Se il Codice Da Vinci è storia, Washington era uno 007 britannico

Due anni dopo che il Gesù sofferente ha dato all’industria del cinema un grande successo economico e una rinnovata attenzione pubblica, ci si aspetta che il Gesù sposato faccia la stessa cosa. E sarà proprio così in un paese nel quale Gesù occupa sempre il primo posto nella lista degli uomini più importanti della storia (il “filosofo” più importante di tutti, come lo definisce il presidente Bush). Due anni fa c’è stata la “Passione di Cristo” di Mel Gibson; quest’anno ecco “Il Codice Da Vinci” di Ron Howard, che sarà proiettato nelle sale di tutto il paese a partire da venerdì prossimo, 19 maggio.
Com’è ovvio, gli esperti sono di nuovo scesi in campo per pontificare su Gesù, il cristianesimo, la religione, la Chiesa, ecc., su tutti i programmi televisivi che analizzeranno la controversia sul “Codice Da Vinci”. A quanto pare faccio anch’io parte degli interpellati, e così ho già registrato un’intervista per un programma che sarà trasmesso questa settimana.
Prima di cominciare, ho detto alla giornalista che doveva intervistarmi che stavo leggendo un libro affascinante nel quale si sosteneva che George Washington era stato in realtà un agente della Corona britannica. Sembra che il re d’Inghilterra volesse far cadere in disgrazia un potente generale del suo esercito che stava complottando per porre fine alla monarchia britannica; decise perciò di fargli perdere la reputazione esortando Washington (e alcuni altri padri fondatori della nazione americana) a scatenare una guerra per l’indipendenza dall’Inghilterra e rivelandogli segreti militari che avrebbero assicurato ai ribelli la vittoria. In questo modo, il generale inglese sarebbe caduto in disgrazia e il presidente Washington avrebbe potuto stabilire relazioni pacifiche reciprocamente vantaggiose con la Corona britannica. A quanto pare, però, Thomas Jefferson venne a sapere di questo piano e lo comunicò ad una società segreta, rivelando anche il codice per interpretare il suo messaggio cifrato secondo il testo della Dichiarazione d’Indipendenza.
Ho poi domandato all’intervistatrice se per caso la sua televisione non fosse interessata a fare una trasmissione dedicata a questo tema. La risposta è stata secca: no. Si basa su presupposti troppo offensivi. Nessuno ci crederebbe. Io ho colto la palla al balzo e le ho detto: questo è esattamente ciò che penso del “Codice Da Vinci”; e forse qualcuno crederebbe anche a quest’altra storia se Tom Hanks facesse la parte di un discendente di Jefferson che trova per caso il codice.

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