Se anche un cantiere diventa un’arma per cancellare Israele
Sulla spianata del Tempio a Gerusalemme, là dove oggi sorgono le moschee, quella di Omar e quella di al Aqsa, fervono i lavori. Gli operai stanno scavando sotto una tenda nera. Sappiamo che il Waqf, l’ente islamico che gestisce il sito religioso, sta costruendo una moschea sotterranea. Gli scavi servono a creare lo spazio adatto rimuovendo quanto si trova sotto, senza alcuna supervisione archeologica. Siccome si tratta del terrapieno dove sorgeva l’antico Tempio della città ebraica, sappiamo che là potrebbero esserci resti di enorme valore e alcuni sono anche stati trovati frugando nei detriti. Quando il governo israeliano con Benjamin Netanyahu decise di scavare un tunnel vicino al muro occidentale ci furono proteste in tutto il mondo e reazioni violente da parte palestinese, con l’accusa che il tunnel avrebbe messo a repentaglio le costruzioni accanto, il terrapieno e le moschee sovrastanti. Quanto invece sta succedendo ora investe direttamente un sito considerato sacro da molti e comunque un patrimonio inestimabile dal punto di vista storico.
Gli israeliani non stanno intervenendo, forse per non guastare il clima in vista del vertice tra Ehud Olmert e Abu Mazen. Ma è indubbio che la distruzione di resti archeologici ebraici contribuisce al tentativo ideologico di negare la presenza ebraica a Gerusalemme e nell’antica terra d’Israele. Lo stesso Yasser Arafat durante il tentativo dei colloqui di pace di Camp David nel 2000 cercò di convincere Bill Clinton che il Tempio ebraico non fosse mai esistito.
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