Se Bush parla “Spanglish”
La decisione, recentemente annunciata da Bush, di cambiare le leggi sull’immigrazione per consentire agli immigrati clandestini di mettersi in regola con la legge (ammesso che il loro datore di lavoro attesti che stanno svolgendo un lavoro per cui non erano già disponibili lavoratori legali) è un ovvio tentativo di aumentare il numero dei suoi voti ispanici, che i consiglieri politici del presidente ritengono essenziali per la sua rielezione. I repubblicani conservatori sono letteralmente infuriati per questa decisione, e se non fosse perché non hanno altro posto dove andare, smetterebbero di appoggiare Bush. Questi tipici repubblicani conservatori rifiutano in toto la politica estera dei neoconservatori, e qui sta un’altra ragione che spiega perché si sentono traditi dal presidente (l’opinione che della guerra in Irak ha per esempio il direttore della rivista American Conservative, Patrick Buchanan, da molti considerato l’autentico erede della tradizione conservatrice americana, non è molto diversa da quella di Howard Dean, del quale lo stesso Buchanan parla con una certa ammirazione). I leader democratici, d’altro canto, non si fidano della proposta di Bush, la quale, a loro giudizio, non è comunque sufficiente. Questa sembra essere anche l’opinione di molti leader della comunità ispanica.
Indipendentemente da ciò che possono pensare di Bush, gli ispanici non si fidano del partito repubblicano; ma se i democratici continuano a scegliere i loro candidati basandosi esclusivamente sulla volontà delle élite intellettuali di cultura liberal, la situazione potrebbe cambiare. Per i repubblicani la difficoltà maggiore sta nel fatto che devono esprimere le loro proposte non semplicemente in due lingue – inglese e spagnolo – ma anche in due diversi “linguaggi religiosi”: quello severo, individualista e dal sapore biblico del protestantesimo evangelico, con forti toni messianici; e quello (fatto di parole, gesti e rituali) del cattolicesimo ispanico. è proprio questo scontro culturale e religioso che sta al centro della diffidenza ispanica per i repubblicani, molto più che un disaccordo sulle concrete politiche sociali. Un tempo, i democratici “parlavano” benissimo questo linguaggio, grazie soprattutto ai numerosi cattolici presenti nel loro partito. Tuttavia, poiché i demo-cratici cattolici osservanti si sentono sempre più emarginati e lontani dal loro partito, il fascino che quest’ultimo esercita sugli ispanici potrebbe rimanere gravemente incrinato. è esattamente ciò che sperano Bush e i suoi consiglieri politici. Proprio per questo, corteggiano e accolgono a braccia aperte quei democratici cattolici emarginati che possono tradurre il discorso politico repubblicano in un linguaggio cattolico.
Nel frattempo, i recenti tentativi del principale candidato democratico, Howard Dean (il candidato presidenziale più apertamente “laico” della storia americana), per dimostrare che, in definitiva, è anche lui un uomo di sentimenti religiosi, non hanno convinto nessuno. Anzi, hanno avuto ripercussioni negative tra i suoi sostenitori laici: non perché gli credono, ma proprio perché non gli credono, e si sentono offesi dal fatto che non voglia riconoscere pubblicamente il suo laicismo.
E così, settimana dopo settimana, continua a intrecciarsi il curioso rapporto che in America unisce religione e politica.
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