Se i profughi del Darfur visitano il museo della Shoah

Di Reibman Yasha
22 Marzo 2007

«La Shoah non deve essere paragonata a nulla», dicono in tanti. Questa affermazione viene spesso promossa da una parte della Comunità ebraica in Italia e nel mondo, ma anche da molti non ebrei, intellettuali, professori di liceo e universitari, conferenzieri a vario titolo. Da quando ho smesso di giocare con il Lego, ho sentito questa frase migliaia di volte. Altro che politically correct, qui siamo di fronte a un mantra rassicurante. Distoglie dalla nostra coscienza che un altro sterminio possa avvenire e rischia di impedirci di capire quanto successo allora e di non cogliere quanto stia avvenendo oggi ad esempio in Iran.
C’è anche il pericolo di rafforzare il pregiudizio antisemita secondo cui gli ebrei che impiegherebbero la Shoah (o se la sarebbero inventata di sana pianta) per scopi politici, ottenere denaro, difendere Israele. In controtendenza è invece quanto avvenuto a Yad Va Shem, museo e luogo di maggior studio della Shoah, alle porte di Gerusalemme, dove un gruppo di sopravvissuti al genocidio in Darfur è andato in visita e l’incontro è stato fortemente voluto dal direttore. I rifugiati arrivano in Israele, all’inizio stanno in prigione poiché provenienti da un paese privo di alcuna relazione con Israele, ma poi sempre più vanno ad abitare nei kibbutz, le fattorie collettivistiche. Gli israeliani non sembrano avere alcun timore reverenziale, ma sentono la terribile responsabilità che su tutti noi viene dallo sterminio. Dovremo rifletterci per le prossime Giornate della Memoria.

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