Se ci fossero i marxisti di una volta, anche i cattolici starebbero meglio

Di Tempi
15 Marzo 2007

C’è una battaglia in corso, è vero. Ma non è quella del teatrino della politica, non è quella che vede i parlamentari accapigliarsi per la riforma elettorale o per il rifinanziamento della missione in Afghanistan. La battaglia culturale del nuovo secolo è quella che sta tentando di ridefinire il senso del termine “umano”. I grandi media, la cultura dominante, i potentati economici, con il solidale appoggio dei progressisti, hanno eretto la modernità a totem da idolatrare. Sotto la bandiera della “libertà” si sta tentando di affossare la struttura antropologica dell’uomo. La libertà non è più concepita come partecipazione alla polis, ma come assenza di vincoli. Ma la libertà senza vincoli è il contrario della relazione, è la negazione dei legami sociali, è l’ipotesi di una non comunità, dove esistono solo monadi isolate rinchiuse nel loro particolare. Questa è un’idea antimarxista che ha trovato ormai piena cittadinanza anche nella cosiddetta sinistra critica. Ci ritroviamo oggi a fronteggiare l’eutanasia, l’eugenetica, l’aborto terapeutico, i patti civili di solidarietà, e costantemente ci viene riproposto il medesimo schema dialettico. Ogni questione è presentata come uno scontro tra laici e cattolici, quando nella realtà ci troviamo al cospetto di una battaglia che riguarda esclusivamente l’uso della ragione. Il secondo elemento che occupa la scena è l’aspetto emozionale. Per effetto di un riflesso contrapposto oggi sono proprio i laicisti che, per condizionare il senso comune, utilizzano scientificamente un bigottismo moralista senza precedenti. Le immagini del dolore di Welby ieri e quelle di Nuvoli oggi, quelle dei genitori che vogliono figli perfetti e sani e quelle di gay e lesbiche che rivendicano un ruolo “familiare” sono lì a testimoniarlo. Il terzo elemento è la massima che pretende che il diritto sia conforme a quanto già la società esprime. Un concetto che i Radicali coerentemente portano avanti da anni, proponendo la legalizzazione delle droghe, dell’eutanasia e della prostituzione. Un pensiero pericoloso perché, se assecondato, aprirebbe le porte alla dittatura del desiderio individualista. Ma uno Stato non può essere un vuoto contenitore di diritti a prescindere. I vecchi comunisti avrebbero parlato di egoismo borghese che pretende l’assicurazione del proprio isolamento. Oggi invece una sinistra senza identità ha sposato scientismo e tecnoscienza, modernità e relativismo. Caro direttore, qui non ci sono vie di uscita: o si usa la ragione o sarà barbarie.
Fabio Cavallari

Caro Cavallari, ci hai scritto da uomo di sinistra e da marxista alla Pietro Barcellona, non avendo ancora letto le prime considerazioni sul presente della nostra storia e della nostra umanità consegnate nell’intervista ad Avvenire di domenica scorsa dal nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, monsignor Angelo Bagnasco. Non sappiamo se sia egli che parla da marxista o tu che parli da arcivescovo. Sappiamo che è laico fare di un giornale occasione di difesa dell’uomo. Perciò vorremmo essere regalati alla Cei o a un partito marxista alla Cavallari, se ciò servisse alla causa di divulgazione popolare della ragionevolezza (che è l’unico metro per misurare la laicità e, per contrasto, il clericalismo) di osservazioni come le tue e queste, tra le altre, di monsignor Bagnasco. «Uno Stato deve difendere la libertà individuale insieme al bene comune, che non è la somma di tanti singoli vantaggi ma un organismo armonico retto sui valori capaci di creare il bene di tutti: la famiglia e il rispetto della vita, la libertà di educare i figli e la libertà religiosa. è interesse della società tutelare la famiglia, perché così facendo tutela anche se stessa. Nessuna condanna per le convivenze, è inaccettabile invece creare un nuovo soggetto di diritto pubblico che si veda assegnati diritti e tutele in analogia alla famiglia. La legge ha anche una funzione pedagogica, crea costume e mentalità. I giovani già oggi disorientati si vedono proporre dallo Stato diversi modelli di famiglia e certo non vengono aiutati a divenire cittadini adulti. Molto di ciò che viene chiesto è già oggi garantito dal diritto privato, una via però rifiutata per creare un nuovo soggetto alternativo in nome di una pretesa ideologica. Una società che codifica l’assoluta libertà di ciascuno su se stesso, ad esempio con l’autodeterminazione senza alcun limite rispetto alla morte, si pone sulla via dell’implosione: l’assoluta libertà sciolta da ogni vincolo è la premessa per qualsiasi forma di violenza, di sopraffazione, di conflitto. Va recuperata la dimensione della natura umana oggettiva, contro la quale si vede all’opera un accanimento culturale da parte di un’ideologia che descrive l’uomo come costruzione culturale variabile. Il diritto positivo, privato del suo fondamento nel diritto naturale, diventa terreno di affermazione della prepotenza. La politica ha come scopo il bene comune, non l’inseguimento dei desideri».

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