Scuola di stato guarda e impara
Milano, venerdì 27 luglio, una data da segnare in rosso nel calendario delle realizzazioni della Regione Lombardia: il Pirellone ha approvato la nuova legge sul sistema di istruzione e formazione professionale. Un progetto che viene da lontano e nasce dall’esperienza. Almeno da quando, nel 2002, i centri di formazione professionale di tutta la regione cominciarono a realizzare i nuovi corsi previsti dalla riforma Moratti nei quali gli studenti possono assolvere il diritto-dovere all’istruzione: lì si vide che si trattava di un’opportunità straordinaria, ma che la legislazione era carente; così la Regione ha colto l’occasione, e dopo un lungo lavoro di riflessione e di coinvolgimento delle forze sociali e politiche – e non si può oggi non ricordare il ruolo che nell’avviare il lavoro ebbe Marino Bassi, il vicedirettore dell’assessorato morto in montagna giusto tre anni fa – si è arrivati all’approvazione della legge, che ha visto in aula l’astensione (cioè, ai fini pratici, l’assenso) di Margherita e Ds. Più che legittima la soddisfazione dell’assessore Gianni Rossoni.
Assessore Rossoni, un bel traguardo l’approvazione della legge regionale sull’istruzione e la formazione professionale.
È un traguardo importante innanzitutto per i lombardi. Con questa legge non nasce la “scuola regionale” contro quella nazionale: diamo vita a un’offerta formativa che, pur orientata alle esigenze e ai bisogni del territorio, si incardina nella cornice del sistema nazionale e spinge a una competizione vera con l’Europa. I nostri allievi, cioè, acquisiranno le abilità necessarie per approdare sui mercati europei, per essere competitivi con una concorrenza sempre più agguerrita, per esportare il modello Lombardia ovunque.
Un lavoro che viene da lontano. Può ripercorrerne i passi principali?
Le ragioni che ci hanno spinto a legiferare sono molte. Innanzitutto l’investimento in capitale umano come risorsa fondamentale per la crescita dell’economia e della società, priorità delle priorità nella politica di governo del presidente Roberto Formigoni. In secondo luogo, perché la Costituzione, con la riforma del titolo V, chiede alle Regioni di esercitare una competenza esclusiva sul versante dell’istruzione e della formazione professionale e una competenza concorrente per l’istruzione: assumercene il compito è proprio delle istituzioni responsabili. Infine, questa legge è soprattutto l’esito di un’esperienza di successo che dura dal 2002, quella dei percorsi sperimentali regionali che oggi in Lombardia contano 31 mila allievi. Parlo di successo perché alla qualità dell’offerta si affianca una elevata percentuale di giovani (70 per cento) che, dopo la qualifica, riesce a collocarsi subito sul mercato del lavoro.
Tempi ha già avuto modo di illustrare i contenuti essenziali della legge. Vogliamo provare a sintetizzarli ancora una volta per i nostri lettori?
La pari dignità tra il canale dell’istruzione e quello dell’istruzione e formazione professionale, con l’aggiunta, dopo il triennio di qualifica, di un quarto anno di terzo livello europeo e di un quinto anno propedeutico per l’accesso all’università; la certificazione delle competenze acquisite nel percorso formativo e lavorativo, che rappresenta il superamento del valore legale del titolo di studio; l’introduzione di un sistema di valutazione che premia gli enti a seconda dell’efficacia e dell’efficienza raggiunte; la maggior autonomia gestionale e finanziaria degli istituti, fino alla possibilità di scelta degli insegnanti tramite concorso interno.
E quali sono gli obiettivi che con questa legge contate di raggiungere?
Il maggior dialogo tra il mondo della scuola e della formazione e quello del lavoro, così da rispondere realmente alle esigenze del sistema produttivo lombardo e creare figure professionali facilmente collocabili nel mercato del lavoro. Una valorizzazione del ruolo dei docenti, fin qui mortificati da un sistema che li concepisce alla stregua di burocrati. E, non da ultimo, l’offerta di un canale che risponda agli stili cognitivi di quei ragazzi che non si sentono tagliati per il liceo o l’istituto tecnico, puntando così sui giovani come risorsa fondamentale per la crescita della nostra economia e della nostra società. Un passo in avanti, quindi, nella lotta contro la dispersione scolastica.
Una legge approvata dalla Regione Lombardia ha un’inevitabile risonanza a livello nazionale. Come si colloca la vostra proposta nel quadro del sistema formativo del paese? Ci sono reazioni da parte di Roma? E da altre Regioni?
Inutile dire che, se guardata senza veli ideologici, la nuova normativa va considerata un modello. Non sono poche, infatti, le novità che introduce. Pensi solo al sistema di valutazione. Il governo potrebbe trarne spunti interessanti per migliorare un’istruzione nazionale che fa acqua da tutte le parti nonostante il grado di spesa elevatissimo. Altre Regioni, anche di colore politico opposto al nostro, guardano con interesse alla riforma lombarda: per chi fa politica seria l’essenziale non è giudicare in base agli schieramenti, ma rispondere ai bisogni che emergono dalla società.
Infatti anche nel dibattito che ha accompagnato in questi mesi il cammino della legge ci sono state, anche a sinistra, voci fuori dal coro delle critiche.
Esatto. Prova ne è il voto di astensione di una parte del centrosinistra: Margherita e Ds hanno apprezzato i contenuti della legge, segno che il testo è stato costruito senza spirito di parte ma col solo obiettivo di dare qualità al sistema formativo regionale. Un risultato politico importante frutto di una politica che ha sempre cercato di includere e non escludere. Resta da noi distante la sinistra radicale, per la quale il “privato” è un tabù da evitare e la formazione professionale una scuola che non è degna di essere considerata alla pari dei licei.
Qualcuno però è già pronto a strumentalizzare, a iniziare il prossimo anno scolastico seminando panico tra gli insegnanti, avvisandoli che «passeranno tutti alla Regione, e Formigoni li licenzierà».
Falso. Per quanto riguarda l’assunzione degli insegnanti, la nostra legge prevede che le istituzioni formative possano «assumere la titolarità del rapporto di lavoro del personale docente e non docente loro assegnato o direttamente reclutato». Tutto ciò sarà definito solo nel processo di trasferimento delle scuole e del personale, d’intesa con lo Stato, e «nel rispetto degli accordi sindacali» (come scritto nella legge). Saranno quindi fatti salvi i diritti spettanti a ogni lavoratore all’interno di un confronto con le parti sociali. L’assunzione del nuovo personale (e non di quello già in ruolo) potrà avvenire attraverso un concorso direttamente indetto dalla scuola. Così come mi pare importante ribadire che non è vero che con questa legge la Regione Lombardia gestirà le scuole al posto dello Stato. Il passaggio di gestione di qualsiasi istituto scolastico potrà avvenire solo attraverso un’intesa con lo Stato. Nel progetto di legge si indica comunque questa prospettiva, facendo riferimento a «istituzioni scolastiche trasferite ai sensi di accordi nazionali», come modalità di adeguamento a ciò che prevede il titolo V della Carta costituzionale.
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