Se il 25 aprile è solo un altro giorno per contestare Israele

Di Reibman Yasha
03 Maggio 2007

Anche questo 25 aprile la Brigata ebraica ha sfilato a Milano in ricordo dei 5 mila volontari ebrei che partirono dal non ancora nato Stato di Israele per arruolarsi nell’esercito inglese e contribuire alla guerra contro il nazismo. I primi soldati alleati a entrare a Milano nel 1945 furono proprio 300 ingegneri della Brigata, da perseguitati a liberatori pronti a ricostruire la città. Ma come ogni anno, anche la settimana scorsa un gruppuscolo dei centri sociali (dicono il Vittoria) aspettava le donne, gli uomini e i bambini con le bandiere israeliane per fischiarli e insultarli. Gli striscioni erano pronti da tempo, “sionisti assassini”. Scontato il paragone tra fascisti e israeliani, tra partigiani e terroristi fondamentalisti.
Questo è il risultato di una cultura politica che negli ultimi quarant’anni ha fatto di Israele il solo responsabile del conflitto in Medio Oriente, ha negato il rifiuto religioso del fondamentalismo islamico verso la presenza indipendente ebraica, ha ignorato l’odio delle dittature arabe per la democrazia israeliana, ha paragonato il sionismo al razzismo e taciuto la straordinaria esperienza di libertà (e a volte di socialismo umanista) che si vive quotidianamente a Gerusalemme e dintorni. Al comizio conclusivo, il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha salutato la Brigata. Va ringraziato, ma resta la necessità di aprire all’interno dei centri sociali e delle sedi dei partiti un dibattito serio e vero sulla storia del sionismo.

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