Se Damasco rioccupa il Libano…
All’inizio di agosto il Patriarca maronita cardinal Nasrallah Pierre Sfeir, capo spirituale di almeno 2 milioni di cattolici libanesi, ha effettuato una storica visita ai villaggi drusi sulle colline dello Chouf, dove cristiani e drusi si erano massacrati durante la guerra del Libano (1975-1990). L’accoglienza è stata trionfale e ha di fatto segnato la totale riconciliazione tra le comunità maronite e quelle druse dalla fine di una guerra civile che aveva svuotato lo Chouf della presenza cristiana. Dal punto di vista politico il viaggio di Sfeir ha significato un forte ricompattamento di tutte le forze libanesi contrarie alla presenza siriana sul suolo del Libano, sia militarmente, che economicamente e politicamente.
Il giorno successivo al rientro del patriarca è scattata una gigantesca operazione poliziesco-militare dell’Esercito libanese che ha portato nei giorni 7-9 agosto all’arresto di 300 attivisti politici cristiani, tra cui i leader delle Forze Libanesi di Samir Geagea (partito cristiano attualmente illegale) e dei militanti aounisti (legati cioè al generale Aoun, ancora in esilio a Parigi). Per 3 giorni Beirut è stata bloccata dai carri armati e sorvolata a bassa quota dagli elicotteri dell’Esercito che rastrellavano persone nelle loro case, nelle strade e nelle università. L’ondata di arresti ha sollevato le critiche della Chiesa maronita e ha spinto il leader druso Walid Joumblatt, il cui gruppo parlamentare conta 3 ministri al governo, a chiedere l’allontanamento dei capi dei servizi segreti, affermando che gli arresti hanno rovinato i risultati di una riconciliazione storica. Il comando dell’esercito ha replicato di aver arrestato solo chi si incontrava in riunioni non autorizzate, mentre il procuratore generale della Repubblica, Adnane Addoum, ha ricordato che i partigiani delle Forze Libanesi “non hanno diritto a riunirsi dato che il loro partito è fuorilegge”. Nella settimana tra il 19 e il 25 agosto sono scoppiate 3 autobombe, una delle quali davanti al Palazzo di Giustizia. Non ci sono state vittime, né feriti ma il risultato è stato l’innalzamento della tensione con il rientro dei soldati siriani a Beirut. Le truppe di Damasco nella capitale (circa 35mila uomini), destinate in origine (1975) a proteggere la parte cristiana della popolazione libanese, hanno abbandonato il proprio appoggio ai cristiani maroniti per la loro “sintonia” con Israele. I siriani si erano ritirati dalla città soltanto il 14 giugno scorso, dopo le forti pressioni dei leader libanesi cristiani, e segnatamente dopo gli interventi pubblici del patriarca Sfeir. Sul fronte opposto gli Hezbollah guidati dallo sceicco Hassan Nasrallah, che lo scorso marzo aveva portato in piazza oltre 100mila persone per dimostrare il favore alla presenza siriana.
Attualmente è in atto una forte repressione rispetto a qualsiasi forma di libera espressione, specialmente quando questa si rivolga alla Siria, e l’irrigidimento della presenza militare siriana sul suolo libanese, cosa che potrebbe avere risvolti negativi immediati sulla vicina crisi israelo-palestinese. I più alti responsabili delle Nazioni Unite presenti a Beirut sono stati invitati, all’inizio di agosto, a non lasciare il paese mentre per poter accedere nella zona sud del Libano da tre settimane occorre un lasciapassare rilasciato dai servizi di sicurezza. Dei 300 arrestati, circa la metà sono già stati rilasciati sotto forti pressioni di autorità politiche e religiose. Toufic Hindi, consigliere delle Forze Libanesi e il giornalista Habib Younes, che hanno denunciato di aver ammesso contatti con Israele solo perché “sotto pressione”, sono accusati di “contatti col nemico”. Per gli altri arrestati si prospetta un processo per “Tradimento e complotto contro la nazione”. Crimini punibili anche con la pena di morte. Ma commessi contro quale nazione? Questa la domanda che tutti i libanesi continuano a porsi.
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