SCUOLA MICROCEFALA
I sindacati scioperano. Perché tutto resti tale e quale. Intanto giornali e Tv discettano sulle punizioni da infliggere ai ragazzi del Parini che hanno allagato la scuola. Rivelando tutto il moralismo legalista a cui è ridotto lo sguardo su di loro. Gli stessi professori che per decenni hanno predicato e praticato una pedagogia sedicente “antiautoritaria”, perché i ragazzi devono essere “liberi” di esprimersi, adesso che lo fanno si rivoltano ed esigono punizioni “esemplari” per imporre il valore della “legalità”. Ributtante. Per fortuna si è fatta sentire qualche voce umana. Una è quella di Umberto Galimberti (uno che scrive spesso cose interessanti, non si capisce come mai poi non ne tiri tutte le conseguenze). «Se la scuola pensa che un adolescente non possa cambiare», scrive (Repubblica, 7 novembre), «è meglio che chiuda i battenti, perché manca la ragione di base per cui professori e studenti si debbano trovare ogni giorno a scuola per dispensare e acquisire non solo istruzione, ma anche educazione e, se necessario, rieducazione. Leggendo le cronache dei giornali che hanno seguito da vicino la vicenda dell’allagamento del liceo Parini, sembra che questo principio sia venuto meno. I professori della scuola, infatti, non si sono riuniti per discutere come recuperare questi ragazzi alle regole del viver civile, ma come e per quanto tempo sospenderli dalla scuola. Ma che significa “punire” in questo caso? Significa sospendere dalla scuola (che fino a prova contraria è l’istituzione preposta all’educazione dei giovani) chi dell’educazione forse ha più bisogno degli altri. E allora viene da pensare che tra scuola ed educazione non c’è parentela, perché, chiudendo il sillogismo, o a scuola vieni già educato o la scuola dovrà allontanarti. Che è come dire che la scuola non riconosce più nell’educazione la sua ragione d’essere, il suo compito specifico, lo scopo della sua esistenza».
Ma è Michele Corsi che su ReteScuole, pur in mezzo a polemiche un po’ scontate, infila la domanda radicale: «Ogni tanto, tra una versione di greco e l’altra, vi siete chiesti: ma i nostri ragazzi sono felici?».
(continua)
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