non si tratta solo di questo. A seconda dell’orientamento politico, i danesi temono dall’ingresso nell’euro: 1) un inevitabile scivolamento verso un superstato europeo che li priverebbe della sovranità; 2) la convinzione che l’integrazione europea, coi suoi ferrei vincoli di bilancio sulla spesa pubblica, metterebbe la parola fine al generoso Welfare State che il buon andamento dell’economia ha sinora permesso di alimentare ai governi socialdemocratici; 3) la diffidenza verso i partner europei dopo il caso-Austria, simbolo di come un piccolo paese non sarebbe più libero, dentro alla UE, di scegliersi i suoi governanti. La propaganda governativa – l’euro metterà la Danimarca al riparo da speculazioni finanziarie, stabilizzerà i tassi dei mutui, salvaguarderà i posti di lavoro – non convince nessuno, soprattutto mentre la moneta europea continua a perdere valore.

Tradizioni e quattrini allontanano Dublino da Bruxelles
Un altro piccolo paese europeo sta dimostrando un’insofferenza crescente e ai limiti dell’ingratitudine nei riguardi della UE: l’Irlanda, il cui miracolo economico tanto deve ai “fondi strutturali” messi a sua disposizione da Bruxelles negli anni passati, ha deciso per bocca del suo ministro della cultura, la signora Sile De Valera (nipote di Eamon De Valera, il padre dell’indipendenza irlandese dalla Gran Bretagna), di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.

“La burocrazia di Bruxelles non sempre rispetta le complessità e le sensibilità degli stati membri”, ha dichiarato il ministro durante una conferenza a Boston. Direttive e regolamenti “interferiscono gravemente con la nostra identità, la nostra cultura e le nostre tradizioni”. Perciò un’ulteriore integrazione “non è necessariamente nel nostro interesse”.

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