Scoprire i segreti del tempo e della morte in una scatola di cartone piena di vecchie foto
Le mani magre di una zia che non vedevi da molti anni estraggono con garbo da una scatola fasci di foto ingiallite. Sul retro, date che ti paiono sideralmente lontane: giugno 1934, estate 1938. Le prendi con la punta delle dita, hai paura di spezzarle – sembrano fragili come foglie secche. Il bianco e nero, in questi settant’anni in un cassetto, s’è addolcito di avorio. Le facce di quelle foto antiche, fuori dal buio della scatola paiono spaesate e intimidite, come clandestini sorpresi dove non dovrebbero. C’è una donna vestita di nero, i capelli grigi a crocchia, i lineamenti forti e dolci delle emiliane. È tua nonna. Nata sul finire dell’Ottocento in un paese dell’Appennino. Dieci fratelli a fare la fame su quei sassi. Il primo morì in una miniera svizzera, tre andarono a cercare fortuna in America. Lei, la nonna, andò a servizio, giù in città. Quel vecchio dritto con gli occhi chiari è il nonno che non hai conosciuto. I capelli bianchi erano un tempo, dice tua zia, rossi fiammanti. Color di Unni, tracce di Galli Boi predatori, turbinosamente passati per la Pianura Padana. Rosso di capelli e di cuore, il nonno, ardente socialista in anni di camicie nere. E come fu che lei, che andava a Messa ogni mattina all’alba, sposò quel senzadio che combatteva per la rivoluzione? Si vollero bene, comunque.
Nella foto della cresima il primogenito, tuo padre, è vestito elegante come solo i poveri, nel giorno della festa. E che fatica per pagare gli studi a quel ragazzo che, secondo la maestra, era uno spreco non fare studiare. Eccolo poi, tuo padre, sui vent’anni, magro come non lo hai visto mai, terribilmente giovane, lo sguardo di chi è certo di sé (gli occhi che tu ti ricordi erano più malinconici e più buoni, quarant’anni dopo). Eccolo fiero e bello in divisa da alpino – prima di partire per il fronte russo. Eccolo, tornato (già lo sguardo appare cambiato).
E le sue sorelle con le loro amiche, ridenti nei loro diciott’anni. I capelli a onde e le scarpe con la zeppa di sughero. Belle, splendenti a una festa in campagna – alle spalle si vede l’erba alta dei campi di giugno. Come sorridevano, ti meraviglia constatare, le ragazze, nell’estate del 1938. Radiose e ignare: non sapendo che il ragazzo che amavano non sarebbe tornato dal Don, vergini ancora di fame e di bombe, come sorridevano, le ragazze del 1938.
E sorridevano ancora, dopo, nelle foto dei matrimoni del ’46, nozze lungamente attese e sognate. Non più così radiose, non più ignare: piuttosto, grate, e contente di piccole cose.
Arrivano, finita la partita al videogioco, i figli. Chi è, domandano, quel tipo magro in quella foto? È vostro nonno, rispondi. Ma era un ragazzo, commentano sbalorditi. Già, e una fanciulla, un giorno, la tua nonna dai capelli corvini.
Lo stupore dei figli è il tuo, davanti al mistero del tempo e della morte. Già le tue foto con loro piccoli in braccio sembrano così lontane. Come sorridevano, le ragazze del 1938. E ora? Solo una straordinaria speranza salva dal buco in cui cadi aprendo una scatola di cartone, da tanti anni sepolta in un cassetto.
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