Se dal popolo del Family day nascesse un partito (veramente) democratico
Abbiamo fatto un sogno. Roma, giovedì 12 maggio, ore 20, piazza San Giovanni, il Family day non vuole sciogliersi. Scene di festa, canti e balli. D’improvviso da un gruppo di manifestanti s’alza un grido di giubilo: «Abbiamo vinto!». Forse che Rosy Bindi ha trovato l’uomo giusto? Forse che Romano Prodi ha annunciato l’introduzione del quoziente familiare nel computo delle tasse? No. Una famigliola di Canicattì ha vinto i sessantacinque milioni di euro in palio al superenalotto. E adesso che fa? Papà e mamma, con frugoli al seguito, non rilasciano interviste al Tg1 di regime, non brindano col perlé Ferrari, non ringraziano la Sisal. Corrono verso il palco, strappano il microfono all’ultimo Povia e improvvisano un comizio. «Sapete cosa c’è, amici? Abbiamo vinto un mucchio di soldi. E sapete cosa ci facciamo noi con questi soldi? Né un grattacielo a Dubai, né un viaggio intorno al mondo. Non li daremo né al fisco, né all’Obolo di san Pietro. Ci finanzieremo tutta la gente che è disposta a partire da questa piazza e a fare il giro d’Italia per mettere in piedi un partito del popolo che alle elezioni europee del 2009 e a quelle italiane (magari prima del 2009) sbanchi questa politica di mediocri e mandi a casa le élite sazie e annoiate che, tra bordelli e Taliban, hanno fatto dello spazio europeo il posto più brutto e cattivo del mondo libero. Regaleremo i quattrini a presenze belle e veraci, a gente come Eugenia Roccella e Paola Rivetta, come Savino Pezzotta e Giuliano Ferrara. Perché investano il nostro tesoretto non in fondi clientelari dei padroni, ma in persone e idee nuove che non hanno complessi di inferiorità nei confronti dello stagno puzzolente del politicamente corretto». Abbiamo fatto un sogno. E non era quello del Partito democratico bancario del Corriere della Sera.
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