Se alla voce “week-end” la sharia non dice nulla

Di Eid Camille
02 Agosto 2007

Un curioso dibattito anima la società in diversi paesi arabi: il fine settimana. In Algeria, l’opinione pubblica è divisa tra i sostenitori del mantenimento dell’attuale week-end (giovedì e venerdì) e i fautori della sua sostituzione in sabato e domenica per motivi legati al commercio estero. Nella rissa verbale i primi sono accusati di essere i fautori dell’islamizzazione globale, mentre i secondi sono definiti laicisti e imitatori degli occidentali. Lo sceicco Abdul-Rahman Shayba, già ministro degli Affari religiosi, ha dichiarato che la sharia non indica nessun giorno di ferie specifico per i musulmani e che devono essere chiamati a dirimere la questione gli specialisti in economia piuttosto che gli ulema. Le perdite o il mancato guadagno dovuto all’attuale sistema variano, a seconda delle fonti, tra 150 e 750 milioni di dollari l’anno. Nel Kuwait, il governo ha adottato una formula conciliante che entrerà in vigore dal primo settembre prossimo: il week-end sarà osservato al venerdì e sabato, anziché al giovedì e venerdì. Una soluzione, questa, che è ora al vaglio del governo saudita. Nei Territori palestinesi la diatriba ha assunto aspetti ideologici, con il governo di Salam Fayyad che ha deciso di chiudere le pubbliche istituzioni nei giorni di venerdì e sabato, e il governo Hamas che mantiene la chiusura nei giorni di giovedì e venerdì. I demagoghi della politica, hanno scritto diversi giornalisti, devono capire che riposare quando il resto del mondo lavora e tornare a lavorare quando il resto del mondo riposa non porta beneficio ai nostri paesi. «A meno che non vogliamo – rincara uno con sarcasmo – accontentare tutti oziando quattro giorni alla settimana».
camilleid@iol.it

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