Scuola statale, ma quanto mi costi?
Scorrendo i dati relativi alla scuola italiana elaborati dall’ufficio statistico del ministero dell’Istruzione vengono i brividi. Un qualsiasi imprenditore, visti gli investimenti e valutati i risultati, dichiarerebbe fallimento. Nel 2000 la spesa pubblica per l’istruzione-formazione è stata di oltre 104.000 miliardi, pari a circa, il 4,6% del Pil. Il ministero dell’istruzione ha il budget più alto pari al 10,3% della spesa pubblica totale con un incremento nell’ultimo decennio di 3 punti. Per ogni abitante si ottiene così un investimento di 1.800.000 lire, ma il costo, secondo fonti Miur, di ogni singolo studente della scuola statale è ben più alto ed equivale a circa 10 milioni di vecchie lire. In Italia il rapporto tra addetti all’istruzione statale e abitanti è di 1 a 55 per una popolazione studentesca che equivale a circa il 13% del totale. Il rapporto infine tra numero degli addetti e studenti è più o meno di 1 a 7. Nella spesa complessiva però intervengono anche regioni, province e comuni con un impegno che è passato dal 19,8% del 1991, al 22,4% del 2001.
Costi alti e bassi rendimenti
I costi sono molto alti, ma i risultati sembrano mediocri. A segnalarlo sono gli autorevoli studi dell’Ocse che da anni tiene sotto osservazioni i sistemi scolastici di 21 paesi. Siamo al di sotto della media nei livelli di apprendimento delle materie scientifiche, ma ci attestiamo nella bassa classifica anche nella comprensione di testi scritti, nell’apprendimento delle lingue straniere. Nell’uso delle tecnologie informatiche siamo agli ultimi posti in Europa. E c’è anche problema dei docenti: sono quelli meno pagati in Europa, hanno un carico di lavoro diseguale, sono costretti a fare i conti con una fortissima burocrazia e negli ultimi trent’anni sono stati emarginati dai processi decisionali.
Calano gli studenti, aumenta la spesa
In questi dieci anni sono diminuiti gli studenti, ma la spesa complessiva è aumentata. Nell’intervallo 1991- 2001 la scuola statale ha perso 844mila studenti (il 10,4% del totale), e gli insegnanti di ruolo sono diminuiti complessivamente di 45mila unità. Gli investimenti per il solo settore della scuola statale nel frattempo sono passati da oltre 65mila miliardi a oltre 79mila. La percentuale maggiore delle risorse è utilizzata per gli stipendi del personale: nel 1991 erano impiegate il 97,8 delle risorse, mentre nel 2001 siamo scesi al 90,3. Ora il punto critico per il personale docente è situato alle elementari dove all’inizio degli anni Novanta venne rivoluzionato il sistema d’insegnamento. Alla maestra unica venne sostituito il modulo che prevede 3 docenti su 2 classi; tuttavia in questi anni si sono anche aggiunti gli insegnanti di musica, lingua straniera e educazione fisica e religione che in genere sono impegnati in 9 classi, facendo ulteriormente lievitare il numero complessivo dei maestri. Nel 2000-01 ogni classe elementare aveva un media di 18,21 alunni e il rapporto tra docenti e alunni si attestava su 1 a 10. Il dato assoluto lo conferma: c’erano nel 1991, 2 milioni e 813mila alunni con 253.902 insegnanti; nel 2001 il calo è stato di circa 254mila alunni, ma gli insegnanti sono rimasti uguali (254.651). La situazione è meno marcata, ma non molto dissimile negli altri ordini di scuola: nel 2000 alla materna per ogni classe c’erano 23,11 bimbi, alle medie 20,93 e alle superiori 21,92. Ai numeri complessivi del personale di ruolo per l’anno in corso (751.480) si devono poi aggiungere 82.521 mila docenti precari, 129.501mila (Ausiliari tecnici amministrativi) di ruolo e 60.312mila Ata precari, oltre 22.000 docenti di religione e 9.369 dirigenti. Un numero considerevole che fa della scuola la più grande amministrazione italiana con oltre un milione di dipendenti. Il ministero nel tentativo di contenere il numero degli addetti quest’anno ha diffuso una circolare diretta ai direttori generali e che a breve dovrebbe essere trasformata in decreto. La riorganizzazione della rete scolastica prevede un’ipotesi di soppressione di scuole in cui il rapporto alunni docenti risulti inferiore alla soglia del 9,5. E si cerca di portare tutti i docenti a 18 ore di insegnamento effettivo nel tentativo di ridurre l’impiego dei docenti incaricati. In un triennio i posti si dovrebbero ridurre di oltre 32mila unità con un risparmio complessivo di circa 933 milioni di euro. Cifra ingente che tuttavia non risolve il problema e che porterà, assieme all’introduzione della soglia del 9,5 a una forte conflittualità che potrebbe rivelarsi un boomerang, come lo fu il “concorsone” per l’ex ministro Berlinguer. In teoria le risorse risparmiate vorrebbero essere investite nell’innovazione, ma la richiesta di maggior impegno e carico orario ai docenti dovrà anche corrispondere una miglior retribuzione, visto che sono i laureati con gli stipendi più bassi. Forse le strade per liberare le risorse sono altre, a cominciare dalla creazione di una sistema paritario efficiente che comprenda scuole statali e non statali.
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